giovedì 18 giugno 2015

PALAZZO BARBERINI, UNA STORIA SOCIALISTA PER RIPARTIRE DAI NOSTRI IDEALI




Rassegna Saragattiana ha l’onore e il piacere di pubblicare un intervento ( e speriamo il primo di tanti ) del compagno Antonello Longo
Il brano riguarda  la scissione di palazzo Barberini. Interessanti e attuali le conclusioni a dispetto del fatto che  l’ articolo sia stato scritto qualche anno fa.
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Giorno 11 gennaio, come ogni anno, i socialdemocratici si ritroveranno a palazzo Barberini per ricordare, nell'anniversario, la scissione del 1947.
63 anni fa, in una sala (inopinatamente non più fruibile) di quel maestoso palazzo della Roma rinascimentale, non è nata di certo la socialdemocrazia italiana, la cui storia ripercorre la continuità dell'anima riformista del socialismo italiano e la cui origine è da ricercare nelle dispute di fine ottocento, riflesso della Seconda Internazionale, intorno all'ampiezza delle basi del movimento operaio e della sua coscienza di classe.
Nella grande confusione spazio-temporale dei linguaggi e della terminologia applicati alla storia del pensiero socialista, l'accezione che ritengo più pertinente della parola “socialdemocrazia” è quella di una cultura riformista che, all'interno del movimento socialista di matrice marxista, si contrappone alla visione (non già rivoluzionaria bensì) totalitaria del socialismo.
I socialdemocratici fanno, giustamente, risalire all'11 gennaio del '47 l'inizio di una loro peculiare presenza ed esperienza politica nell'Italia repubblicana, che non merita di essere ignorata né liquidata con superficialità, perché contiene in sé tutto il bagaglio storico, politico e morale di quella cultura, interpretata prima del fascismo e nell'esilio da padri fondatori come Filippo Turati, Claudio Treves, Giacomo Matteotti, Giuseppe Emanuele Modigliani, Camillo Prampolini, Alberto Simonini, Bruno Buozzi.
Nessuno degli elementi che caratterizzavano nel secondo dopoguerra lo scenario internazionale e la condizione sociopolitica dell'Italia sopravvive nel mondo di oggi. Secondo me, dunque, è vano cercare nell'evento scissionista di palazzo Barberini spunti di attualità politica.
Vale la pena, invece, di approfondire il profilo storico e sottolineare il valore ancora vivido della scelta ideale di Giuseppe Saragat, che assunse un rilievo maggiore dell'effettivo spazio occupato negli avvenimenti successivi e rispetto al non determinante 7% di voti conseguito il 18 aprile 1948 (livello di consenso, in ogni caso, mai più raggiunto dai socialdemocratici italiani nelle elezioni politiche nazionali).
I protagonisti della scissione, in quel particolare momento storico, gettarono sul piatto delle idee una visione politico/ideologica, quella saragattiana, che avrebbe potuto dare a tutta la sinistra italiana una fisionomia più moderna e una diversa consistenza se non fosse stata (poi tradita da una troppo lunga e scialba pratica quotidiana dei piccoli spazi di potere gestiti in subordine alla DC ed) isolata, preclusa, osteggiata e demolita dall'angusto e fazioso conformismo culturale di matrice comunista e di retaggio cattolico controriformista che, fin da allora, fu influente nel mediare il rapporto tra politica e pubblica opinione.
Di fronte, anzi dopo le dure repliche della storia non c'è più un intellettuale “di sinistra” capace di negare (e come potrebbe?) le ragioni di Saragat e dei suoi compagni di avventura. Ma, ecco il paradosso, il riconoscimento di queste stesse ragioni viene usato per giustificare la fuoriuscita dalla sinistra storica piuttosto che per ricucire lo strappo con lo sviluppo del movimento socialista nell'Europa libera della seconda metà del novecento, provocato dalla presenza del più grosso partito comunista dell'occidente e dalla particolare posizione dell'Italia nello scacchiere geopolitico della guerra fredda.
Se viviamo un tempo amaro è perché, mentre sono state archiviate come ferro vecchio tutte le componenti della sinistra storica (che pure ha sempre trattato con sufficienza i socialdemocratici scissionisti di palazzo Barberini) l'area progressista si assesta attorno a un riformismo debole, non sorretto da un progetto credibile e riconoscibile di società più libera e più giusta, annegato nella melassa giustizialista e falso-moralista. Il risultato è che le componenti più fertili e vivaci del ceto medio e della borghesia vengono lasciati nelle mani della cultura e della politica di centro-destra. Una condizione che rende la sinistra politica perdente sul piano elettorale malgrado la sostanziale preponderanza nel sistema mediatico e che ripropone in forma nuova il problema (che fu della prima repubblica) di sottrarre la forza di milioni di voti popolari da un reale processo di trasformazione democratica dello stato, delle autonomie, dell'economia, della società.
Chi dirà, chi deve spiegare agli italiani come e perché quindici anni di seconda repubblica hanno prodotto una democrazia virtuale ed incompiuta dove due conservatorismi uguali e contrapposti, uno di destra e l'altro che occupa l'area di centrosinistra, si contendono il campo guidati e manovrati da altrettanti gruppi di potere economico/mediatico?
La risposta a questa domanda comporta molte, problematiche difficoltà. Eppure in tale risposta sta il compito dei pochi, disorientati, socialdemocratici rimasti in politica, che non devono (né possono) più scendere sul terreno della politica “politicante” ma hanno l'arduo compito (e, in realtà, l'unica prospettiva, se vogliono rimanere se stessi) di salire sul terreno della cultura che sottende la politica.

Il riformismo di cui si parla oggi non è quello del socialismo democratico, che è stato e rimane sconosciuto in questo paese, con l'eccezione dei contenuti autonomisti e innovativi del PSI di Craxi, buttati subito via con l'acqua sporca. Prima di scrivere questa nota ho voluto rileggere le parole pronunciate dallo storico socialista Gaetano Arfè in occasione del 54° anniversario della scissione di palazzo Barberini, in un discorso teso, in modo forse un po' forzato, a dimostrare che l'attualità della scelta di Saragat consiste nel fatto che la questione dell'autonomia socialista, rivendicata allora nei confronti del comunismo stalinista, va riproposta (si era nel 2001) come autonomia dal berlusconismo, anche per recuperare alla sinistra l'elettorato socialista (del PSDI e del PSI).
I passi che io cercavo comunque erano questi:
interpretare la rivoluzione di Tangentopoli come rivolta di una società civile, presunta pulita contro la corruzione del mondo politico allontana e non avvicina la comprensione di quella storia. L'ipotesi che io consegno agli storici che mi seguiranno è che anche in questo episodio abbiano operato, come in tutta la vicenda politica italiana a partire dalla formazione del primo governo di centro-sinistra dei fattori occulti i quali, in questo caso, furono mossi dalla decisa volontà di limitare, fino ad annullarlo, il primato della politica nella gestione del potere, di ridurre il governo del paese, direbbe Marx, a comitato d'affari dei potentati economici nazionali e internazionali.
Il capitale finanziario, oggi come mai prima d'ora, nella sua tumultuosa e turbinosa corsa non può tollerare regole che non siano quelle sue proprie. Il parallelo sviluppo di ideologie volgarmente revisionistiche della storia, del diritto, della economia, il diffondersi delle pratiche referendarie e plebiscitarie, i criteri aziendalistici, anch'essi eretti a dottrina, coi quali avviene la selezione del personale di governo nazionale, regionale e municipale sono tutti indirizzati nella stessa direzione, mirano a dare il monopolio del potere a chi detiene il monopolio dei mezzi di comunicazione e di imbonimento.
...
La riscoperta e la rivalutazione del ricchissimo e ancora vitale patrimonio di esperienze etiche, dottrinali e politiche del filone centrale del socialismo italiano, passato alla storia come riformista, diventa perciò il problema politico principale della sinistra italiana d'oggi. E qui mi pare opportuna un'avvertenza. Il termine riformista è oggi talmente logorato dall'uso, dall'abuso e dal cattivo uso che ha perso ogni significato. Turati stesso quando la parola entrò nel gergo politico corrente tentò di respingerla: per lui esistevano due socialismi soli, quello di chi sapeva e quello di chi ignorava che cosa la parola socialismo significasse.
Riformista si proclama oggi ogni modesta e molesta compagnia di ventura messa insieme per partecipare alla lotteria delle elezioni. Riformista si proclama il residuato maggioritario, sfiduciato e sfiancato, di quello che fu il partito comunista, disposto a dichiarare, ignorando peraltro la dialetticità della storia, che il comunismo è incompatibile con la libertà, ma non a riconoscere che la causa della libertà, della giustizia, della pace dal lontano 1892 ha camminato al passo del partito socialista. Di questa storia Veltroni salva solo Carlo Rosselli, …ma l'operazione rivolta a collegarsi idealmente a lui, isolandone la figura, pur di ignorare Turati e Matteotti, Treves e Modigliani, Saragat e Nenni, è storiograficamente infondata, culturalmente sterile, politicamente inutile.”
Nella pagina di storia scritta a palazzo Barberini l'elemento che io trovo più adatto ad essere utilizzato come chiave d'apertura di una nuova stagione socialista, non solo in Italia, è proprio quello, essenziale nel '47 ma poi rimasto (anche e soprattutto da parte nostra) più negletto, dai più considerato superato e utopico (sebbene non utopistico): l'aspetto dottrinario.
Il nuovo partito nato a palazzo Barberini dall'ennesima scissione, a partire dal nome, PSLI, e dal simbolo, affermò la continuità con la storia del riformismo socialista italiano. Ma il giovane Giuseppe Saragat era andato oltre, nei suoi scritti dell'esilio, l'impostazione riformista della generazione turatiana, cercando un più lucido ancoraggio di sistema alle teorie marxiste, di cui una “critica illuminata” poteva eliminare le interpretazioni “più rozze”, e innovandole, sublimandole direi, alla luce della stessa logica dialettica hegeliana che le ispirò.
La rilettura “illuminata” di Marx, l'umanismo marxista, la rivoluzione democratica, il valore della libertà, l'alleanza tra operai e ceto medio in una nuova unità di classe, maturati dagli insegnamenti dei grandi socialisti europei, da Engels a Turati, da Jaurès a Leon Blum, da Kautsky a Otto Bauer, rimangono immanenti nel Saragat di palazzo Barberini, sono anzi il corpo e la sostanza ideale su cui innestare il programma politico della rinnovata socialdemocrazia italiana.
Mi faccio aiutare, ancora, dalle parole di Arfè:
Il partito che nasce a palazzo Barberini non è nelle intenzioni dei suoi costruttori un partito di socialismo moderato, è un partito classista che si dà come obiettivo ultimo la socializzazione dei mezzi di produzione di scambio, che non esclude nelle dichiarazioni di suoi autorevoli esponenti, anzi auspica, che una volta affermata, organizzata e consolidata l'autonomia dei socialisti, una politica unitaria del movimento operaio possa essere ripresa.
Il marxismo, liberamente interpretato, cultura e non dogma, è la sua dottrina, in esso è il fondamento teorico della sua autonomia ideale e programmatica. E' un dato, anche questo, che mette conto di sottolineare in una Italia dove il marxismo sembra essere diventato una diabolica eresia da estirpare con metodi da Santa Inquisizione.
Marxista è Giuseppe Saragat, continuatore critico e più volte eretico della tradizione riformista.
Dell'anticomunismo, anche nei momenti di più aspra polemica, non fece mai una ideologia. La lotta aperta e intransigente, condotta con le armi della politica, contro il partito comunista si accompagnò all'apprezzamento delle doti di intelligenza e di coraggio dei suoi dirigenti e al riconoscimento del contributo che essi avevano dato alle battaglie della Resistenza e alla costruzione della democrazia repubblicana.
...Al marxismo si rifaceva la vecchia guardia riformista, nella cui tradizione era l'espunzione dal proprio seno di Bonomi e Bissolati e la religiosa fedeltà alla eredità morale e politica di Matteotti, di Turati, di Treves. Essa affluisce compatta nel nuovo partito, organizzata nella corrente che aveva fatto rivivere la turatiana Critica Sociale. Vi fa spicco, vicino a morire, Giuseppe Emanuele Modigliani, apostolo ed eroe del pacifismo fin dal tempo della guerra libica.
...Della sua generazione c'è Rodolfo Mondolfo, il più originale interprete italiano del marxismo nella sua versione socialdemocratica, lo ha confermato con la sua autorità Norberto Bobbio curando e presentando un volume di suoi scritti, autore di profetici saggi sulla rivoluzione russa. Nella loro scia si muove Giuseppe Faravelli, reduce della cospirazione, dall'esilio e dalla galera, che nascondeva dietro il tratto arcigno e burbero qualità umane e intellettuali di enorme ricchezza. Faravelli avanzerà riserve nei confronti del congresso tedesco di Bad Godesberg con una duplice motivazione, una di metodo e una di merito: che non è competenza di un congresso approvare o condannare una dottrina, che il marxismo liberato delle distorsioni e delle deformazioni del leninismo-stalinismo rimaneva ancora strumento insuperato di interpretazione delle tendenze di sviluppo della società.
La giovane generazione è presente con due correnti minoritarie.
La prima, europeista ante litteram, di "Iniziativa socialista", rappresentata da Mario Zagari, Matteo Matteotti, Giuliano Vassalli e Leo Solari, formatasi in Italia nella opposizione al fascismo, raccoltasi nella Resistenza intorno alla grande figura di Eugenio Colorni ...La seconda è quella di ispirazione trotzkista che faceva capo ai giovanissimi Livio Maitan, Rino Formica e Giorgio Ruffolo.
La Resistenza era rappresentata da Corrado Bonfantini ex-comunista e comandante delle brigate Matteotti e da Aldo Aniasi, eroico comandante di una formazione partigiana della Val d'Ossola.
Aderì al nuovo partito Angelica Balabanoff, rivoluzionaria riparata in Italia nell'età giolittiana e militante di rilievo nel partito socialista italiano, collaboratrice di Lenin negli anni ruggenti della rivoluzione, segretaria in Francia del partito massimalista italiano e del Bureau dei partiti rivoluzionari, rimasta massimalista e nemica implacabile dello stalinismo e del suo profeta.
C'è quanto basta per ritenere e sostenere che il partito quale fu concepito e partorito da Saragat non era un partito ideologicamente agnostico e politicamente moderato. Nel nostro partito, egli aveva detto, fatte salve le regole della democrazia interna, hanno pari diritto di cittadinanza tutti i socialisti che credono nell'autonomia del socialismo, dai riformisti ai trotzkisti.”
Socialdemocrazia, dunque, partito ideologico, non agnostico né moderato. Le considerazioni che oggi facciamo sulla scissione di palazzo Barberini risentono fatalmente della consapevolezza degli sviluppi successivi della “operazione politica” allora concepita. Ma un fatto storico va esaminato in relazione al momento in cui si svolge.
L'Italia, nell'inverno del '47, è un cumulo di rovine, la tensione verso la ricostruzione morale e materiale è parossistica, la Costituzione repubblicana è solo una bozza, De Gasperi presiede un governo tripartito (DC, PSIUP, PCI) ancora post-bellico ed è appena stato umiliato e disilluso dalla conferenza di pace di Parigi (cui ha partecipato con Bonomi e con lo stesso Saragat). Il Segretario di Stato americano, Marshall, deve ancora presentare il suo piano di aiuti alle nazioni europee, lo farà ad Harward il 5 giugno del '47 e solo nel settembre di quell'anno Stalin formerà il COMINFORM. La guerra fredda si delinea ma la NATO nascerà nel '49 e il Patto di Varsavia solo nel '55.
Saragat entra nella sala Borromini senza sapere, non può esserne certo, che il fronte popolare uscirà sconfitto dalle urne e, pur essendo sicuro della “tattica liquidatrice” del PCI, forse non immagina quanto grande risulterà l'umiliazione di Nenni e dei massimalisti nelle liste con l'effigie di Garibaldi. Aveva lasciato nel marzo del '46 moglie e figli, e il comodo posto di ambasciatore, a Parigi, spinto in tal senso dalle pressioni dei “giovani turchi” (Iniziativa Socialista) e di Faravelli (Critica Sociale) per risolvere un “caso di coscienza” e affrontare “il problema morale dell'autonomia del socialismo”. Davanti al XXIV Congresso del PSIUP, il 13 aprile, egli pronuncia (tra gli applausi della platea) un discorso che, prima e più di quello di palazzo Barberini, fu il vero manifesto ideologico della socialdemocrazia del dopoguerra, scolpendo, contro le tesi fusioniste, le ragioni teoriche dell'opposizione al comunismo: la necessità di una profonda revisione del marxismo e il rifiuto del leninismo.
Il 2 giugno 1946 l'Italia diventa una Repubblica, il 24 dello stesso mese Saragat viene eletto presidente dell'Assemblea Costituente, incarico che, pur non essendone obbligato né richiesto, lascerà (a Terracini) subito dopo la scissione.
Il nuovo congresso del PSIUP è convocato a Roma dal 9 al 13 gennaio 1947, non tutti gli autonomisti, ridotti attorno al 20% dai contestatissimi congressi provinciali, vi partecipano. La mattina dell'11 Saragat abbandona il congresso e, nel pomeriggio, raggiunge palazzo Barberini, dove già sono i “giovani turchi” e i dirigenti dell'FGS con in testa Leo Solari. (Ri)nasce il Partito Socialista dei Lavoratori Italiani.
L'esule, il teorico marxista che aveva speso buona parte della vita a ricucire i rapporti tra le componenti socialiste e tra queste e il partito comunista per affrontare insieme la lotta contro il fascismo, ha 48 anni quando entra a palazzo Barberini per consumare la “sua” scissione. Già sente nell'aria il rombo della denigrazione e della calunnia da sinistra, l'implacabile, sprezzante (falsa) accusa di un'azione finanziata dal governo americano, ideata e diretta dalla destra e dai grandi capitali, ed avverte su di sé un peso maggiore di quello che poi realmente sarà assegnato dalla storia alla sua scelta, vissuta al lume di una ineludibile responsabilità “di coscienza”: “non c'erano che due soluzioni: o rinunciare a battersi per l'idea che ci è cara, oppure fare quello che abbiamo fatto”, cioè un'azione di rottura dell'unità socialista che sarebbe stata accusata di voler colpire l'unità della classe operaia e favorire la reazione. Ma l'amico d'infanzia di Piero Gobetti coltiva la religione del dovere e “il nostro dovere è continuare l'opera di proselitismo, iniziata or sono cinquant'anni dai nostri grandi Maestri” (tra cui Giacomo Matteotti che, come ricordò un accorato Faravelli, aveva detto un giorno: “i socialisti con i socialisti, i comunisti con i comunisti”).
Con la mentalità di oggi è difficile crederlo ma Saragat, come Nenni del resto, agiva solo per ragioni ideali. Dietro la scissione non c'erano calcoli tattici né ambizione personale. I famosi finanziamenti americani, procurati da Faravelli, non hanno niente di misterioso, tanto che il ricercatore catanese Alessandro De Felice ne ha ricostruito l'intero ammontare servendosi di documenti originali: i sindacati italo-americani di Luigi Antonini e Vanni Montana fecero pervenire (prima alle correnti di Iniziativa Socialista e Critica Sociale, poi al nuovo partito ma per un tempo limitato) contributi di entità non straordinaria anche se vitali per una struttura politica che doveva essere inventata dal nulla.
Saragat non aveva in mente un piccolo partito, tutt'altro. Sperava di trovare un seguito significativo nell'ambito del ceto medio, da cui non desiderava essere schiacciato ma che pensava di sottrarre al richiamo della DC. E soprattutto credeva di poter agire sui rapporti di forza col partito comunista fra gli operai, prospettando loro una diversa, più civile, più umana concezione della lotta di classe. “La storia della scissione di palazzo Barberini - dice Arfè - è la storia di un tentativo, audace, storicamente fallito e tornato politicamente attuale, di comporre in dialettica unità, nel comune segno della indipendenza dal gioco delle politiche di potenza, le forze del movimento operaio socialista, per farne, in un quadro di solidarietà europea, la forza dirigente del processo di ricostruzione di un paese uscito dalla più grande catastrofe della sua storia.”
La storia successiva non terrà fede alle premesse por motivi di rilievo storico e per ragioni politiche anche di basso profilo. Il PSLI, poi PSDI non sfonderà mai alle elezioni politiche, buona parte della classe dirigente che aveva seguito la scissione si perderà per strada a causa delle gravi divisioni sulla politica estera tra i teorici del terzaforzismo e i fautori dell'Alleanza Atlantica ed anche della diversa concezione dei rapporti con la piccola borghesia. Saragat diventerà (pur senza gestire mai grande potere) una delle maggiori personalità di governo del centrismo (epoca che gli storici cominciano a rivalutare, poiché coincise con la ricostruzione dell'Italia, con la sua provvida scelta occidentale, con il suo miracolo economico) lasciando l'originaria ispirazione marxista quasi come un “porto sepolto” della sua anima ombrosa e solitaria ma sostanzialmente estranea in corpore vili al PSDI. Egli affermerà sempre di più, fino alla presidenza della Repubblica, la sua natura di uomo di stato senza mai tenere in conto gli interessi del partito che aveva fatto nascere. Le sue vere preoccupazioni furono quelle di riannodare i fili dell'unità socialista (che rinascerà e morirà durante il suo soggiorno al Quirinale, lasciando vieppiù impoverito e defedato il gruppo dirigente socialdemocratico) e preparare (con successo) la strada al centro-sinistra.
Il resto è la cronaca della nostra generazione. Saragat non fu solo né incontrastato nella costruzione del nuovo partito. Ma egli prevalse (malgrado un gran brutto carattere) per la sua patente superiorità intellettuale e si può ben dire che il ricordo di palazzo Barberini è tutto imperniato sul pensiero e sulla figura dello statista torinese. E se di questo pensiero, praticamente enciclopedico per estensione e per dottrina, ho voluto qui cogliere solo l'aspetto (che potrebbe sembrare archeologia politica) dell'adesione critica al marxismo è per farne spunto di riflessione sul presente.
L'uomo Saragat parlava sempre come un maestro dalla cattedra. Cosa resta della sua lezione?
Chi scrive questa nota conobbe il vecchio leader, ormai ottantenne, dopo la fine del suo mandato al Quirinale. Vidi sempre, in pubblico, nelle poche occasioni in cui venne a presiedere il Comitato Centrale, un nume svagato e scostante. Andai qualche volta a trovarlo nella sua casa di via della Camilluccia, con altri giovani o accompagnando alcuni dei maggiori dirigenti del partito a quell'epoca. E vidi un padre stanco e disilluso sulle virtù dei suoi figli, cui parlava ancora come un maestro agli scolari, non di politica ma di filosofia, di scienza, di letteratura. Si esprimeva esattamente così come avevo letto sui libri, ogni frase era una citazione fatta a memoria, spesso in lingua originale. A noi giovani diceva: “perché continuano a chiedermi consiglio sulle scelte da fare? Un vero dirigente non cerca mai la strada della convenienza, deve sentire dentro di sé qual'è il dovere di un socialista”.
Il tempo è passato senza costrutto, un nuovo millennio è in corso. Qual'è il dovere dei socialisti?
In Italia le caratteristiche fondamentali della psicologia politica ondeggiano fra l'assenza del senso statale e l'assenza del senso di libertà”. Sembra una foto scattata oggi eppure sono parole pronunciate da Saragat nel 1925.
L'impegno profuso per limitare gli spazi di rappresentatività, quindi di agibilità democratica, non ha portato alle forze a vocazione egemone i benefici sperati sul piano dell'efficienza e della coesione di governi, maggioranze e schieramenti d'opposizione Ai partiti-contenitore della cosiddetta seconda Repubblica manca un “pensiero”, cioè un organico ordine di principi, un'idea-forza alla quale riferire le politiche del quotidiano; pertanto essi non sono in grado di concepire e guidare un processo profondo e coerente di trasformazione anzi seguono, si mettono a rimorchio di umori e interessi cangianti di parti della pubblica opinione e di pezzi dell'economia e della finanza, di cui assecondano le rivalità nel contendersi il monopolio dei mercati oggi più interessanti: quelli del denaro e delle comunicazioni. Non si tratta della “morte delle ideologie” ma della fine della politica. E si scrive fine della politica ma si legge fine della sinistra.
Il processo di trasformazione del PCI, volutamente, non è approdato al socialismo democratico, a differenza di quanto avvenuto persino ai partiti comunisti dell'ex cortina di ferro. Una scelta non dettata da bisogno di modernità ma legata all'antica vocazione al compromesso consociativo con gli “'interfaccia” cattolici della prima repubblica, facendo (almeno finora) della nuova “cosa” PD (Partito Democratico, all'americana) oggetto di particolare interesse da parte di cittadini cui preme di più “conservare” quanto loro appartiene piuttosto che innovare la società nonché da parte dei gruppi socio/economici più sensibili all'assistenzialismo e al parassitismo.
Ora, non può concepirsi una nazione moderna in Europa in cui non si trovi almeno un settore della sinistra politica che rifletta la cultura, la tradizione, i contenuti, la rappresentatività sociale del socialismo di formazione riformista e democratica. A nessuno fuori d'Italia verrebbe in mente di dire che la socialdemocrazia è morta, pur se attraversa un periodo di difficoltà sul piano elettorale.
La socialdemocrazia, come tutte le politiche del resto, va sempre aggiornata agli effettivi sviluppi dell'economia ma rappresenta una parte necessaria del pensiero politico democratico, prefigurando come suo sbocco ideale una determinazione socialista della democrazia (non viceversa, cioè una determinazione democratica del socialismo). La sua crisi in Europa e la sua totale assenza in Italia sono parte essenziale del dramma che impedisce la nascita di una federazione politica europea e ostacola lo sviluppo della democrazia italiana.
Il nostro dovere è fare rilevare contraddizioni tanto gravi, così palesi, profonde al punto da compromettere il futuro delle giovani generazioni italiane. E mi soffermo in prevalenza sulle questioni che riguardano una delle parti perché l'avvenimento di palazzo Barberini può essere inserito soltanto nel terreno storico, nel contesto sociopolitico, nella realtà culturale della sinistra.
Ora come allora, sorge ai di “saragattiani” un problema di verità e di coscienza.
Saragattiani sì, nel 2010, donne e uomini che rivendicano il diritto all'idealismo come presupposto necessario dell'azione politica, che sanno che senza equità non c'è libertà e senza libertà non c'è giustizia; che credono ancora nella “rivoluzione democratica” come affermazione della coscienza degli interessi comuni, di “un'anima collettiva” dei “proletari” da far pesare attraverso gli strumenti della democrazia rappresentativa per rimuovere, pezzo a pezzo, le cause dell'ingiustizia.
Chi sono adesso i proletari? Quelli di una volta, operai, braccianti, contadini, piccoli proprietari,commercianti, impiegati, artigiani, professionisti, intellettuali come i nuovi poveri del giorno d'oggi, disoccupati, precari, immigrati e gli ultimi, quanti non hanno nulla, e ce ne sono tanti, di ogni colore.

Frugando alla rinfusa nel nostro passato, nella complessità, che a volte diventa contraddittorietà, della storia, ognuno può trovare appigli alle scelte più disparate. Ma assumere, nell'attuale contesto politico italiano, palazzo Barberini come fonte della propria identità politica non offre alcun vantaggio pratico e, in particolare, non consente avalli teorici di sorta per opzioni di schieramento; al contrario, è una scelta che ci rende antagonisti del sistema nel suo complesso.
Non sono pochi i cittadini che si rendono conto dell'illusorietà, della grande menzogna del sistema bipolare all'italiana, che ne colgono, a pelle, il nesso tra la volgare ferocia delle forme e il vuoto di valori della sostanza.
Trovare ruoli e spazi di agibilità politica non è semplice, è il problema che abbiamo davanti. Eppure da un punto bisogna ripartire per creare un gruppo politico consistente e visibile che al vuoto riesca a contrapporre il pieno di un programma rigoroso legato ad una forte idealità.
La sensazione, più che opinione, di chi scrive è che, unendosi, coloro i quali in ragione della loro mentalità e formazione si sentono estranei al sistema oggi dominante, possano trovare campo fertile per una nuova iniziativa politica sul versante della sinistra politica italiana ed europea, valorizzando in questo processo anche le superstiti, piccole, sparse formazioni socialiste e laiche. Per un'offensiva di verità (la “nostra” verità, s'intende, quella delle nostre idee dichiarate con chiarezza, con fermezza, con coraggio e con lealtà), da muovere con le forze e gli strumenti che ci restano. Sapendo che l'inverno sarà freddo e la marcia lunga e faticosa.
Antonello Longo





domenica 28 dicembre 2014

UNA VITA SPESA PER LA DEMOCRAZIA E LA LIBERTA’ - La scomparsa di Giuseppe Saragat -



Voglio riproporre, proprio oggi che ricorre il cinquantesimo anniversario della elezione di Saragat  a Presidente della Repubblica, ai compagni e alle compagne di “Rassegna Saragattiana” un bell'articolo, del 1988, tratto da“qui parlamento psdi” – Agenzia mensile del Gruppo P.S.D.I. alla Camera,   del compagno FILIPPO CARIA, all’epoca Capoguruppo socialdemocratico,  sulla figura di Giuseppe Saragat.  

Buona Lettura!

Fabio Cannizzaro


Viva Saragat!


Viva il Socialismo!

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Pubblicato su “qui parlamento psdi” – Agenzia mensile del Gruppo P.S.D.I. alla Camera – Anno II – nn. 5- 6 - maggio – giugno 1988

È scomparso con Saragat un protagonista tra i più autorevoli del socialismo e dell’Italia repubblicana, uno statista moderno, uno di quelli che più coerentemente si sono battuti per una collocazione stabile del nostro paese nella realtà politica e socio-economica dell’Occidente democratico.
Dopo De Gasperi, Togliatti e Nenni, era l’ultimo dei grandi leaders politici italiani che, combattuto il fascismo, avevano guidato il paese nell’avvio della democrazia conquistata con la Resistenza, e poi avevano gestito la ricostruzione, la ripresa, la miracolosa nascita di una moderna e prospera società industriale.
Con Saragat, dunque, tutta un’epoca tra le più importanti di questo secolo diventa un capitolo di storia ed un’esperienza consegnata alla memoria, pur nell’immutabile chiarezza e forza dell’insegnamento che da essa anche le generazioni future dovranno continuare a trarre.
Il socialismo riformista e gradualista ha trovato in Lui uno degli interpreti più autentici e fecondi ed uno degli assertori più convinti ed preparati a livello europeo.
Bene ha sintetizzato la sua personalità politica lo scritto con cui Carlo Rosselli gli dedicò una delle prime copie del suo libro “Socialismo Liberale”,pubblicato in Francia nel 1930 dove erano entrambi esuli, che Saragat ha sempre gelosamente custodito: “ A Giuseppe Saragat il più liberale dei marxisti, l’unico marxista dei liberali”.
La vicenda politica del leader scomparso è fatta di molti importanti episodi. Ma due sono quelli su cui si sono soffermati storici e politologi. Il primo è la scissione di Palazzo Barberini; il secondo è l’esperienza di Saragat alla Presidenza della Repubblica.

Sulla scissione di Palazzo Barberini, la drammatica spaccatura del PSI, la nascita nel 1947, in piena guerra fredda, del Partito Socialdemocratico, che si richiamava, come quello di Matteotti, agli ideali del socialismo democratico, si discute da quarant’anni.
Sbaglia chi vede in quell’operazione un atto scissionistico. Fu un atto rigeneratore. Saragat apriva la prospettiva unitaria di una sinistra socialdemocratica, per quanto lungo potesse o possa ancora essere il processo che egli innescò. Gli sviluppi della sinistra italiana, il fallimento ormai indiscutibile del comunismo, dimostrano che si trattò di un’intuizione, come ha detto De Mita, a dir poco profetica.
Saragat previde con gran lucidità che la sicurezza democratica e la crescita del Paese imponevano una sclta di campo che ancorasse l’Italia all’Occidente democratico.
Scelta di civiltà, come egli la definì, scelta dei valori della libertà e della democrazia. Al resto della sinistra sono occorsi alcuni decenni per constatare che Saragat aveva ragione, che quella politica, come è stato detto, non significava alcuna rinuncia socialista e che “ non erano in gioco questo o quell’interesse particolare, ma l’avvenire stesso del Paese”.
Si trattò di un atto di coraggio e di coerenza da cui hanno tratto insegnamento in molti, compresi coloro che nel ’47 definirono con disprezzo “saragatti” o “piselli” gli uomini che affiancarono il fondatore del PSDI a Palazzo Barberini.
Con Saragat al Quirinale, per la prima volta nella storia un socialista fu capo dello Stato Italiano. Con Lui il Quirinale si avvicinò alla società, ai cittadini.
E questo nuovo rapporto fra il palazzo ed il popolo, fu gestito con misura e stile.
Come fatto di misura e stile, fu il rapporto di Saragat con governi e partiti. Egli volle essere il Presidente di tutti gli italiani, soprattutto per rispetto del valore in cui credeva di più ed al quale aveva dedicato tutta la sua vita, cioè la democrazia.




On. Filippo Caria
Capogruppo del PSDI
alla Camera dei Deputati


mercoledì 20 agosto 2014

TOGLIATTI A CINQUANTA ANNI DALLA MORTE: QUALE BILANCIO?


Domani ricorre il cinquantesimo anniversario della scomparsa, a Yalta, di Palmiro Togliatti.
Togliatti fu leader anzi “capo” indiscusso ( e indiscutibile…) del Partito Comunista Italiano dopo la “svolta di Salerno”.
A mezzo secolo, da quel 21 agosto 1964 in cui morì, la riflessione politologica, storiografica e le dure lezioni della storia ammannite al movimento comunista hanno permesso a molti di comprendere e meglio contestualizzare le azioni , le scelte e i tanti errori politici compiuti da Palmiro Togliatti.
Oggi le sue” ceneri fredde” ci permettono di decostruire l’immagine propagandistica che lo apostrofava come “il Migliore”. Chi fu , in realtà, Palmiro Togliatti?
Diversamente da molti altri noi socialisti autonomisti e democratici non abbiamo dovuto attendere la “fine” del comunismo per comprendere la reale, intrinseca natura della costruzione autocratica del comunismo sovietico e dei suoi “plenipotenziari” in Italia come altrove.
Perché in effetti, per lungo tempo,è bene ricordarlo,  Togliatti fu il plenipotenziario dell’URSS, a lungo di Stalin, in Italia.
Non saremo certo noi a negare a Togliatti un riconoscimento di “intelligenza politica” che però Egli piegava ad interessi di parte e di partito, sacrificando a questi tutto e se necessario tutti: uomini, rapporti e cose.
Amato dalle folle, ancor più temuto dall’ establishment comunista, italiano ed internazionale, Palmiro Togliatti ha vissuto diverse “fasi”.
Non mentirò lodandolo, perché mai , neppure in gioventù, mi è stato particolarmente simpatico.
Sarà anche per il suo modo sprezzante, costruito e supponente,  con il quale trattava i compagni socialisti e democratici che a lui si contrapponevano “a viso aperto”. Ricordiamo i suoi “atteggiamenti” verso Saragat,  o ancora i suoi ex compagni  Silone, Cucchi e  Magnani per citarne solo alcuni.
Ricorderò qui l’incapacità togliattiana, ad esempio,  pur nella fase de “la via italiana al socialismo”, di comprendere il senso, il valore della Rivolta ungherese del 1956, guidata da Imre Nagy.
Vorrei chiudere questa breve, per nulla organica riflessione su Togliatti che fu anche per un breve periodo Ministro  di Grazia e Giustizia, ricordando di riflesso, un compagno socialista, anzi all’epoca socialdemocratico il siciliano Romolo Mangione, morto nel 1991, che nelle “tribune politiche” degli anni sessanta del secolo scorso ebbe il coraggio ed il “fegato” di incalzare, a muso duro,  Togliatti su temi quali: l' invasione dell' Ungheria, e l’ alleanza con Milazzo, in Sicilia, tra comunisti e missini.
Ricordare il giornalista socialista Mangione che fu uno dei pur tanti oppositori di Togliatti è un modo per ricordare che anche quando questi era il potente leader del PCI, partito che esercitava una ferrea e sciente “egemonia culturale”, ci furono compagni capaci di schierarsi dalla parte della Verità in nome di quegli ideali e principi che sono i capisaldi del socialismo.
Oggi  a cinquanta anni dalla sua morte, il nostro giudizio politico su Togliatti è e resta negativo.
Siamo felici che nel frattempo molti, a sinistra,  si siano uniti a noi  nel giudicare ed indicare gli errori di Palmiro Michele Nicola Togliatti e con esso di tanta parte della nostra sinistra.


F. C.

domenica 19 gennaio 2014

L'ERESIA SARAGATTIANA - UN CONFITEOR PER IL PSDI / PARTE TERZA




Ecco, infine, la terza ed ultima parte del bello e dettagliato articolo del Senatore Giuseppe Averardi. L’ultima parte dell’articolo fa riferimento all’attualità politica del 1988 e va quindi contestualizzata e riportata a quella temperie politica.

Classe

Fra i massimi vanti della socialdemocrazia oggi campeggia quello di non obbedire a ispirazioni classiste e operaiste; a ispirazioni, cioè alle quali Saragat mostrava di non volere e di non potere rinunciare, pur collegandole strettamente a quell’architrave del suo sistema ideologico già individuato nella sinonimia fra socialismo democratico e rivoluzione democratica.
Per quanto concerne il classismo, egli trova anzitutto modo di trattarne nell’ambito di un passaggio polemico dedicato alla concezione dell’unità operaia professata dai comunisti: “ Si ha l’impressione, invece, che tutto sia predisposto per dirigere i lavoratori verso una società in cui la coercizione  di ognuno  sia la premessa per la coercizione di tutti. Questo processo di sterilizzazione dello spirito dei militanti viene mascherato con affermazioni  classiste ed unitarie le quali, sacrosante in sé, diventano in questo clima foriere di conformismo e coartazione. Certo, l’unità  è una cosa sacra a tutti i cuori dei socialisti, ma di quale unità si parla? Se questa unità dev’essere  il risultato del concorso di tutte le volontà, noi l’accoglieremo con impeto fraterno, ma se questa unità dovesse realizzarsi sulla distruzione dei princìpi democratici noi dovremmo respingerla.. Uno degli scopi essenziali del nostro partito  è di creare le premesse per la vera unità della classe lavoratrice. Unità che non può realizzarsi che sul piano democratico, dove tutte le correnti possono armonizzarsi in un concorso fecondo”.
L’uomo che  era allora, in quel momento, in procinto di abbandonare la seconda carica dello Stato onde dedicarsi interamente al tentativo di raggiungere nobilissimi obiettivi cari ai lavoratori e ai progressisti, riserva nei suoi sogni alla classe un destino ed un potere, che vanno ben al di là di quelli vagheggiati da Antonio Gramsci. Egli,infatti, fa sua la finalità del “dominio” cui il marxista sardo, come è ben noto, sostituisce la “egemonia”. Probabilmente, la differenza tutto sommato è solo lessicale, ma è significativo che la parola, anche politicamente pesante, non abbia suscitato in Saragat riluttanza. Vediamo: “ Una classe non  può assurgere a classe dominante della società se non rappresentando gli interessi di tutti. Quanto più il proletariato sarà democratico, tanto più troverà alleati, tanto più sarà forte”.
Per il fondatore del PSLI – poi PSDI – dopo essere stato, in un rapido intermezzo, PSSIIS (Partito Socialista- Sezione dell’Internazionale Socialista) -, significa lotta di classe. E infatti: “ Ma questa unione fraterna fra lavoratori delle officine, dei campi e lavoratori degli uffici, tra proletari e piccoli proprietari rurali, tra proletari ed artigiani, tra operai ed intellettuali, questa unione fraterna fra tutte le forze del lavoro può realizzarsi soltanto se essa è promossa da un partito il quale, avendo la lotta di classe come mezzo, diffonda nelle sue file a attorno a sé i princìpi vitali della democrazia.
Ci si obietta che, se il partito accettasse nelle sue file forze non proletarie, si svuoterebbe della sua sostanza classista, perderebbe la sua ragion d’essere e soprattutto diventerebbe il centro di una azione anticomunista. Ho già risposto per la prima parte; per la seconda dirò che se non intendo trattare il problema dei rapporti con il Partito Comunista  è perché soltanto la nostra Direzione potrà farlo”.
Cosa rispose per la prima parte? Ecco: “ C’è un altro pericolo, dicono i nostri critici. Voi potreste diventare un partito di piccolo-borghesi; un partito  che non avrà le caratteristiche proprie di ogni movimento socialista. E’ chiaro, compagni, che la fisionomia politica di un movimento è determinata non dalla volontà di coloro che lo dirigono, ma dalle condizioni sociali delle forze che lo compongono. Ed è chiaro che, se la maggioranza degli iscritti al nostro movimento dovesse essere formata dai lavoratori del ceto medio, la fisionomia del partito ne risentirebbe. Noi siamo certi che così non sarà”.
Come si vede, qui Saragat si sbilancia con una affermazione eccessivamente perentoria, ma poi, con una prudenza dettata dalla saggezza non meno che  dalla esperienza, mette le mani avanti ed afferma: “ Ma se, anche per un’ipotesi assurda, fosse vero che nel nostro partito i lavoratori del ceto medio dovessero prevalere sui proletari; se anche fosse vero, come speriamo, che i lavoratori del ceto medio  al nostro appello si raccogliessero in massa compatti  intorno alla bandiera del socialismo, noi riusciremmo ad impedire quello che è avvenuto nel 1922. Allora questi lavoratori del ceto medio si orientarono verso formazioni di destra e, peggio ancora, formazioni reazionarie.
Anche in tal caso noi avremo reso un servizio incalcolabile allo sviluppo democratico del nostro paese”.
Ritorna in Saragat l’antica lezione di Machiavelli che è sempre meglio prender partito che rimanere sulla sponda dell’avversario. L’intuizione saragattiana affiora con 20 anni d’anticipo sulla realtà in movimento: la classe è una collettività di interessi occorre innestare sulla classe operaia i cetimedi e il terziario. La lotta di classe, inoltre, si disperde e frantuma in un intrecciarsi di classi sociali e crea nuovi legamie nuove realtà ( c’è per intero la teoria che porterà Saragat a sostenere nel 1962 il centro-sinistra e l’apertura al PSI: l’alleanza del ceto medio e della classe operaia).
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Marxismo

Sul tema del marxismo, dunque, Giuseppe Saragat non ha innovato nulla, o ben poco, nello oramai sconvolto panorama dottrinario del barbarismo delle origini. Allora egli puntellava con forti e densi riferimenti a Marx la sua fiorente tessitura di pensiero, dove i fili della cultura risultavano strettamente intrecciati a quelli della politica. Il suo importante discorso viene in evidenza, a tratti, come un’arco scoccante dardi indirizzati non contro il marxismo, bensì contro quelle che egli ritiene le sue più volgari e grezze versioni e perversioni. Dice: “ Le interpretazioni più rozze del marxismo, che una critica illuminata nel corso degli ultimi 50 anni aveva eliminate, ritornano a galla. A coloro che affermano che questo scadimento della coscienza proletaria è dovuto al fatto che siamo entrati nel periodo delle realizzazioni, che siamo entrarti nel periodo in cui le armi della critica sono sostituite  dalla critica delle armi, rispondiamo con Marx che “ l’ignoranza non è mai stata un argomento e che precisamente nei periodi  di realizzazioni bisogna ricordarsi  che se “ il proletariato è il braccio della filosofia, la filosofia è la testa del proletariato”. Marx voleva  con questo dire che non è possibile un’azione di carattere rivoluzionario se questa azione non è animata da un pensiero critico, da un pensiero cosciente”.
Ancora: “ Abbiamo sentito pochi giorni fa in un comizio operaio  che si sono criticati i princìpi del 1789, e la cosa ci ha profondamente addolorati. Non si parla, ad un popolo che esce da venti anni di dittatura, in questo modo. Né si invochi, a tal proposito Marx. La critica che Marx muove ai Diritti dell’Uomo è una critica della società borghese; ed è una critica delle libertà borghesi. Ma se Marx interpreta tutti i rapporti attuali come rapporti di classe, lo fa ponendosi dal punto di vista di un proletariato che anticipi già nella sua coscienza quella umanità totale di cui è il creatore…
Quando Marx critica la libertà di stampa non critica il diritto degli uomini di esprimere con la stampa il loro pensiero, ma critica  il fatto che solo coloro che hanno quattrini possono farlo”.
Il Saragat di Palazzo Barberini esprime una linea nettamente anticapitalista. Ecco una piccola silloge di citazioni ad hoc: “ La nozione di libertà per noi socialisti è profondamente diversa da quella che fu elaborata dalla classe borghese nella Rivoluzione dell’89 pur avendo in essa le sue radici”. E di rincalzo: “La critica dei Diritti dell’Uomo è la critica delle limitazioni borghesi di questi diritti. Si tratta infatti di diritti limitati alla sfera politica. La libertà dei Diritti dell’Uomo è la libertà dell’uomo egoista. La libertà cui il socialismo aspira è la libertà nella solidarietà, la libertà che significa “ un ritorno cosciente, completo, all’uomo sociale col mantenimentodi tutta la ricchezza del suo sviluppo interiore” (citazione da Marx, N.d.R.). Ma questo non  vuol dire che il socialismo neghi la libertà individuale, al contrario”.
E a proposito ancora della libertà di stampa: “ Questo diritto non sarà veramente attuato se non quando tutti avranno una uguale possibilità di dire quello che pensano. Non, quindi, negazione della libertà di stampa, ma distruzione delle limitazioni borghesi della libertà di stampa. Lo stesso vale per la democrazia politica, di cui i nostri Maestri criticano precisamente le limitazioni”.
Infine, una secca, drastica, inappellabile condanna del sistema sociale attuale. Senza nessuna concessione a formule “centriste” o centrali, tipiche della più accreditata programmatica della destra riformista. Vediamo: “Nella società contemporanea tutto si sviluppa nel senso previsto dai nostri Maestri. Il sistema capitalistico rivela sempre più le sue contraddizioni e sempre più si dimostra incapace di rispondere a quel bisogno di giustizia che è veramente il più imperioso, il più urgente, il più dominante di tutti i bisogni umani”. I due piani di “giustizia” e “libertà” e il rigoroso uso della loro concatenazione diventeranno negli anni successivi la chiave di volta di tutta la problematica saragattiana.
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Eurosocialismo

In quel gelido 12 gennaio del ’47 il socialismo democratico e autonomo nasce europeista. Dice Saragat, soffermandosi sui rapporti internazionali dell’Italia: “ Tutti i problemi si accumulano e nessuno trova la sua soluzione razionale: problemi di politica estera, per cui il Paese invece di stabilizzarsi in una posizione di assoluta autonomia tra i grandi blocchi contendenti che gli conferirebbe l’autorità per stringere legami fecondi con tutti, appare turbato da forze centrifughe che fanno oscillare il centro di gravità della sua politica ora verso l’Est ora verso l’Ovest, suscitando diffidenze pericolose tanto all’Ovest che all’Est…”.
L’europeismo vetero-saragattiano si staglia sullo sfondo di una vera e propria “terza via” europeista. Questa, almeno, la sensazione da cui si è pervasi leggendo un ulteriore brano della summa barberiniana: “ La prima esigenza del socialismo contemporaneo è di riacquistare il senso di una missione che la mancanza di fede in coloro che lo hanno guidato in questi ultimi tempi gli ha fatto smarrire. Quale nobile missione! In Europa è soltanto il socialismo che appare come suscettibile di sottrarre i popoli alla minaccia terribile di una nuova guerra. Soltanto se i movimenti socialisti  prevarranno, in Europa, sarà possibile creare quella zona di pace in cui gli antagonismi  dell’Est e dell’Ovest potranno risolversi in una sintesi feconda. Scompaia questo movimento  socialista e allora l’unica forza unitaria  che oggi stabilisce un minimo di legami fra i lavoratori di tutti i paesi  verrebbe a mancare”. Si tratta di una affermazione  non isolata ma ricorrente in tutta l’opera di Saragat. Le radici ideologiche e culturali  di questa scelta comprendono le tappe dell’illuminismo, del liberalismo e del marxismo, del progressismo capitalista e del riformismo operaista. Rivive in Saragat  la stagione antimediterranea di Cavour, Gobetti, Gramsci, Einaudi e Olivetti  in un modello di sviluppo per l’Italia nata dalla Resistenza in Piemonte e Lombardia. I fautori della vocazione mediterranea  e antioccidentali troveranno in Saragat un avversario implacabile.  Egli spezzerà continuamente il filo della demagogia che si cela nel populismo e le velleità di un’autarchia culturale e politica.
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Il 18 gennaio esce l’” Umanità”, quotidiano dei “piselli”, come venivano sprezzantemente distinti i militanti del nuovo partito, saragattiani o meno che fossero, dai comunisti e dai socialisti del PSI. Lo presenta un editoriale di Saragat intitolato “La strada e la meta”, bnel quale il leader delal nuova formazione ribadisce con più celerità ma punto per punto, con sacrosanta pervicacia, i concetti che una settimana prima aveva affidati alla sua lucida e suggestiva oratoria.
Più in equivoco che mai è il “pollice verso” nei confronti delle fondamentali coordinate dell’ideologia conservatrice, dell’uso retorico e dell’abuso dei valori dello spirito. “ Noi constatiamo che la società capitalistica non può liberare l’uomo dalla schiavitù del bisogno e non può sottrarlo alla tragica minaccia di nuove dittature e di nuove guerre. L’egoismo la domina e l’ingiustizia sociale la scardina, soffocando nei singoli- privati di una ragione comune di vita e della coscienza di un comune destino – il senso stesso dell’umanità. L’ultima parola della sua saggezza è la libertà nell’isolamento dell’individuo, separato dai suoi limiti dall’abisso dell’egoismo; è la democrazia senza un denominatore comune che associa coloro i quali convivono nella stessa patria nel fervore di una missione collettiva. Si vive- quando se ne hanno i mezzi -, si vive alla giornata una vita inumana, e gli stessi ideali, attorno ai quali si formava nel passato un’anima collettiva, si scolorano oggi nell’aridità delle coscienze”.
E’ un brano semplicemente superbo – è stato scritto ai tempi di Giovanni XXIII- racchiuso nel breve giro di alcune frasi compilate d’impeto, sotto la pressione di incontenibili sentimenti.
Ancor più vigoroso e pregante, severo e fustigante, il giudizio sul riformismo  e sul rivoluzionarismo: “  In una società siffatta,come affrontare i grandi problemi sociali la cui soluzione esige il concorso appassionato  delle volontà, lo slancio operoso  delle coscienze? I partiti che in Italia avrebbero dovuto proporsi  di dare ai lavoratori  la consapevolezza del loro compito di costruttori di un ordine nuovo, fondato sulla libertà  e la giustizia, attutiscono  il generoso slancio popolare nell’aridità  di un riformismo antidemocratico, nell’eccitamento sterile di un rivoluzionarismo verboso, proprio quando l’impulso rinnovatore non poteva scaturire che da un fervore di democrazia rivoluzionaria”.
Dunque, la democrazia rivoluzionaria come antidoto al “riformismo antidemocratico” e al “rivoluzionarismo verboso”. Sempre più netta, se possibile, l’opzione per la linea della rivoluzione per consenso, in un successivo brano nel quale si coglie questo messaggio: “ Se saremo all’altezza del compito che la realtà italiana ci propone, trascineremo dietro la gloriosa bandiera del socialismo autonomo, democratico e rivoluzionario le classi lavoratrici italiane”.
Di quel remoto articolo di Saragat dobbiamo riprodurre i due ultimi capoversi avendo essi dato luogo a quella che possiamo, a ragione, chiamare una profezia. Vediamo: “Iniziando questo duro cammino il nostro pensiero fraterno si rivolge ai compagni che non han creduto di unirsi a noi, perché convinti di potere ancora lottare per i comuni ideali in quella che avrebbe dovuto essere, e non è più, la casa di tutti i socialisti. Siamo certi che li ritroveremo, e l’approvazione che un giorno ci verrà da loro cancellerà il ricordo di un distacco amaro”.
Esattamente quaranta anni dopo, i massimi dirigenti del PSI hanno detto, con la massima solennità possibile, che Saragat aveva avuto ragione. Avvenimento, questo, che sembra affondare le radici più nella magia che nella usuale logica dei comportamenti politici.
Già negli anni più duri erano venuti a Saragat ampi riconoscimenti dai comunisti e da uomini di grande prestigio, che nelle aspre e drammatiche vicende socialiste del dopoguerra non soltanto si trovarono dall’altra parte della barricata, ma addirittura furono alla testa delle correnti più accesamente antisaragattiane. Per esempio Lelio Basso, il quale alla tribuna del congresso del PSI di Milano nel ’61 disse testualmente: “Chi ritiene Saragat un uomo in malafede  non conosce Saragat”. Affermazione che tagliò corto a ogni ipotesi negativa, maliziosa.
Bettino Craxi, con il suo discorso al Congresso dell’Eur del PSDI, ha sepolto le ragioni della scissione del ’47 ed ha posto le fondamenta per la riunificazione del movimento socialista in Italia su basi socialdemocratiche.
***
Andando ben oltre le osservazioni di Craxi noi vogliamo concludere queste nostre brevi note con una considerazione più radicale: non vi sarà ricomposizione della sinistra storica in Italia se non nell’accettazione della linea che possiamo definire di matrice saragattiana.
C’è qualcuno fra i massimi dirigenti del PSDI che ha tentato di rinnegare Saragat in nome di Saragat ed ha iniziato e quasi portato a fondo l’opera di distruzione del partito da lui  voluto con un verdetto feroce che ne snatura e tradisce il pensiero e l’opera, questo” 40 anni di sudditanza alla DC”. Una politica settaria, l’assenza di preparazione ideologica, una rimasticazione di testi mal digeriti con una lettura in ritardo del leninismo, una confusa e sproporzionata ambizione di protagonismo volta al possesso fisico del partito hanno prodotto un clima che ha intossicato il PSDI e ha consegnato in larga parte la sua eredità storica al PSI di Bettino Craxi.
In questo clima, segnato tra l’altro, da una caduta morale senza precedenti e ultimamente da una sconfitta elettorale dalla  quale il partito non è più in grado di riprendersi, in questa situazione difficilissima una legione di faccendieri, di artisti del trasformismo, di commercianti della politica si va impadronendo delle spoglie di quello che fu il partito saragattiano, distruggendo anche la memoria del suo fondatore.
Ma se qualcuno ha potuto concepire l’ardita operazione di distruggere Saragat in nome di Saragat, occorre allora riaprire il dibattito sul processo unitario che il “saragattismo” voleva introdurre nella sinistra italiana in termini nuovi e comunque innovativi, recuperare l’antica tensione ideale, suscitare nuove passioni, alimentare la concezione del Socialismo come “nuovo umanesimo” e “rivoluzione democratica” da compiere.

Giuseppe Averardi

mercoledì 15 gennaio 2014

LETTO E DA RILEGGERE / SU SARAGAT E IL SOCIALISMO VIVO

Avevamo preannunciato che “Rassegna Saragattiana” avrebbe riflettuto su Saragat e sui “saragattiani” in modo completo, dialettico, per nulla che agiografico.
 In questa prospettiva crediamo utile proporvi una riflessione, pubblicata, su Facebook,  da un valente, schietto compagno  lombardiano, Giuseppe Giudice su Saragat e sui rapporti a sinistra, in quella sinistra a-comunista cui anche il nostro Peppino è appartenuto ed appartiene.




A casa mia il nome di Saragat era quasi impronunciabile. Mio nonno materno (che era il segretario amministrativo della Fed Psi di Potenza a cavallo degli anni 50 e 60) preferiva che fosse eletto Fanfani piuttosto che Saragat alla presidenza della Repubblica nel 1964. Sono ricordi lontanissimi, avevo 8 anni, eppure vivi. Questo per dire come nei vecchi socialisti del PSI era considerato il capo della socialdemocrazia italiana. Poi ho letto una serie di saggi e di interventi del presidente Saragat tra il 1927 ed il 1947, che mi hanno fatto rendere conto di come Saragat abbia quasi sempre avuto ragione. E lo dice un socialista di formazione lombardiana. Peppino Saragat è stato , dopo Mondolfo, ed insieme a Basso, il più grande interprete del pensiero di Marx nel socialismo italiano. Amico ed allievo del leader del socialismo austriaco e dell'austromarxismo, Otto Bauer (che apprezzava molto al sua elaborazione teorica) tentò con successo di dare al pensiero di Marx quella connotazione umanistica, democratica e libertaria contrapposta ed alternativa a quella giacobina ed autoritaria del leninismo e delle sue varie derivazioni. E lo fece con una attenta e minuziosa lettura dei testi. Saragat , che visse diversi anni in Austria, conosceva bene il tedesco e pare che abbia letto tutto il Capitale nella lingua originaria. Certo un certo Togliatti pare che abbia detto che Saragat aveva letto molti libri , ma con scarso profitto. Ma evidentemente mi fido più del giudizio di un gigante del socialismo democratico come Bauer che di un servo di Stalin come Togliatti. Saragat sostenne il patto di Unità d'azione tra socialisti e comunisti in virtù della difesa dal fascismo e dal nazismo trionfante. Ma sempre difendendo le ragioni della autonomia socialista nella sinistra. E nel 1939 , dopo la firma del patto Ribbentrop-Molotov , che inizia ad avere seri dubbi forse influenzato dal giudizio del grande teorico del marxismo democratico e socialista austro-tedesco Hilferding, il quale vedeva nel patto Hitler-Stalin quella tendenza ad una convergenza tra i fascismi ed il bolscevismo. Poi naturalmente l'attacco tedesco all'URSS nel 1941 cambiò molte cose. Ma è indubbio che in Saragat, come in altri socialisti che pure avevano sostenuto i fronti popolari (vedi Leon Blum in FRancia) si accentua la critica profonda verso il comunismo sovietico. Saragat nel 1947 aveva perfettamente ragione a contrastare la idea folle di Nenni e Morandi di fare le liste comuni con il PCI ed annullare la autonomia socialista. La sinistra non vive senza autonomia socialista, ce lo dice la storia d'Italia e di Francia. La unità tra partiti che rappresentano interessi sociali comuni non può annullare o nascondere le differenze che vanno dialettizzate. Ho però un rimprovero da fare a Peppino Saragat. Sbaglio gravemente a fare la scissione. Se avesse fatto la battaglia nel partito la avrebbe vinta perchè la sua posizione era molto più forte di quella di Nenni e Morandi. E quella scissione fu una sciagura per la sinistra italiana perchè diede al PCi il primato e ci costrinse ad un regime di democrazia bloccata. Inoltre Saragat (che era partito da posizioni neutraliste) entrò in un governo centrista assumendo posizioni esageratamente filo-atlantiche. Nenni stesso disse (lo rivelò Tamburrano) che se Saragat fosse rimasto nel partito gli avrebbe evitato di fare quegli errori fatali. Paradossalmente chi continuò la battaglia autonomista nel PSI furono quegli ex azionisti come Lombardi e Foa , che Saragat rifiutò di prendere nel PSLI. Un vecchio compagno socialista di Potenza mi rivelò (un fatto che mio nonno ha sempre rimosso) che mio nonno e suo fratello che erano nel 1946 nel Partito D'Azione ebbero l'indicazione da Lombardi (allora segretario del P-D'Az) di trattare con i saragattiani. Poi la cosa sfumò a livello nazionale. In realtà Lombardi, Foa e Saragat avevano del socialismo idee molto simili. E' l'assurdità di una politica italiana tagliata dalla Guerra Fredda che li ha mantenuti divisi. Ma oggi questo patrimonio ideale lo dobbiamo recuperare riattualizzandolo, ovviamente. Visto anche il fallimento. senza se e senza ma, del postcomunismo.


Giuseppe Giudice

CELEBRAZIONI 2014 PALAZZO BARBERINI – L’INTERVENTO DI CARMELO BARBAGALLO, SEGRETARIO CONFEDERALE E RESPONSABILE DELL’ORGANIZZAZIONE DELLA UIL

Ringraziando Nino Gennaro e con lui i compagni del sito http://www.solenascente.it/ 





Nel corso della manifestazione organizzata lo scorso 11 gennaio 2014, dal Partito Socialista Democratico Italiano in occasione del sessantasettesimo anniversario della “scissione” di Palazzo Barberini , subito dopo il relatore ufficiale, il giornalista e scrittore Giorgio Giannelli, ha preso la parola, vivamente applaudito, il Segretario Confederale della UIL Carmelo Barbagallo, responsabile nazionale del settore organizzazione del Sindacato di via Lucullo.
Barbagallo era accompagnato era accompagnato da una qualificata delegazione composta da  Fortunato Parisi della UIL Medici, Nino Marino della UILA-UIL e Angelo Mattone della UILTrasporti.
«Ogni scissione presuppone l’inclusione. Lo strappo serve a correggere la linea strategica di un movimento, di un partito, senza del quale la deriva ultima investirà le linee guida e decimerà consenso. È questa l’intuizione che l’11 gennaio del 1947 guidò un manipolo di compagni, coraggiosi e lungimiranti, a fondare il Partito Socialista dei Lavoratori, indirizzando verso un nuovo corso la vita politica italiana».  Carmelo Barbagallo ha iniziato, così,  il suo intervento all’assise PSDI.
Il segretario confederale della UIL ha voluto affermare con forza la necessità di coniugare idee e prassi sia nel mondo del lavoro italiano, in particolare nell’unico sindacato laico, la UIL, che nell’ambito politico, in quell’area di ispirazione socialista che tanto ha prodotto sul piano dell’emancipazione sociale e civile in Italia e in Europa.
«Abbiamo bisogno di sindacalisti che lottino per riconquistare posizioni al movimento dei lavoratori e dei cittadini - ha detto Barbagallo - che diano dignità al lavoro e ai lavoratori, che riescano nell’impresa di promuovere i giovani e le donne a protagonisti di un’Italia rinnovata e rigenerata, e c’è altrettanto bisogno di socialisti che abbiano la voglia e la passione di fare i socialisti e sappiano farlo».
Il Segretario Confederale, responsabile dell’organizzazione in UIL ha affrontato, dunque,  con decisione il nodo irrisolto dei costi della politica e dell’evasione fiscale, proponendo una diversa visione dello Stato, interpretata come servizio ai cittadini anziché come arricchimento delle varie caste e sprechi, legati all’inefficienza della macchina statuale.
Barbagallo ha sottolineato il contributo decisivo che i giovani e le donne hanno dato per  fare uscire l’Italia dalla crisi e ha indicato il metodo che deve sovrintendere alla selezione dei gruppi dirigenti nell’Italia di oggi e di domani: il merito.
«Tornare a studiare seriamente, valorizzando la scuola e l’università, reintrodurre i concorsi». Dell’indulto, dell’affollamento delle carceri, della riforma della giustizia, in presenza di Marco Pannella, attentissimo ascoltatore, ha detto che l’utilizzazione delle caserme dismesse potrebbe essere una importante occasione per trasformarli in penitenziari, consegnando, così, una dimensione vivibile ai carcerati e al corpo della polizia penitenziaria, ridando scopo e dignità ai prigionieri e alle guardie, aiutando i primi nel processo di riabilitazione e i secondi nel loro lavoro di sorveglianza».
Barbagallo nella sua disamina ha poi sostenuto che si pone stringente l’esigenza di dotare l’Italia di un sistema fiscale equo, in grado di eliminare profonde incongruenze, per cui si registra, ormai da anni, un primato nefasto: il costo del lavoro tra i più alti d’Europa, pagato dagli imprenditori sempre meno motivati ad investire, e i salari più bassi, che impediscono la ripresa dei consumi e mortificano la professionalità e la dignità dei lavoratori.
Infine, rivolgendosi ai vertici del Partito Socialista Democratico, al Segretario nazionale, Renato d’Andria, il dirigente sindacale  ha affermato che un partito socialista moderno ha bisogno di tanta e sana aggregazione, di tanta e sana politica, e deve essere in grado di coniugare in termini nuovi le parole d’ordine di Saragat “case, scuole, ospedali” nel quadro della propria azione sociale che non può non vedere al primo posto la difesa dei lavoratori.
«La frammentazione, il frazionismo, insomma insistere sulle individualità a scapito delle comunità è un errore grave. Per vincere le pervadenti omologazioni dell’economia globale sarà necessario un fronte ampio di lotta e di elaborazione, che si deve formare a partire dal comune sentire, da forze politiche e sociali che hanno ideali e azioni indirizzate al progresso della società e dell’uomo».
Barbagallo ha messo in evidenza la forza della laicità nell’esperienza italiana e europea, chiamando a testimone d’eccezione Marco Pannella, il quale, a sua volta, ha indicato - nel suo intervento del quale riferiremo in seguito - nella “Rosa nel pugno” e nell’Internazionale Socialista due "fondamenti" da cui ripartire per ridare ampiezza e profondità alle esperienze d’ispirazione laica, di sinistra democratica e socialista.
Ancora, Barbagallo ha indicato nell’elezione di Papa Francesco un rinnovato spirito di proselitismo della Chiesa cattolica, di adeguamento alle istanze della post-modernità, cui dovrebbe seguire un’analoga iniziativa degli uomini e delle donne libere, che credono nella laicità della loro individualità e in quella dello stato.
«A questo riguardo gli stessi Patti Lateranensi andrebbero rivisti», ha affermato il leader della UIL tra gli applausi di una sala attenta e piena oltremisura.


martedì 14 gennaio 2014

L'ERESIA SARAGATTIANA - UN CONFITEOR PER IL PSDI / PARTE SECONDA

Proponiamo  la seconda di tre parti, dell’ articolo di Giuseppe Averardi pubblicato, a suo tempo,  su “Ragionamenti”- Rivista mensile del Partito Socialista Democratico Italiano – Anno XV numero 176 / settembre 1988.



PARTE SECONDA

Come si vede da questi sommari appunti, scrivere la storia delle mille eresie socialdemocratiche, dovunque e comunque collocate è scrivere insieme la storia stessa del socialismo.
Ma torniamo a Palazzo Barberini.
Il documento-piattaforma per il nuovo partito lo fornì Saragat, con un discorso di introduzione ai lavori del convegno barberi ano. In esso la “socialdemocrazia” – intesa, si capisce, nell’accezione prevalsa in tutto l’Occidente dagli anni cinquanta in poi – non era in grado di vantare il benché minimo diritto di cittadinanza. Vi emerse, invece, un modello di “socialismo autonomo” – questa, allora, la dizione adoperata – rapportabile molto più a una democrazia socialista che a una socialdemocrazia.
Per rendersi conto appieno del fatto che Saragat pensava allora a un partito socialista e democratico piuttosto che ad una socialdemocrazia vera e propria, è giocoforza sottoporre a esame vari elementi di cui si compone un testo che, per il fatto di essere datato, non è certo riconducibile a polverosa scartoffia di archivio. E se non si intende “suonare” a tutti i costi “ il piffero per il partito” al quale quelle idee hanno successivamente dato vita e giocoforza, anche, attraversare i confini fra ortodossia e eresia saragattiana.

Anticomunismo

Nella varie forme che assume e nei vari tassi di intensità in cui si manifesta è certo uno dei massimi dati caratterizzanti della identità socialdemocratica. Ma ecco  come Saragat impostava la “questione comunista”  inaugurando il lungo viaggio del Partito Socialista dei Lavoratori Italiani: “ Il compagno Calosso  ha detto molto bene  che s’illudono coloro i quali pensano che il nostro movimento possa in un modo  o nell’altro orientarsi verso forme di lotta anticomunista. Mai noi potremo assumere un atteggiamento  di ostilità nei confronti dei comunisti. Quali che siano le radicali differenze che ci separano da loro, noi sappiamo  che in Italia il Partito Comunista rappresenta larghe zone della classe lavoratrice. Una delle ragioni profonde della rinascita del nostro movimento è stata appunto questa: la possibilità di portare la parola del vero  socialismo nel seno della classe lavoratrice, senza essere necessariamente costretti  e rivendicare questo diritto attraverso una polemica che potrebbe prestarsi all’accusa di anticomunismo”.
Ciò premesso  annuncia le intenzioni per l’immediato futuro: “  Liberati dalle minacce che gravavano su di noi nel partito “fusionista”, potremo  porre il problema dei nostri rapporti con i comunisti su un piano politico  non più polemico ma umano, e, ardisco sperare, fraterno. Se i “fusionisti” con il loro atteggiamento non ci avessero precluso fino ad oggi questa strada, penso che saremmo riusciti da un pezzo  a creare un movimento socialista sottratto a ogni complesso di inferiorità. Questa è  una delle colpe più gravi dei “fusionisti”.
Poi riferendosi all’offensiva denigratoria dei comunisti, aggiunse, quasi elegiaco con ironia: “ Stamane ho letto che Togliatti dice contro di noi. Una settimana  fa avrei preso la penna e avrei risposto vivacemente; oggi non sento più questo bisogno. Il compagno Togliatti ci accusa di avere lavorato contro la democrazia e la libertà. Sento tutt’al più l’amarezza  viva per questa incomprensione profonda e la volontà di dimostrare con i fatti a tutti i lavoratori italiani che siamo noi i veri amici della democrazia”.
Vediamo ora come Saragat dissertava sulla “prospettiva” dei rapporti del PSLI con i comunisti; come pensava di “organizzare” quelle coincidenze, convergenze, comunanze di obbiettivi pur parziali, intese pur circoscritte, che non possono non esistere fra partiti anche molto diversi e che tuttavia si richiamano all’ideale del socialismo: “ Ho il dovere però di rivolgere un appello fraterno ai compagni comunisti, invitandoli nel loro stesso interesse a non lasciarsi ingannare da spettri che non esistono. Il partito che sorge oggi  chiama a raccolta sul piano democratico  tutte le classi lavoratrici italiane.  Il partito comunista si propone lo stesso scopo. Ebbene ci sarà una gara di emulazione  fra noi e loro, ci incontreremo nelle fabbriche, nei campi, negli uffici, ciascuno di noi prporrà la propria fede  di fronte alla coscienza dei lavoratori, proporrà il proprio programma, ed io sono certo  che è  nell’interesse della democrazia  che un simile confronto di esperienze, di dottrine, e di programmi avvenga in una atmosfera di serenità. Da questo lavoro di emulazione  e di polemica cordiali potrà sorgere  qualcosa che avrà  assai maggior valore di una unità formale. Verrà fuori un’educazione civica nel senso di costume di vita veramente democratico. Questo è quanto ci proponiamo di fare”.
E’ facile, oggi, ironizzare- col senno del poi e con i fotogrammi della quarantennale realtà politica italiana, del socialismo, della sinistra nel suo insieme, che ossessivamente ci scorrono davanti agli occhi- sull’utopia saragattiana  dei comunisti e dei socialisti “autonomi” del PSLI che si rincorrono fabbrica per fabbrica, campo per campo, ufficio per ufficio, in una gara di emulazione, di confronto, di polemica “ad armi cortesi ed anzi cortesissime”, per accertare il tasso di verità dei rispettivi “vangeli”. Ma allora, nella euforia che inondava le eleganti sale  del grande palazzo patrizio romano, coloro che avevano abbandonato il congresso del PSIUP ( diventato rapidamente PSI per timore di un impossessamento  della sigla da parte degli scissionisti) alla città Universitaria erano ben lungi dal sospettare che, in prosieguo di tempo,  la idilliaca sfida del Presidente dell’Assemblea costituente si sarebbe rivelata oggettivamente impossibile, essendo essa inimmaginabile fra quello che già era un colosso e ancor più lo sarebbe diventato e uno smilzo partito intermedio destinato, col trascorrere delle legislature, a diventare sempre più la chiesa di tutte le eresie socialiste e comuniste.
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Antisovietismo

Altro fattore formativo dell’identikit socialdemocratico è l’antisovietismo. Però anch’esso è introvabile nelle tavole di fondazione barberiniane. Anzi, nel discorso di Saragat sono rintracciabili  ampie venature giustificazioniste relative  alla struttura e allo sviluppo dello Stato sovietico, nonché alla nascita, formazione e lievitazione del medesimo. Vediamo: “ Ma l’assurdo del nostro tempo  è che proprio quando il capitalismo vede fuori dell’uscio i piedi di coloro che dovranno portarlo via, la coscienza socialista subisce un’eclissi pericolosa. Il capitalismo crolla e viene sostituito da regimi sociali in cui la libertà stenta fiorire. La ragione profonda di questo fatto è in ciò: che le rivoluzioni proletarie negli ultimi decenni  hanno avuto il loro coronamento vittorioso non già nei paesi ad alto livello produttivo e ad alto sviluppo industriale , ma in quelli a base prevalentemente agricola. Non si tratta, beninteso, di un ripudio puerile di quello che la storia ha registrato; non si tratta di cadere nell’assurdo diniego di un atto di giustizia sociale soltanto perché si è realizzato in condizioni che non potevano dare all’ordine nuovo le sue vere caratteristiche socialiste; si tratta, però, di constatare quello che accade sotto i nostri occhi oggi. Le rivoluzioni operaie degli ultimi decenni hanno trionfato in paesi in cui il proletariato era una minoranza e l’alternativa era dittatura di destra o dittatura di sinistra, data l’assenza nella vita politica delle immense masse rurali. E’ logico quindi che le cose si siano svolte in quei paesi come si sono svolte. Ma la situazione del nostro Paese è diversa”.
Il tono, come si vede, è blando, comprensivo, pur nel rimarco ineludibile della diversità ideologica che non può non esistere fra il capo di un partito della sinistra non comunista e la realtà sovietica. In questo quadro la rinascita di una coscienza culturale e socialista dell’Italia risulta condizionata non dall’antisovietismo ma dal prendere coscienza del suicidio della rivoluzione sovietica.
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  Riformismo

Non c’è socialdemocratico che non sia pronto a giurare sull’equazione socialdemocrazia = riformismo. Ma ecco un accenno, piuttosto sorprendente, di Saragat a questa materia: “ Oggi si pensa che l’ultima parola della saggezza politica sia il riformismo anti-democratico . Noi pensiamo che debba essere la democrazia antiriformista”.
Per Saragat l’equazione ideale per il socialismo “autonomo” è democrazia = rivoluzione. Dice: “ Il socialismo moderno deve essere profondamente democratico. La democrazia non è un metodo strumentale, ma è la sostanza viva della nostra dottrina.
La democrazia è nello stesso tempo disciplina e coscienza rivoluzionaria della classe lavoratrice, perché non si tratta di sapere se la storia ci proporrà in modo diverso, quello di cui parlava ieri Togliatti nel suo “ hic Rodhus, hic salta”. Questo noi non lo sappiamo, ma sappiamo che il proletariato sarà più preparato  ad ogni evenienza quanto più sarà animato da una profonda coscienza democratica, e ciò perché la democrazia conferisce al combattente quella buona coscienza che è la forza risolutiva  di tutti i conflitti storici”.
Ai comunisti addebita una scarsa sensibilità rivoluzionaria, causata dal negligere le valenze libertarie della cultura del movimento operaio, e gli impulsi  autogestionari presenti nelle masse popolari politicamente consapevoli: “ Invece di favorire il processo autocritico dei lavoratori, invece di raccogliere le loro esperienze, invece di fare come faceva Gramsci, che era capace di interrompere la discussione di un alto consesso politico per riferire l’opinione del modesto operaio che aveva incontrato per caso o della modesta massaia, si ha l’impressione, dico, che s’intenda promuovere nella classe lavoratrice uno stato di ricettività mistica, negatrice di ogni pensiero critico e rivoluzionario”.
L’aggettivo “rivoluzionario” riempie l’oratoria saragattiana in quel mattino del gennaio ’47. E non è mai speso tanto per fare effetto, bensì per qualificare una robusta elaborazione: “ Ma questa lotta rivoluzionaria sarà efficace e produttiva solo se gli oppressi  avranno consapevolezza dell’umanità totale che è in loro e che si tratta appunto di liberare dalle deformazioni che la soffocano.
Tutta l’analisi critica dei nostri Maestri è definita dalal scoperta di questo volto umano, che al di là delle deformazioni di classe si rivela alla coscienza degli oppressi. Il proletariato lotta non solo per liberare se stesso, ma, liberando se stesso, libera tutti gli uomini. Bisogna restituire al proletariato la coscienza di questa umanità totale, di cui esso è il realizzatore, e allora veramente acquisterà quello spirito rivoluzionario che dà alla sua azione un carattere di universalità suscettibile di trascinare nel solco della lotta socialista tutti coloro che credono nella giustizia e nella libertà”.
Come si vede Saragat arriva perfino ad abusare di toni mistici e drammatici per inidcare la meta alla quale egli si vota.
In altro luogo Saragat ribadisce il concetto – chiave della sua linea: l’identificazione del socialismo democratico con la rivoluzione: “ In questo ripudio della sostanza viva dello spirito della democrazia, affermato a parole ma rinnegato nei fatti, è tutto il dissenso tra coloro che, come noi, concepiscono il socialismo come risultato delle lotte  e dell’azione cosciente della classe lavoratrice, e coloro che invece riducono la classe lavoratrice a strumento di fini che essi stessi le propongono in virtù di una verità assoluta di cui si considerano i detentori: è tutto il dissenso tra il socialismo democratico e rivoluzionario e il socialismo autocratico, è tutto il dissenso tra coloro che si pongono dal punto di vista degli interessi della classe lavoratrice considerata nel suo complesso e coloro che si pongono dal punto di vista degli interessi di un partito identificato  arbitrariamente come quello della classe lavoratrice”.
I rivoluzionari comunisti perdono la ragione positiva del loro esistere. Il suicidio della conservazione si esprime nella consapevolezza che tutto cambierà nonostante i loro desideri. L’ideale della rivoluzione è vincente se è democratico.