Pubblichiamo, diviso in tre parti, il bellissimo e ben documentato articolo di Giuseppe Averardi
pubblicato, a suo tempo, su “Ragionamenti”- Rivista mensile del Partito Socialista
Democratico Italiano – Anno XV numero 176 / settembre 1988.
Sarebbe ora che qualcuno si
impegnasse in un discorso globale ed articolato, volto a dare organicità e
sostanza alle mille eresie che permearono e attraversarono la ricca stagione
della socialdemocrazia italiana, in tutte le sue forme, di partito e di
movimento.
Il barberinismo ha celebrato i
suoi fasti nel gennaio 1987 con il congresso del PSDI, cioè del partito fondato
più di quarant’anni or sono a Palazzo Barberini, sulla scia della secessione
autonomista dal PSIUP, dall’uomo che da pochi mesi ci ha lasciato, Giuseppe
Saragat.
Stando a una oramai sovrabbondante
produzione giornalistica e pubblicistica, a tutta una letteratura politica sia
di sostegno che di contestazione, a una saggistica collocata sul terreno della
elaborazione culturale o della battaglia ideologica, la secessione barberiniana
sarebbe servita a Giuseppe Saragat – visto pressoché come il protagonista unico
e solo di tutta l’opera – per varare, sic et simpliciter, hic et nunc, una
socialdemocrazia vera e propria, dalle tinte sfumatissime, dai contenuti
ultramoderati, da affiancare a tambur battente alle altre formazioni centriste
coinvolte nello schieramento anticomunista.
Questa tesi è stata sostenuta per
decenni da uno schieramento che va dal Partito comunista sino alla destra
democristiana e missina.
Ebbene, ciò non ha il benché
minimo rapporto con la realtà di allora e, sia detto per inciso, con la
personalità e le idee professate dal discepolo di Turati, come vedremo in
prosieguo della esposizione. Se infatti è certo che Saragat era l’uomo più
prestigioso dell’autonomismo, anche per
carisma e tradizione personale, altrettanto accertato è che egli ne capeggiava
soltanto una parte – quella, cioè, facente capo alla rivista turatiana “Critica
Sociale” – peraltro divisa in una frazione potenzialmente governativa,
occidentalista, filo statunitense, anti/Botteghe Oscure, moderata e in un’altra
molto diversamente orientata, tenute insieme dalla mediazione saragattiana.
Tutto sommato, era proprio l’ex firmatario del patto d’unità d’azione con il
PCI il leader antifusionista più prudente, più riservato rispetto ad una
prospettiva scissionistica, più attento – pur nella intransigenza sulle
questioni di principio – alle possibilità di conciliazione fra le varie anime
del PSIUP attraverso una graduale riduzione delle tensioni. A chi lo sollecitava a rompere gli indugi,
egli invariabilmente rispondeva che prima di assumersi la responsabilità di
spaccare il partito socialista, il secondo partito della ancor fragile
democrazia italiana, esigeva l’assoluta sicurezza della inesistenza di altre e
meno traumatiche soluzioni del problema di una effica tutela delle valenze,
delle peculiarità del retaggio socialista.
Coloro che invece più vivamente
premevano per la messa in discussione della sempre più difficile convivenza con
i fusionisti – nel linguaggio di allora così erano definiti i fautori del
partito unico della classe operaia – erano i leaders di “Iniziativa
Socilaista”, una composita sinistra dell’autonomismo nella quale non mancavano
sfumature estremiste e , addirittura, trotzkyste, presenti soprattutto nella
federazione giovanile, vera e propria organizzazione di massa alla cui
segreteria era riuscito ad insediarsi Livio Maitan, un intellettuale veneziano
rappresentante in Italia della IV Internazionale, fondata, appunto, da Leone
Trotzky. La denominazione della corrente era ricavata dalla testa della rivista
che ne rispecchiava la elaborazione teorica e la proposta politica e che, a
livello europeo, era collegata con la pubblicazione francese “Masses”, organo
della sinistra della SFIO, nel comitato direttivo della quale figurava Guy
Mollet.
Da tenere presente che la più
nera delle bestie degli iniziati visti era
il raggruppamento gestito da Lizzadri, Cacciatore, Gaeta, Tolloy – veri
e propri ultras del paracomunismo più ortodosso e del protosovietismo più allineato
– che si esprimeva mediante le pagine del periodico “Compiti Nuovi” e faceva
riferimento a Nenni e Morandi.
Gli aspetti più significativi
della polemica di “Iniziativa” contro la sinistra fusionista e la destra
riformista concernevano tutta una serie di reazioni di rigetto, costitutive di
quello che oggi chiameremmo un “fronte del rifiuto”: rifiuto di collaborazione
con la monarchia, con i partiti interclassisti e di destra del CLN e nei
governi di sua emanazione, con le forze economiche per la ricostruzione
capitalistica, con le potenze occidentali in funzione antisovietica, con l’URSS
in funzione antioccidentale, con la sinistra di radice borghese, con il PCI
staliniano e burocratizzato.
In positivo, si propugnava
l’Europa socialista e neutrale; la liquidazione del carattere borghese della
democrazia; un socialismo con pronunciatissime connotazioni antiburocratiche,
libertarie, partecipazioniste, autogestionari; la fine di ogni rapporto
concordatario con la Chiesa. Punta
di diamante e ala dinamica dello schieramento iniziati vista era, come già
detto l’organizzazione giovanile, il cui periodico recava una significativa
testata: “Rivoluzione Socialista”.
Maitan fu certamente il leader
più di sinistra della FGS: uscì dal partito dopo l’adesione saragattiana –
vanamente contrastata da “Iniziativa” – al centrismo degasperiano e aderì al
frontismo nel corso della riunione costitutiva al cinema Planetario di Roma.
Dopo il 18 aprile ’48 si dedicò alla diffusione della cultura trotzkysta, alla
pubblicistica storico-rielaborativa, alla costruzione dei nuclei italiani della
IV Internazionale. Fra le sue opere fanno particolarmente spicco: “Attualità di
Gramsci e politica comunista”, “Trotzky, oggi”, “Teoria e politica comunista
nel dopoguerra”.
Gli altri segretari “storici”
furono Matteo Matteotti, Leo Solari, Luciano Rebuffo. Solari, attualmente
presidente di un importante ente su designazione del PSI – l’”Ente nazionale
assistenza previdenza pittori scultori musicisti scrittori autori drammatici”-
qualche anno fa ha licenziato alle stampe un’agile e documentata storia dei
cadetti del socialismo italiano di quei lontani, romantici anni, apparsa sotto
il titolo “I giovani di Rivoluzione Socialista”. Il volume è oramai
introvabile. Leo Solari ( che è oggi collaboratore autorevole della nostra
rivista) ci ricorda una immagine del
1947: quella di un suo comizio romano in piazza Cola di Rienzo, disturbato da
comunisti e fusionisti che gridavano “cambio dollari”. E lui, imperturbabile: “
Ci chiedono se siamo anticomunisti o filocomunisti. Noi rispondiamo che siamo
socialisti”. Perfetto. Mai affermazione fu di maggiore attualità.
I nomi degli esponenti più in
vista di “Iniziativa” erano a parte i segretari giovanili testè menzionati ,
Mario Zagari, Giuliano Vassalli, Lucio Libertini, Corrado Bonfantini, Ezio
Vigorelli, Ugoberto Alfassio Grimaldi, Italo Pietra, Virgilio Dagnino ed altri
di cui mi sfugge il nome.
Le pressioni per una radicale,
esaustiva, resa dei conti con il fusionismo e il parafusionismo – nonché con l’unitarismo
incondizionato di personalità e gruppi tendenzialmente autonomisti, ma che mai
e poi mai avrebbero aderito ad “amputazioni” – venivano anche dagli ambienti di
una sinistra minore ma interessante, esterna al PSIUP.
Era il caso di un raggruppamento
caratterizzato da grnde mobilità culturale e sorprendente fantasia ideologica,
il quale aveva assunto, di volta in volta, denominazioni svariate quali
“Movimento Partigiano”, Unione Spartaco, Federazione Libertaria. Suo leader
riconosciuto era Carlo Andreoni – un ex comunista attivissimo nel Comintern e
con molti anni di galera sulle spalle, antistalinista passato nelle file
socialiste, vice segretario generale del PSIUP uscito dal partito dopo la firma
del patto di unità d’azione col PCI, giornalista colto e brillante con
attitudini alla polemica – coadiuvato da un piccolo stato maggiore formato da Antonio
di Tota, Bruno Valerj, Valentino Marafini, Comunardo Braccialarghe, Lino Dina,
Paolo Possamai, il noto commediografo e giallista di Mondadori anni trenta Ezio
D’Errico e altri.
Costoro compilavano un
settimanale molto originale, piacevole e pugnace la cui testata fu , in un
primo tempo, “Il Partigiano” e, successivamente, “L’Internazionale”. Inoltre,
organizzavano dibattiti di largo interesse intellettuale e politico, che
venivano in evidenza come occasioni di incontro per tutti i più svariati e
“catacombali” gruppuscoli del sinistrismo anticonformista, controcorrente,
eretico ed emarginato: trotzkysti, bordighisti, anarchici di varia scuola,
spartachisti, antistaliniani di ogni tendenza, estremisti di ogni genere e
specie.
In un clima aspramente
vertenziale giornale scritto e giornali parlati producevano a tutto spiano contenziosi
all’acido prussico; sparavano bordate veementi contro l’URSS ufficiale, lo Stato-guida,
il PCUS-guida, il PCI “emanazione di Mosca”, il fusionismo psiuppino, i
riformisti, i socialisti imborghesiti cooperanti con la borghesia e i suoi
governi, l’imperialismo anglo-americano, l’imperialismo sovietico.
In verità oratori e pubblico di
queste riunioni erano parenti stretti di “Iniziativa Socialista”, rispetto alla
quale si differenziavano per la davvero eccessiva esasperazione del linguaggio
e per la violenza concettuale, con ogni probabilità generate dall’isolamento,
dal non sentirsi responsabilizzati dalla militanza in un grande partito,
dall’odio per i comunisti – quelli di allora!- e per i loro alleati del PSIUP,
che li perseguitavano ed avevano creato intorno a loro una sorta di cordone
sanitario denunciandoli come spie della polizia, agenti provocatori,
manutengoli del fascismo, sabotatorti dell’unità della classe operaia e della
solidarietà democratica, arnesi dei serviazi segreti anglo-americani.
Ed è appena il caso di aggiungere
che nelle zone rosse del Nord, nel contesto di un dopoguerra che non era
villeggiatura per nessuno, questi “ultrarossi” rischiavano la pelle.
Ovvio è che si trattava di accuse
strumentali o cervellotiche, autentici frutti tossici dell’odio ideologico,
dell’estremizzazione delle contese politiche tipica di tutti i periodi di
sconvolgimento.
Questo clima di intolleranza non
fu senza conseguenze, con i suoi risvolti psicologici, nel destino politico
degli andreoniani, i quali confluiti con Palazzo Barberini nel Partito
Socialista dei Lavoratori Italiani – denominazione ben più significativa ed
ampia di quanto si possa e si voglia immaginare, rispetto alla successiva di
Partito Socialista Democratico Italiano- non appena prese avvio il meccanismo
della dialettica interna invece di schierarsi, giusto le attese di tutti, con
“Iniziativa” aderirono invece alla destra più estrema. In rapporto a ciò si
parlò e si scrisse di una loro scarsa serietà intellettuale e ideologica, di
opportunismi di bassa lega, di mestierantismo, di resa incondizionata al social
moderatismo.
Il “Contachiaro”, massimo
ebdomadario satirico dell’epoca, pubblicò un’articolo più accorato che
inquisitorio intitolato “Addio Carlo Andreoni”, rinfacciando al capo
riconosciuto della scapigliatura contestazionista incostanza di propositi e
imborghesimento galoppante.
La verità era un’altra: la logica
della contrapposizione frontale, del muro contro muro, della tensione
permanente con il PCI, con quel PCI – peraltro intrisi di fatti personali, di
rancori duri a morire, di amarezze insuperabili – non poteva che condurre
Andreoni e i suoi amici su di una linea da essi ritenuta , a torto o a ragione,
la più anticomunista possibile e dunque la più giusta perché il comunismo
staliniano era per loro il vero avversario da battere, da liquidare, nello
stesso interesse della Sinistra, e addirittura della Sinistra rivoluzionaria.
ùNon si demonizzano il “nazional-comunismo” di Togliatti e il
“social-patriottismo” di Nenni, non si propugna la partecipazione alla guerra
dei militanti della Sinistra in forme e formazioni autonome sabotando la sola
ipotesi di richiamo alle armi gestito da un governo con presenza “social
comunista”, non si indicano Togliatti e Nenni come agenti di Stalin e frenatori
della rivoluzione proletaria in omaggio agli interessi statuali dell’URSS senza
dover trarre poi tutte le conseguenze da queste rotture in chiave viscerale, e
di una tale visceralità da indurre a contraddire, a destra, le stesse
intuizioni libertario-spartachiste che ne avevano qualificato l’azione prima di
Palazzo Barberini.
Andreoni e i vari Valerj 8 il
condirettore del settimanale), Di Tota etc. non erano dei corrotti: erano,
anzi, gente simpatica, in pienissima buona fede, intellettuali affascinanti
pieni di verve, poveri in canna, cui mancavano sempre i classici diciannove
soldi per fare la non meno classica lira.
Non erano neanche dei confusionari. Erano dei passionali appartenenti a
una sorta di anticipazione del Sessantotto, dei “ soli contro tutti”, dei
dannati nel girone dell’eresia permanente . Insomma degli “autogestiti” utopisti ed individualisti, dei minoritaristi
per eccellenza e per vocazione, i quali, proprio perché tali, erano soggetti ad
oscillazioni, a sbandamenti, a fughe in avanti, ad astrazioni
intellettualistiche, a complessi di superiorità destinati – a più o meno breve
scadenza – a risolversi in naufragi psicologici sotto la pressione di negative
circostanze in virtù delle dure repliche della storia, per la pronta rivincita
della realtà sugli schemi dottrinaristici e sul rifiuto di colmare quello che Nenni
usava definire lo iato che separa l’ideale dal reale. Ovvio è che, dopo avere
pagato tutti e fino in fondo i prezzi che questo modo di concepirsi e di venire
in evidenza non poteva non comportare, gli andreoniani avrebbero compreso
l’importanza di affondare salde radici in una formazione partitica solidamente
strutturata, di grandi tradizioni, dotata di alleanze precise e non in contraddizione
con la propria natura, capillarmente diffusa nel corpo vivo e pulsante della
società civile, in possesso di una linea politica persuasiva, di una
piattaforma ideologica attraente. Ma quando furono felicemente dominati da
questa divinazione peccarono – lo abbiamo visto – di incoerenza nella opzione
per l’ala destra del PSLI; e quando da
essa si dissociarono era ormai troppo tardi per agire unitariamente, come
gruppo di pressione contraddistinto da un cospicuo messaggio ideologico di
taglio più o meno “rivoluzionario”. Ad un certo momento vicende e vicissitudini
individuali li sparpagliarono lungo il variegato arco di una sinistra non
comunista divisa, rissosa, amareggiata e, no di rado, diluita in una
gruppettistica priva di chiaroveggenza e di prospettive.
***
All’ avvio degli anni sessanta, in
coincidenza con il pieno ancorché faticoso dispiegarsi del processo di autonomia
del PSI, nel modo degli studi interessato agli eventi del movimento socialista
degli anni bui si producono lavori volti ad approfondire, in chiave critica,
l’analisi della diaspora del ’47 e degli accadimenti che la precedettero.
Per esempio, Antonio Landolfi, in
un volume licenziato alle stampe per i tipi della “Lerici” e apaprso sotto il
titolo: “ Il Socialismo Italiano: strutture, comportamenti , valori”, afferma
quanto segue a proposito degli incerti, deboli, contraddittori comportamenti
delle correnti autonomistiche del PSIUP che avrebbero poi, dato vita la partito
separato: “ Le stesse minoranze “autonomistiche” del gruppo dirigente del PSIUP, divise fra di
loro, sul piano politico, fra un’ala che si ricollegava alla tradizione turatiana della Critica
Sociale, ed un’ala che aveva acceso la polemica “da sinistra” con la direzione
del partito, non sapeva opporsi con la necessaria fermezza alle manovre
fusioniste, accettando nella sostanza la prospettiva dell’unità organica, sia
pure rinviandola nel tempo.
Se l’unità organica era possibile
ed auspicabile, come riteneva il gruppo dirigente del partito, maggioranza e
minoranza, nessuna argomentazione valida poteva allora essere addotta perché essa venisse dilazionata nel tempo. Le
condizioni politiche internazionali ed interne sembravano infatti lwe più
favorevoli, non ad ostacolare, ma a stimolare la costituzione del partito unico dei lavoratori. Del resto,
PCI e PSIUP perseguivano dal 1943 la stessa politica: quella dell’unità
nazionale antifascista, della collaborazione
con i partiti democratici del CNL, con la luogotenenza, e con le forze
alleate di occupazione.
La divergenza di fondo tra i
comunisti e i socialisti era nella
prospettiva politica degli anni futuri, non nella posizione politica di allora. E quando le minoranze
autonomistiche del gruppo dirigente accettavano appunto le prospettive della
fusione con i comunisti, esse finivano per annullare ogni elemento reale di
divergenza fra il PCI e il PSIUP, rinunciando
quindi nella sostanza ad
esercitare con efficacia la loro funzione autonomistica…. In realtà qualcuno poteva credere, con un errore di
valutazione politica, che il PSIUP, in quanto partito numericamente più
forte, avrebbe finito per assorbire il
partito comunista, di dimensioni più ridotte”-
Qualcuno chi? Per esempio Pietro
Nenni, il quale in sede di Consiglio Nazionale non si peritava di affermare: “
La nostra aspirazione è quella di arrivare alla formazione di un partito unico
della classe lavoratrice. Sento dire che alcuni compagni di questo hanno paura. Siamo oggi 700.000
socialisti, saremo tra poco più di un milione di socialisti organizzati. Che
cosa può farci paura?”.
Ecco un ragionare solo apparentemente
lapalissiano, nel quale si stenta a
capire dove finisce il candore e comincia l’astuzia.
Indubbiamente varie sirene e
incantatori di serpenti erano all’opera per addormentare la coscienza autonomista. Tanto vero che in
un editoriale della “Critica Sociale”
del 16 marzo ’46, scritto alla
conclusione di una successiva adunanza del Consiglio Nazionale, era possibile
leggere: “ Tutto l’atteggiamento del partito sembrò orientato verso la fusione, che al paese apparve come
una messa in liquidazione del PSIUP”.
Da parte di certuni si è ritenuto
di potere affermare che, in realtà, il vero artefice della operazione di
Palazzo Barberini fosse Lelio Basso, estremizzatore di tutto e di tutti, votato ad una avversione
illimitata per tutto ciò che in qualsiasi modo e in qualunque misura sembrasse
adombrare un qualche riferimento al riformismo e alla socialdemocrazia. Ebbene,
chi ha sostenuto questa interpretazione si è spinto sino alle soglie della verità, perché Basso – uomo di ferrea
coerenza, sorretto da una non superabile
intransigenza – vagheggiava la “purificazione” del partito, ossia la totale
epurazione delal frazione riformista riconosciuta come tale ( Critica Sociale)
e di quella destinata a diventarla (Iniziativa Socialista). A proposito
dell’azione del “piccolo Lenin”(così lo chiamavano gli autonomisti) conviene
riprendere dal volume di Antonio Landolfi un brano abbastanza siginificante ed
illustrativo: “ Raggiunto l’accordo fra le varie tendenze sulla impossibilità
di dare attuazione alla fusione, si fece subito strada nella maggioranza
direzionale una tesi altrettanto pericolosa per l’esistenza del partito, ed
ancor più suggestiva di quella dell’unificazione a breve scadenza. Questa tesi,
di cui il più coerente assertore fu Lelio Basso, considerava inattuale il
problema della fusione per la scarsa forza organizzativa e di apparato del PSIUP
nei confronti dei comunisti, e proponeva in conseguenza, allo scopo di
rafforzare il partito e porlo in condizione di affrontare l’unificazione, l’adozione
di un modello organizzativo analogo a quello adottato dai comunisti, fondato
sulla costruzione di un apparato altrettanto centralizzato di quello del PCI”.
Quindi un rapido schizzo della connotazione ideologica di Lelio Basso:
“… era ispirato, nella formulazione di questa tesi, tanto dalla sua
ammirazione per lo sforzo di
organizzazione prodotto dal PCI, e la cui indubbia riuscita i socialisti per
primi avevano modo di constatare a loro spese; quanto dalla sua totale adesione
alla stessa ideologia del PCI, il leninismo, che lo portava a considerare necessario per la
lotta rivoluzionaria un tipo di partito organizzato con una ossatura di militanti professionisti
della lotta politica, caratterizzato da una profonda unità ideologica e da una
ferrea disciplina interna, che non escludendo il dibattito tra le tendenze ne
limitasse l’espressione al fine di non
pregiudicare l’azione politica del partito, inteso come un esercito in lotta per la conquista del
potere. Motivi di origine troschista, innescati sulla concezione ideologica
leninista, echeggiavano in questa concezione del partito di Basso.
Ed invero la sua polemica con il
PCI, condotta fin dagli anni della clandestinità e della Resistenza sul
periodico da lui diretto, Bandiera Rossa, e proseguito negli anni successivi
alla Liberazione, era una critica di “sinistra” , basata sulla
contestazione del carattere leninista e
rivoluzionario della politica del gruppo dirigente comunista. Basso, che si
differenziava nettamente per la sua accettazione del leninismo dalla tradizione
ideologica del socialismo democratico, anche nella sua versione più moderna,
che egli più apprezzava, quella della scuola dell’austro-marxismo, si
presentava d’altro canto con le carte
autonomistiche in regola nei confronti del PCI, per la sua coraggiosa ed efficace polemica rivolta alla denuncia dell’involuzione
stalinista del mondo sovietico e sul
piano dell’azione internazionale di classe, alla quale egli faceva
risalire l’origine dell’involuzione
della politica togliattiana in Italia”.
La storia ha certo smentito la
linea di Basso. Tuttavia egli resta uno studioso importante del pensiero
marxista, del quale ebbe a rivelarsi patrocinatore non banale, interprete non
pedissequo. Gli studi bassiani su Rosa
Luxemburg e Gaetano Salvemini, i suoi libri su Stalin e Krusciov, riviste come
“Quarto Stato” e “Problemi del Socialismo” indicano tappe, traguardi, raggiunti
dalla cultura socialista del secondo dopoguerra.
