Rassegna
Saragattiana ha l’onore e il piacere di
pubblicare un intervento ( e speriamo il primo di tanti ) del compagno
Antonello Longo.
Il brano riguarda la
scissione di palazzo Barberini. Interessanti e attuali le conclusioni a dispetto del
fatto che l’ articolo sia stato scritto
qualche anno fa.
***
Giorno 11
gennaio, come ogni anno, i socialdemocratici si ritroveranno a palazzo
Barberini per ricordare, nell'anniversario, la scissione del 1947.
63 anni
fa, in una sala (inopinatamente non più fruibile) di quel maestoso palazzo
della Roma rinascimentale, non è nata di certo la socialdemocrazia italiana, la
cui storia ripercorre la continuità dell'anima riformista del socialismo
italiano e la cui origine è da ricercare nelle dispute di fine ottocento,
riflesso della Seconda Internazionale, intorno all'ampiezza delle basi del
movimento operaio e della sua coscienza di classe.
Nella
grande confusione spazio-temporale dei linguaggi e della terminologia applicati
alla storia del pensiero socialista, l'accezione che ritengo più pertinente
della parola “socialdemocrazia” è quella di una cultura riformista che,
all'interno del movimento socialista di matrice marxista, si contrappone alla
visione (non già rivoluzionaria bensì) totalitaria del socialismo.
I
socialdemocratici fanno, giustamente, risalire all'11 gennaio del '47 l'inizio
di una loro peculiare presenza ed esperienza politica nell'Italia repubblicana,
che non merita di essere ignorata né liquidata con superficialità, perché
contiene in sé tutto il bagaglio storico, politico e morale di quella cultura,
interpretata prima del fascismo e nell'esilio da padri fondatori come Filippo
Turati, Claudio Treves, Giacomo Matteotti, Giuseppe Emanuele Modigliani,
Camillo Prampolini, Alberto Simonini, Bruno Buozzi.
Nessuno
degli elementi che caratterizzavano nel secondo dopoguerra lo scenario
internazionale e la condizione sociopolitica dell'Italia sopravvive nel mondo
di oggi. Secondo me, dunque, è vano cercare nell'evento scissionista di palazzo
Barberini spunti di attualità politica.
Vale la
pena, invece, di approfondire il profilo storico e sottolineare il valore
ancora vivido della scelta ideale di Giuseppe Saragat, che assunse un rilievo
maggiore dell'effettivo spazio occupato negli avvenimenti successivi e rispetto
al non determinante 7% di voti conseguito il 18 aprile 1948 (livello di
consenso, in ogni caso, mai più raggiunto dai socialdemocratici italiani nelle
elezioni politiche nazionali).
I
protagonisti della scissione, in quel particolare momento storico, gettarono
sul piatto delle idee una visione politico/ideologica, quella saragattiana, che
avrebbe potuto dare a tutta la sinistra italiana una fisionomia più moderna e
una diversa consistenza se non fosse stata (poi tradita da una troppo lunga e
scialba pratica quotidiana dei piccoli spazi di potere gestiti in subordine
alla DC ed) isolata, preclusa, osteggiata e demolita dall'angusto e fazioso
conformismo culturale di matrice comunista e di retaggio cattolico
controriformista che, fin da allora, fu influente nel mediare il rapporto tra
politica e pubblica opinione.
Di
fronte, anzi dopo le dure repliche della storia non c'è più un intellettuale
“di sinistra” capace di negare (e come potrebbe?) le ragioni di Saragat e dei
suoi compagni di avventura. Ma, ecco il paradosso, il riconoscimento di queste
stesse ragioni viene usato per giustificare la fuoriuscita dalla sinistra
storica piuttosto che per ricucire lo strappo con lo sviluppo del movimento
socialista nell'Europa libera della seconda metà del novecento, provocato dalla
presenza del più grosso partito comunista dell'occidente e dalla particolare
posizione dell'Italia nello scacchiere geopolitico della guerra fredda.
Se
viviamo un tempo amaro è perché, mentre sono state archiviate come ferro
vecchio tutte le componenti della sinistra storica (che pure ha sempre trattato
con sufficienza i socialdemocratici scissionisti di palazzo Barberini) l'area
progressista si assesta attorno a un riformismo debole, non sorretto da un
progetto credibile e riconoscibile di società più libera e più giusta, annegato
nella melassa giustizialista e falso-moralista. Il risultato è che le
componenti più fertili e vivaci del ceto medio e della borghesia vengono
lasciati nelle mani della cultura e della politica di centro-destra. Una
condizione che rende la sinistra politica perdente sul piano elettorale
malgrado la sostanziale preponderanza nel sistema mediatico e che ripropone in
forma nuova il problema (che fu della prima repubblica) di sottrarre la forza
di milioni di voti popolari da un reale processo di trasformazione democratica
dello stato, delle autonomie, dell'economia, della società.
Chi dirà,
chi deve spiegare agli italiani come e perché quindici anni di seconda
repubblica hanno prodotto una democrazia virtuale ed incompiuta dove due
conservatorismi uguali e contrapposti, uno di destra e l'altro che occupa
l'area di centrosinistra, si contendono il campo guidati e manovrati da
altrettanti gruppi di potere economico/mediatico?
La
risposta a questa domanda comporta molte, problematiche difficoltà. Eppure in
tale risposta sta il compito dei pochi, disorientati, socialdemocratici rimasti
in politica, che non devono (né possono) più scendere sul terreno della
politica “politicante” ma hanno l'arduo compito (e, in realtà, l'unica
prospettiva, se vogliono rimanere se stessi) di salire sul terreno della
cultura che sottende la politica.
Il
riformismo di cui si parla oggi non è quello del socialismo democratico, che è
stato e rimane sconosciuto in questo paese, con l'eccezione dei contenuti
autonomisti e innovativi del PSI di Craxi, buttati subito via con l'acqua
sporca. Prima di scrivere questa nota ho voluto rileggere le parole pronunciate
dallo storico socialista Gaetano Arfè in occasione del 54° anniversario della
scissione di palazzo Barberini, in un discorso teso, in modo forse un po'
forzato, a dimostrare che l'attualità della scelta di Saragat consiste nel
fatto che la questione dell'autonomia socialista, rivendicata allora nei
confronti del comunismo stalinista, va riproposta (si era nel 2001) come
autonomia dal berlusconismo, anche per recuperare alla sinistra l'elettorato
socialista (del PSDI e del PSI).
I passi
che io cercavo comunque erano questi:
“interpretare
la rivoluzione di Tangentopoli come rivolta di una società civile, presunta
pulita contro la corruzione del mondo politico allontana e non avvicina la
comprensione di quella storia. L'ipotesi che io consegno agli storici che mi
seguiranno è che anche in questo episodio abbiano operato, come in tutta la
vicenda politica italiana a partire dalla formazione del primo governo di
centro-sinistra dei fattori occulti i quali, in questo caso, furono mossi dalla
decisa volontà di limitare, fino ad annullarlo, il primato della politica nella
gestione del potere, di ridurre il governo del paese, direbbe Marx, a comitato
d'affari dei potentati economici nazionali e internazionali.
Il
capitale finanziario, oggi come mai prima d'ora, nella sua tumultuosa e
turbinosa corsa non può tollerare regole che non siano quelle sue proprie. Il
parallelo sviluppo di ideologie volgarmente revisionistiche della storia, del
diritto, della economia, il diffondersi delle pratiche referendarie e
plebiscitarie, i criteri aziendalistici, anch'essi eretti a dottrina, coi quali
avviene la selezione del personale di governo nazionale, regionale e municipale
sono tutti indirizzati nella stessa direzione, mirano a dare il monopolio del
potere a chi detiene il monopolio dei mezzi di comunicazione e di imbonimento.
...
La riscoperta e la rivalutazione del ricchissimo e ancora vitale patrimonio di esperienze etiche, dottrinali e politiche del filone centrale del socialismo italiano, passato alla storia come riformista, diventa perciò il problema politico principale della sinistra italiana d'oggi. E qui mi pare opportuna un'avvertenza. Il termine riformista è oggi talmente logorato dall'uso, dall'abuso e dal cattivo uso che ha perso ogni significato. Turati stesso quando la parola entrò nel gergo politico corrente tentò di respingerla: per lui esistevano due socialismi soli, quello di chi sapeva e quello di chi ignorava che cosa la parola socialismo significasse.
...
La riscoperta e la rivalutazione del ricchissimo e ancora vitale patrimonio di esperienze etiche, dottrinali e politiche del filone centrale del socialismo italiano, passato alla storia come riformista, diventa perciò il problema politico principale della sinistra italiana d'oggi. E qui mi pare opportuna un'avvertenza. Il termine riformista è oggi talmente logorato dall'uso, dall'abuso e dal cattivo uso che ha perso ogni significato. Turati stesso quando la parola entrò nel gergo politico corrente tentò di respingerla: per lui esistevano due socialismi soli, quello di chi sapeva e quello di chi ignorava che cosa la parola socialismo significasse.
Riformista
si proclama oggi ogni modesta e molesta compagnia di ventura messa insieme per
partecipare alla lotteria delle elezioni. Riformista si proclama il residuato
maggioritario, sfiduciato e sfiancato, di quello che fu il partito comunista,
disposto a dichiarare, ignorando peraltro la dialetticità della storia, che il
comunismo è incompatibile con la libertà, ma non a riconoscere che la causa
della libertà, della giustizia, della pace dal lontano 1892 ha camminato al
passo del partito socialista. Di questa storia Veltroni salva solo Carlo
Rosselli, …ma l'operazione rivolta a collegarsi idealmente a lui, isolandone la
figura, pur di ignorare Turati e Matteotti, Treves e Modigliani, Saragat e Nenni,
è storiograficamente infondata, culturalmente sterile, politicamente inutile.”
Nella
pagina di storia scritta a palazzo Barberini l'elemento che io trovo più adatto
ad essere utilizzato come chiave d'apertura di una nuova stagione socialista, non
solo in Italia, è proprio quello, essenziale nel '47 ma poi rimasto (anche e
soprattutto da parte nostra) più negletto, dai più considerato superato e
utopico (sebbene non utopistico): l'aspetto dottrinario.
Il nuovo
partito nato a palazzo Barberini dall'ennesima scissione, a partire dal nome,
PSLI, e dal simbolo, affermò la continuità con la storia del riformismo
socialista italiano. Ma il giovane Giuseppe Saragat era andato oltre, nei suoi
scritti dell'esilio, l'impostazione riformista della generazione turatiana,
cercando un più lucido ancoraggio di sistema alle teorie marxiste, di cui una “critica
illuminata” poteva eliminare le interpretazioni “più rozze”, e
innovandole, sublimandole direi, alla luce della stessa logica dialettica
hegeliana che le ispirò.
La
rilettura “illuminata” di Marx, l'umanismo marxista, la rivoluzione
democratica, il valore della libertà, l'alleanza tra operai e ceto medio in una
nuova unità di classe, maturati dagli insegnamenti dei grandi socialisti
europei, da Engels a Turati, da Jaurès a Leon Blum, da Kautsky a Otto Bauer,
rimangono immanenti nel Saragat di palazzo Barberini, sono anzi il corpo e la
sostanza ideale su cui innestare il programma politico della rinnovata
socialdemocrazia italiana.
Mi faccio
aiutare, ancora, dalle parole di Arfè:
“Il
partito che nasce a palazzo Barberini non è nelle intenzioni dei suoi
costruttori un partito di socialismo moderato, è un partito classista che si dà
come obiettivo ultimo la socializzazione dei mezzi di produzione di scambio,
che non esclude nelle dichiarazioni di suoi autorevoli esponenti, anzi auspica,
che una volta affermata, organizzata e consolidata l'autonomia dei socialisti,
una politica unitaria del movimento operaio possa essere ripresa.
Il
marxismo, liberamente interpretato, cultura e non dogma, è la sua dottrina, in
esso è il fondamento teorico della sua autonomia ideale e programmatica. E' un
dato, anche questo, che mette conto di sottolineare in una Italia dove il
marxismo sembra essere diventato una diabolica eresia da estirpare con metodi
da Santa Inquisizione.
Marxista
è Giuseppe Saragat, continuatore critico e più volte eretico della tradizione
riformista.
…Dell'anticomunismo,
anche nei momenti di più aspra polemica, non fece mai una ideologia. La lotta
aperta e intransigente, condotta con le armi della politica, contro il partito
comunista si accompagnò all'apprezzamento delle doti di intelligenza e di
coraggio dei suoi dirigenti e al riconoscimento del contributo che essi avevano
dato alle battaglie della Resistenza e alla costruzione della democrazia
repubblicana.
...Al
marxismo si rifaceva la vecchia guardia riformista, nella cui tradizione era
l'espunzione dal proprio seno di Bonomi e Bissolati e la religiosa fedeltà alla
eredità morale e politica di Matteotti, di Turati, di Treves. Essa affluisce
compatta nel nuovo partito, organizzata nella corrente che aveva fatto rivivere
la turatiana Critica Sociale. Vi fa spicco, vicino a morire, Giuseppe Emanuele
Modigliani, apostolo ed eroe del pacifismo fin dal tempo della guerra libica.
...Della
sua generazione c'è Rodolfo Mondolfo, il più originale interprete italiano del
marxismo nella sua versione socialdemocratica, lo ha confermato con la sua
autorità Norberto Bobbio curando e presentando un volume di suoi scritti,
autore di profetici saggi sulla rivoluzione russa. Nella loro scia si muove
Giuseppe Faravelli, reduce della cospirazione, dall'esilio e dalla galera, che
nascondeva dietro il tratto arcigno e burbero qualità umane e intellettuali di
enorme ricchezza. Faravelli avanzerà riserve nei confronti del congresso
tedesco di Bad Godesberg con una duplice motivazione, una di metodo e una di
merito: che non è competenza di un congresso approvare o condannare una
dottrina, che il marxismo liberato delle distorsioni e delle deformazioni del
leninismo-stalinismo rimaneva ancora strumento insuperato di interpretazione
delle tendenze di sviluppo della società.
…La
giovane generazione è presente con due correnti minoritarie.
La
prima, europeista ante litteram, di "Iniziativa socialista",
rappresentata da Mario Zagari, Matteo Matteotti, Giuliano Vassalli e Leo
Solari, formatasi in Italia nella opposizione al fascismo, raccoltasi nella
Resistenza intorno alla grande figura di Eugenio Colorni ...La seconda è quella
di ispirazione trotzkista che faceva capo ai giovanissimi Livio Maitan,
Rino Formica e Giorgio Ruffolo.
La
Resistenza era rappresentata da Corrado Bonfantini ex-comunista e comandante
delle brigate Matteotti e da Aldo Aniasi, eroico comandante di una formazione
partigiana della Val d'Ossola.
Aderì
al nuovo partito Angelica Balabanoff, rivoluzionaria riparata in Italia
nell'età giolittiana e militante di rilievo nel partito socialista italiano,
collaboratrice di Lenin negli anni ruggenti della rivoluzione, segretaria in
Francia del partito massimalista italiano e del Bureau dei partiti
rivoluzionari, rimasta massimalista e nemica implacabile dello stalinismo e del
suo profeta.
C'è
quanto basta per ritenere e sostenere che il partito quale fu concepito e
partorito da Saragat non era un partito ideologicamente agnostico e
politicamente moderato. Nel nostro partito, egli aveva detto, fatte salve le
regole della democrazia interna, hanno pari diritto di cittadinanza tutti i
socialisti che credono nell'autonomia del socialismo, dai riformisti ai
trotzkisti.”
Socialdemocrazia,
dunque, partito ideologico, non agnostico né moderato. Le considerazioni che
oggi facciamo sulla scissione di palazzo Barberini risentono fatalmente della
consapevolezza degli sviluppi successivi della “operazione politica” allora
concepita. Ma un fatto storico va esaminato in relazione al momento in cui si
svolge.
L'Italia,
nell'inverno del '47, è un cumulo di rovine, la tensione verso la ricostruzione
morale e materiale è parossistica, la Costituzione repubblicana è solo una
bozza, De Gasperi presiede un governo tripartito (DC, PSIUP, PCI) ancora
post-bellico ed è appena stato umiliato e disilluso dalla conferenza di pace di
Parigi (cui ha partecipato con Bonomi e con lo stesso Saragat). Il Segretario
di Stato americano, Marshall, deve ancora presentare il suo piano di aiuti alle
nazioni europee, lo farà ad Harward il 5 giugno del '47 e solo nel settembre di
quell'anno Stalin formerà il COMINFORM. La guerra fredda si delinea ma la NATO
nascerà nel '49 e il Patto di Varsavia solo nel '55.
Saragat
entra nella sala Borromini senza sapere, non può esserne certo, che il fronte
popolare uscirà sconfitto dalle urne e, pur essendo sicuro della “tattica
liquidatrice” del PCI, forse non immagina quanto grande risulterà l'umiliazione
di Nenni e dei massimalisti nelle liste con l'effigie di Garibaldi. Aveva
lasciato nel marzo del '46 moglie e figli, e il comodo posto di ambasciatore, a
Parigi, spinto in tal senso dalle pressioni dei “giovani turchi” (Iniziativa
Socialista) e di Faravelli (Critica Sociale) per risolvere un “caso di
coscienza” e affrontare “il problema morale dell'autonomia del
socialismo”. Davanti al XXIV Congresso del PSIUP, il 13 aprile, egli
pronuncia (tra gli applausi della platea) un discorso che, prima e più di
quello di palazzo Barberini, fu il vero manifesto ideologico della
socialdemocrazia del dopoguerra, scolpendo, contro le tesi fusioniste, le
ragioni teoriche dell'opposizione al comunismo: la necessità di una profonda revisione
del marxismo e il rifiuto del leninismo.
Il 2
giugno 1946 l'Italia diventa una Repubblica, il 24 dello stesso mese Saragat
viene eletto presidente dell'Assemblea Costituente, incarico che, pur non
essendone obbligato né richiesto, lascerà (a Terracini) subito dopo la
scissione.
Il nuovo
congresso del PSIUP è convocato a Roma dal 9 al 13 gennaio 1947, non tutti gli
autonomisti, ridotti attorno al 20% dai contestatissimi congressi provinciali,
vi partecipano. La mattina dell'11 Saragat abbandona il congresso e, nel
pomeriggio, raggiunge palazzo Barberini, dove già sono i “giovani turchi” e i
dirigenti dell'FGS con in testa Leo Solari. (Ri)nasce il Partito Socialista dei
Lavoratori Italiani.
L'esule,
il teorico marxista che aveva speso buona parte della vita a ricucire i
rapporti tra le componenti socialiste e tra queste e il partito comunista per
affrontare insieme la lotta contro il fascismo, ha 48 anni quando entra a
palazzo Barberini per consumare la “sua” scissione. Già sente nell'aria il
rombo della denigrazione e della calunnia da sinistra, l'implacabile,
sprezzante (falsa) accusa di un'azione finanziata dal governo americano, ideata
e diretta dalla destra e dai grandi capitali, ed avverte su di sé un peso
maggiore di quello che poi realmente sarà assegnato dalla storia alla sua
scelta, vissuta al lume di una ineludibile responsabilità “di coscienza”:
“non c'erano che due
soluzioni: o rinunciare a battersi per l'idea che ci è cara, oppure fare quello
che abbiamo fatto”, cioè un'azione di rottura dell'unità socialista che
sarebbe stata accusata di voler colpire l'unità della classe operaia e favorire
la reazione. Ma l'amico d'infanzia di Piero Gobetti coltiva la religione del
dovere e “il nostro dovere è continuare l'opera di proselitismo, iniziata or
sono cinquant'anni dai nostri grandi Maestri” (tra cui Giacomo Matteotti
che, come ricordò un accorato Faravelli, aveva detto un giorno: “i
socialisti con i socialisti, i comunisti con i comunisti”).
Con la
mentalità di oggi è difficile crederlo ma Saragat, come Nenni del resto, agiva
solo per ragioni ideali. Dietro la scissione non c'erano calcoli tattici né
ambizione personale. I famosi finanziamenti americani, procurati da Faravelli,
non hanno niente di misterioso, tanto che il ricercatore catanese Alessandro De
Felice ne ha ricostruito l'intero ammontare servendosi di documenti originali:
i sindacati italo-americani di Luigi Antonini e Vanni Montana fecero pervenire
(prima alle correnti di Iniziativa Socialista e Critica Sociale, poi al nuovo partito
ma per un tempo limitato) contributi di entità non straordinaria anche se
vitali per una struttura politica che doveva essere inventata dal nulla.
Saragat
non aveva in mente un piccolo partito, tutt'altro. Sperava di trovare un
seguito significativo nell'ambito del ceto medio, da cui non desiderava essere
schiacciato ma che pensava di sottrarre al richiamo della DC. E soprattutto
credeva di poter agire sui rapporti di forza col partito comunista fra gli
operai, prospettando loro una diversa, più civile, più umana concezione della
lotta di classe. “La storia della scissione di palazzo Barberini - dice
Arfè - è la storia di un tentativo, audace, storicamente fallito e tornato
politicamente attuale, di comporre in dialettica unità, nel comune segno della indipendenza
dal gioco delle politiche di potenza, le forze del movimento operaio
socialista, per farne, in un quadro di solidarietà europea, la forza dirigente
del processo di ricostruzione di un paese uscito dalla più grande catastrofe
della sua storia.”
La storia
successiva non terrà fede alle premesse por motivi di rilievo storico e per
ragioni politiche anche di basso profilo. Il PSLI, poi PSDI non sfonderà mai
alle elezioni politiche, buona parte della classe dirigente che aveva seguito
la scissione si perderà per strada a causa delle gravi divisioni sulla politica
estera tra i teorici del terzaforzismo e i fautori dell'Alleanza Atlantica ed
anche della diversa concezione dei rapporti con la piccola borghesia. Saragat
diventerà (pur senza gestire mai grande potere) una delle maggiori personalità
di governo del centrismo (epoca che gli storici cominciano a rivalutare, poiché
coincise con la ricostruzione dell'Italia, con la sua provvida scelta
occidentale, con il suo miracolo economico) lasciando l'originaria ispirazione
marxista quasi come un “porto sepolto” della sua anima ombrosa e solitaria ma
sostanzialmente estranea in corpore vili al PSDI. Egli affermerà sempre
di più, fino alla presidenza della Repubblica, la sua natura di uomo di stato
senza mai tenere in conto gli interessi del partito che aveva fatto nascere. Le
sue vere preoccupazioni furono quelle di riannodare i fili dell'unità
socialista (che rinascerà e morirà durante il suo soggiorno al Quirinale,
lasciando vieppiù impoverito e defedato il gruppo dirigente socialdemocratico)
e preparare (con successo) la strada al centro-sinistra.
Il resto
è la cronaca della nostra generazione. Saragat
non fu solo né incontrastato nella costruzione del nuovo partito. Ma egli
prevalse (malgrado un gran brutto carattere) per la sua patente superiorità
intellettuale e si può ben dire che il ricordo di palazzo Barberini è tutto
imperniato sul pensiero e sulla figura dello statista torinese. E se di questo
pensiero, praticamente enciclopedico per estensione e per dottrina, ho voluto
qui cogliere solo l'aspetto (che potrebbe sembrare archeologia politica)
dell'adesione critica al marxismo è per farne spunto di riflessione sul
presente.
L'uomo
Saragat parlava sempre come un maestro dalla cattedra. Cosa resta della sua
lezione?
Chi
scrive questa nota conobbe il vecchio leader, ormai ottantenne, dopo la fine
del suo mandato al Quirinale. Vidi sempre, in pubblico, nelle poche occasioni
in cui venne a presiedere il Comitato Centrale, un nume svagato e scostante.
Andai qualche volta a trovarlo nella sua casa di via della Camilluccia, con
altri giovani o accompagnando alcuni dei maggiori dirigenti del partito a
quell'epoca. E vidi un padre stanco e disilluso sulle virtù dei suoi figli, cui
parlava ancora come un maestro agli scolari, non di politica ma di filosofia,
di scienza, di letteratura. Si esprimeva esattamente così come avevo letto sui
libri, ogni frase era una citazione fatta a memoria, spesso in lingua
originale. A noi giovani diceva: “perché continuano a chiedermi consiglio
sulle scelte da fare? Un vero dirigente non cerca mai la strada della
convenienza, deve sentire dentro di sé qual'è il dovere di un socialista”.
Il tempo
è passato senza costrutto, un nuovo millennio è in corso. Qual'è il dovere dei
socialisti?
“In
Italia le caratteristiche fondamentali della psicologia politica ondeggiano fra
l'assenza del senso statale e l'assenza del senso di libertà”. Sembra una
foto scattata oggi eppure sono parole pronunciate da Saragat nel 1925.
L'impegno
profuso per limitare gli spazi di rappresentatività, quindi di agibilità
democratica, non ha portato alle forze a vocazione egemone i benefici sperati
sul piano dell'efficienza e della coesione di governi, maggioranze e
schieramenti d'opposizione Ai partiti-contenitore della cosiddetta seconda
Repubblica manca un “pensiero”, cioè un organico ordine di principi,
un'idea-forza alla quale riferire le politiche del quotidiano; pertanto essi
non sono in grado di concepire e guidare un processo profondo e coerente di
trasformazione anzi seguono, si mettono a rimorchio di umori e interessi
cangianti di parti della pubblica opinione e di pezzi dell'economia e della
finanza, di cui assecondano le rivalità nel contendersi il monopolio dei
mercati oggi più interessanti: quelli del denaro e delle comunicazioni. Non si
tratta della “morte delle ideologie” ma della fine della politica. E si scrive
fine della politica ma si legge fine della sinistra.
Il
processo di trasformazione del PCI, volutamente, non è approdato al socialismo
democratico, a differenza di quanto avvenuto persino ai partiti comunisti
dell'ex cortina di ferro. Una scelta non dettata da bisogno di modernità ma
legata all'antica vocazione al compromesso consociativo con gli “'interfaccia”
cattolici della prima repubblica, facendo (almeno finora) della nuova “cosa” PD
(Partito Democratico, all'americana) oggetto di particolare interesse da parte
di cittadini cui preme di più “conservare” quanto loro appartiene piuttosto che
innovare la società nonché da parte dei gruppi socio/economici più sensibili
all'assistenzialismo e al parassitismo.
Ora, non
può concepirsi una nazione moderna in Europa in cui non si trovi almeno un
settore della sinistra politica che rifletta la cultura, la tradizione, i
contenuti, la rappresentatività sociale del socialismo di formazione riformista
e democratica. A nessuno fuori d'Italia verrebbe in mente di dire che la
socialdemocrazia è morta, pur se attraversa un periodo di difficoltà sul piano
elettorale.
La socialdemocrazia,
come tutte le politiche del resto, va sempre aggiornata agli effettivi sviluppi
dell'economia ma rappresenta una parte necessaria del pensiero politico
democratico, prefigurando come suo sbocco ideale una determinazione socialista
della democrazia (non viceversa, cioè una determinazione democratica del
socialismo). La sua crisi in Europa e la sua totale assenza in Italia sono
parte essenziale del dramma che impedisce la nascita di una federazione
politica europea e ostacola lo sviluppo della democrazia italiana.
Il nostro
dovere è fare rilevare contraddizioni tanto gravi, così palesi, profonde al
punto da compromettere il futuro delle giovani generazioni italiane. E mi
soffermo in prevalenza sulle questioni che riguardano una delle parti perché l'avvenimento
di palazzo Barberini può essere inserito soltanto nel terreno storico, nel
contesto sociopolitico, nella realtà culturale della sinistra.
Ora come
allora, sorge ai di “saragattiani” un problema di verità e di coscienza.
Saragattiani
sì, nel 2010, donne e uomini che rivendicano il diritto all'idealismo come
presupposto necessario dell'azione politica, che sanno che senza equità non c'è
libertà e senza libertà non c'è giustizia; che credono ancora nella
“rivoluzione democratica” come affermazione della coscienza degli interessi
comuni, di “un'anima collettiva” dei “proletari” da far pesare attraverso gli
strumenti della democrazia rappresentativa per rimuovere, pezzo a pezzo, le
cause dell'ingiustizia.
Chi sono
adesso i proletari? Quelli di una volta, operai, braccianti, contadini, piccoli
proprietari,commercianti, impiegati, artigiani, professionisti, intellettuali
come i nuovi poveri del giorno d'oggi, disoccupati, precari, immigrati e gli
ultimi, quanti non hanno nulla, e ce ne sono tanti, di ogni colore.
Frugando
alla rinfusa nel nostro passato, nella complessità, che a volte diventa
contraddittorietà, della storia, ognuno può trovare appigli alle scelte più
disparate. Ma assumere, nell'attuale contesto politico italiano, palazzo
Barberini come fonte della propria identità politica non offre alcun vantaggio
pratico e, in particolare, non consente avalli teorici di sorta per opzioni di
schieramento; al contrario, è una scelta che ci rende antagonisti del sistema
nel suo complesso.
Non sono
pochi i cittadini che si rendono conto dell'illusorietà, della grande menzogna
del sistema bipolare all'italiana, che ne colgono, a pelle, il nesso tra la
volgare ferocia delle forme e il vuoto di valori della sostanza.
Trovare
ruoli e spazi di agibilità politica non è semplice, è il problema che abbiamo
davanti. Eppure da un punto bisogna ripartire per creare un gruppo politico
consistente e visibile che al vuoto riesca a contrapporre il pieno di un
programma rigoroso legato ad una forte idealità.
La sensazione,
più che opinione, di chi scrive è che, unendosi, coloro i quali in ragione
della loro mentalità e formazione si sentono estranei al sistema oggi
dominante, possano trovare campo fertile per una nuova iniziativa politica sul
versante della sinistra politica italiana ed europea, valorizzando in questo
processo anche le superstiti, piccole, sparse formazioni socialiste e laiche.
Per un'offensiva di verità (la “nostra” verità, s'intende, quella delle nostre
idee dichiarate con chiarezza, con fermezza, con coraggio e con lealtà), da
muovere con le forze e gli strumenti che ci restano. Sapendo che l'inverno sarà
freddo e la marcia lunga e faticosa.
Antonello
Longo

