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martedì 14 gennaio 2014

L'ERESIA SARAGATTIANA - UN CONFITEOR PER IL PSDI / PARTE SECONDA

Proponiamo  la seconda di tre parti, dell’ articolo di Giuseppe Averardi pubblicato, a suo tempo,  su “Ragionamenti”- Rivista mensile del Partito Socialista Democratico Italiano – Anno XV numero 176 / settembre 1988.



PARTE SECONDA

Come si vede da questi sommari appunti, scrivere la storia delle mille eresie socialdemocratiche, dovunque e comunque collocate è scrivere insieme la storia stessa del socialismo.
Ma torniamo a Palazzo Barberini.
Il documento-piattaforma per il nuovo partito lo fornì Saragat, con un discorso di introduzione ai lavori del convegno barberi ano. In esso la “socialdemocrazia” – intesa, si capisce, nell’accezione prevalsa in tutto l’Occidente dagli anni cinquanta in poi – non era in grado di vantare il benché minimo diritto di cittadinanza. Vi emerse, invece, un modello di “socialismo autonomo” – questa, allora, la dizione adoperata – rapportabile molto più a una democrazia socialista che a una socialdemocrazia.
Per rendersi conto appieno del fatto che Saragat pensava allora a un partito socialista e democratico piuttosto che ad una socialdemocrazia vera e propria, è giocoforza sottoporre a esame vari elementi di cui si compone un testo che, per il fatto di essere datato, non è certo riconducibile a polverosa scartoffia di archivio. E se non si intende “suonare” a tutti i costi “ il piffero per il partito” al quale quelle idee hanno successivamente dato vita e giocoforza, anche, attraversare i confini fra ortodossia e eresia saragattiana.

Anticomunismo

Nella varie forme che assume e nei vari tassi di intensità in cui si manifesta è certo uno dei massimi dati caratterizzanti della identità socialdemocratica. Ma ecco  come Saragat impostava la “questione comunista”  inaugurando il lungo viaggio del Partito Socialista dei Lavoratori Italiani: “ Il compagno Calosso  ha detto molto bene  che s’illudono coloro i quali pensano che il nostro movimento possa in un modo  o nell’altro orientarsi verso forme di lotta anticomunista. Mai noi potremo assumere un atteggiamento  di ostilità nei confronti dei comunisti. Quali che siano le radicali differenze che ci separano da loro, noi sappiamo  che in Italia il Partito Comunista rappresenta larghe zone della classe lavoratrice. Una delle ragioni profonde della rinascita del nostro movimento è stata appunto questa: la possibilità di portare la parola del vero  socialismo nel seno della classe lavoratrice, senza essere necessariamente costretti  e rivendicare questo diritto attraverso una polemica che potrebbe prestarsi all’accusa di anticomunismo”.
Ciò premesso  annuncia le intenzioni per l’immediato futuro: “  Liberati dalle minacce che gravavano su di noi nel partito “fusionista”, potremo  porre il problema dei nostri rapporti con i comunisti su un piano politico  non più polemico ma umano, e, ardisco sperare, fraterno. Se i “fusionisti” con il loro atteggiamento non ci avessero precluso fino ad oggi questa strada, penso che saremmo riusciti da un pezzo  a creare un movimento socialista sottratto a ogni complesso di inferiorità. Questa è  una delle colpe più gravi dei “fusionisti”.
Poi riferendosi all’offensiva denigratoria dei comunisti, aggiunse, quasi elegiaco con ironia: “ Stamane ho letto che Togliatti dice contro di noi. Una settimana  fa avrei preso la penna e avrei risposto vivacemente; oggi non sento più questo bisogno. Il compagno Togliatti ci accusa di avere lavorato contro la democrazia e la libertà. Sento tutt’al più l’amarezza  viva per questa incomprensione profonda e la volontà di dimostrare con i fatti a tutti i lavoratori italiani che siamo noi i veri amici della democrazia”.
Vediamo ora come Saragat dissertava sulla “prospettiva” dei rapporti del PSLI con i comunisti; come pensava di “organizzare” quelle coincidenze, convergenze, comunanze di obbiettivi pur parziali, intese pur circoscritte, che non possono non esistere fra partiti anche molto diversi e che tuttavia si richiamano all’ideale del socialismo: “ Ho il dovere però di rivolgere un appello fraterno ai compagni comunisti, invitandoli nel loro stesso interesse a non lasciarsi ingannare da spettri che non esistono. Il partito che sorge oggi  chiama a raccolta sul piano democratico  tutte le classi lavoratrici italiane.  Il partito comunista si propone lo stesso scopo. Ebbene ci sarà una gara di emulazione  fra noi e loro, ci incontreremo nelle fabbriche, nei campi, negli uffici, ciascuno di noi prporrà la propria fede  di fronte alla coscienza dei lavoratori, proporrà il proprio programma, ed io sono certo  che è  nell’interesse della democrazia  che un simile confronto di esperienze, di dottrine, e di programmi avvenga in una atmosfera di serenità. Da questo lavoro di emulazione  e di polemica cordiali potrà sorgere  qualcosa che avrà  assai maggior valore di una unità formale. Verrà fuori un’educazione civica nel senso di costume di vita veramente democratico. Questo è quanto ci proponiamo di fare”.
E’ facile, oggi, ironizzare- col senno del poi e con i fotogrammi della quarantennale realtà politica italiana, del socialismo, della sinistra nel suo insieme, che ossessivamente ci scorrono davanti agli occhi- sull’utopia saragattiana  dei comunisti e dei socialisti “autonomi” del PSLI che si rincorrono fabbrica per fabbrica, campo per campo, ufficio per ufficio, in una gara di emulazione, di confronto, di polemica “ad armi cortesi ed anzi cortesissime”, per accertare il tasso di verità dei rispettivi “vangeli”. Ma allora, nella euforia che inondava le eleganti sale  del grande palazzo patrizio romano, coloro che avevano abbandonato il congresso del PSIUP ( diventato rapidamente PSI per timore di un impossessamento  della sigla da parte degli scissionisti) alla città Universitaria erano ben lungi dal sospettare che, in prosieguo di tempo,  la idilliaca sfida del Presidente dell’Assemblea costituente si sarebbe rivelata oggettivamente impossibile, essendo essa inimmaginabile fra quello che già era un colosso e ancor più lo sarebbe diventato e uno smilzo partito intermedio destinato, col trascorrere delle legislature, a diventare sempre più la chiesa di tutte le eresie socialiste e comuniste.
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Antisovietismo

Altro fattore formativo dell’identikit socialdemocratico è l’antisovietismo. Però anch’esso è introvabile nelle tavole di fondazione barberiniane. Anzi, nel discorso di Saragat sono rintracciabili  ampie venature giustificazioniste relative  alla struttura e allo sviluppo dello Stato sovietico, nonché alla nascita, formazione e lievitazione del medesimo. Vediamo: “ Ma l’assurdo del nostro tempo  è che proprio quando il capitalismo vede fuori dell’uscio i piedi di coloro che dovranno portarlo via, la coscienza socialista subisce un’eclissi pericolosa. Il capitalismo crolla e viene sostituito da regimi sociali in cui la libertà stenta fiorire. La ragione profonda di questo fatto è in ciò: che le rivoluzioni proletarie negli ultimi decenni  hanno avuto il loro coronamento vittorioso non già nei paesi ad alto livello produttivo e ad alto sviluppo industriale , ma in quelli a base prevalentemente agricola. Non si tratta, beninteso, di un ripudio puerile di quello che la storia ha registrato; non si tratta di cadere nell’assurdo diniego di un atto di giustizia sociale soltanto perché si è realizzato in condizioni che non potevano dare all’ordine nuovo le sue vere caratteristiche socialiste; si tratta, però, di constatare quello che accade sotto i nostri occhi oggi. Le rivoluzioni operaie degli ultimi decenni hanno trionfato in paesi in cui il proletariato era una minoranza e l’alternativa era dittatura di destra o dittatura di sinistra, data l’assenza nella vita politica delle immense masse rurali. E’ logico quindi che le cose si siano svolte in quei paesi come si sono svolte. Ma la situazione del nostro Paese è diversa”.
Il tono, come si vede, è blando, comprensivo, pur nel rimarco ineludibile della diversità ideologica che non può non esistere fra il capo di un partito della sinistra non comunista e la realtà sovietica. In questo quadro la rinascita di una coscienza culturale e socialista dell’Italia risulta condizionata non dall’antisovietismo ma dal prendere coscienza del suicidio della rivoluzione sovietica.
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  Riformismo

Non c’è socialdemocratico che non sia pronto a giurare sull’equazione socialdemocrazia = riformismo. Ma ecco un accenno, piuttosto sorprendente, di Saragat a questa materia: “ Oggi si pensa che l’ultima parola della saggezza politica sia il riformismo anti-democratico . Noi pensiamo che debba essere la democrazia antiriformista”.
Per Saragat l’equazione ideale per il socialismo “autonomo” è democrazia = rivoluzione. Dice: “ Il socialismo moderno deve essere profondamente democratico. La democrazia non è un metodo strumentale, ma è la sostanza viva della nostra dottrina.
La democrazia è nello stesso tempo disciplina e coscienza rivoluzionaria della classe lavoratrice, perché non si tratta di sapere se la storia ci proporrà in modo diverso, quello di cui parlava ieri Togliatti nel suo “ hic Rodhus, hic salta”. Questo noi non lo sappiamo, ma sappiamo che il proletariato sarà più preparato  ad ogni evenienza quanto più sarà animato da una profonda coscienza democratica, e ciò perché la democrazia conferisce al combattente quella buona coscienza che è la forza risolutiva  di tutti i conflitti storici”.
Ai comunisti addebita una scarsa sensibilità rivoluzionaria, causata dal negligere le valenze libertarie della cultura del movimento operaio, e gli impulsi  autogestionari presenti nelle masse popolari politicamente consapevoli: “ Invece di favorire il processo autocritico dei lavoratori, invece di raccogliere le loro esperienze, invece di fare come faceva Gramsci, che era capace di interrompere la discussione di un alto consesso politico per riferire l’opinione del modesto operaio che aveva incontrato per caso o della modesta massaia, si ha l’impressione, dico, che s’intenda promuovere nella classe lavoratrice uno stato di ricettività mistica, negatrice di ogni pensiero critico e rivoluzionario”.
L’aggettivo “rivoluzionario” riempie l’oratoria saragattiana in quel mattino del gennaio ’47. E non è mai speso tanto per fare effetto, bensì per qualificare una robusta elaborazione: “ Ma questa lotta rivoluzionaria sarà efficace e produttiva solo se gli oppressi  avranno consapevolezza dell’umanità totale che è in loro e che si tratta appunto di liberare dalle deformazioni che la soffocano.
Tutta l’analisi critica dei nostri Maestri è definita dalal scoperta di questo volto umano, che al di là delle deformazioni di classe si rivela alla coscienza degli oppressi. Il proletariato lotta non solo per liberare se stesso, ma, liberando se stesso, libera tutti gli uomini. Bisogna restituire al proletariato la coscienza di questa umanità totale, di cui esso è il realizzatore, e allora veramente acquisterà quello spirito rivoluzionario che dà alla sua azione un carattere di universalità suscettibile di trascinare nel solco della lotta socialista tutti coloro che credono nella giustizia e nella libertà”.
Come si vede Saragat arriva perfino ad abusare di toni mistici e drammatici per inidcare la meta alla quale egli si vota.
In altro luogo Saragat ribadisce il concetto – chiave della sua linea: l’identificazione del socialismo democratico con la rivoluzione: “ In questo ripudio della sostanza viva dello spirito della democrazia, affermato a parole ma rinnegato nei fatti, è tutto il dissenso tra coloro che, come noi, concepiscono il socialismo come risultato delle lotte  e dell’azione cosciente della classe lavoratrice, e coloro che invece riducono la classe lavoratrice a strumento di fini che essi stessi le propongono in virtù di una verità assoluta di cui si considerano i detentori: è tutto il dissenso tra il socialismo democratico e rivoluzionario e il socialismo autocratico, è tutto il dissenso tra coloro che si pongono dal punto di vista degli interessi della classe lavoratrice considerata nel suo complesso e coloro che si pongono dal punto di vista degli interessi di un partito identificato  arbitrariamente come quello della classe lavoratrice”.
I rivoluzionari comunisti perdono la ragione positiva del loro esistere. Il suicidio della conservazione si esprime nella consapevolezza che tutto cambierà nonostante i loro desideri. L’ideale della rivoluzione è vincente se è democratico.

domenica 5 gennaio 2014

L'ERESIA SARAGATTIANA - UN CONFITEOR PER IL PSDI / PARTE PRIMA




Pubblichiamo, diviso in tre parti, il bellissimo e ben documentato articolo di Giuseppe Averardi pubblicato, a suo tempo,  su “Ragionamenti”- Rivista mensile del Partito Socialista Democratico Italiano – Anno XV numero 176 / settembre 1988. 

PARTE PRIMA 


Sarebbe ora che qualcuno si impegnasse in un discorso globale ed articolato, volto a dare organicità e sostanza alle mille eresie che permearono e attraversarono la ricca stagione della socialdemocrazia italiana, in tutte le sue forme, di partito e di movimento.
Il barberinismo ha celebrato i suoi fasti nel gennaio 1987 con il congresso del PSDI, cioè del partito fondato più di quarant’anni or sono a Palazzo Barberini, sulla scia della secessione autonomista dal PSIUP, dall’uomo che da pochi mesi ci ha lasciato, Giuseppe Saragat.
Stando a una oramai sovrabbondante produzione giornalistica e pubblicistica, a tutta una letteratura politica sia di sostegno che di contestazione, a una saggistica collocata sul terreno della elaborazione culturale o della battaglia ideologica, la secessione barberiniana sarebbe servita a Giuseppe Saragat – visto pressoché come il protagonista unico e solo di tutta l’opera – per varare, sic et simpliciter, hic et nunc, una socialdemocrazia vera e propria, dalle tinte sfumatissime, dai contenuti ultramoderati, da affiancare a tambur battente alle altre formazioni centriste coinvolte nello schieramento anticomunista.
Questa tesi è stata sostenuta per decenni da uno schieramento che va dal Partito comunista sino alla destra democristiana e missina.
Ebbene, ciò non ha il benché minimo rapporto con la realtà di allora e, sia detto per inciso, con la personalità e le idee professate dal discepolo di Turati, come vedremo in prosieguo della esposizione. Se infatti è certo che Saragat era l’uomo più prestigioso  dell’autonomismo, anche per carisma e tradizione personale, altrettanto accertato è che egli ne capeggiava soltanto una parte – quella, cioè, facente capo alla rivista turatiana “Critica Sociale” – peraltro divisa in una frazione potenzialmente governativa, occidentalista, filo statunitense, anti/Botteghe Oscure, moderata e in un’altra molto diversamente orientata, tenute insieme dalla mediazione saragattiana. Tutto sommato, era proprio l’ex firmatario del patto d’unità d’azione con il PCI il leader antifusionista più prudente, più riservato rispetto ad una prospettiva scissionistica, più attento – pur nella intransigenza sulle questioni di principio – alle possibilità di conciliazione fra le varie anime del PSIUP attraverso una graduale riduzione delle tensioni.  A chi lo sollecitava a rompere gli indugi, egli invariabilmente rispondeva che prima di assumersi la responsabilità di spaccare il partito socialista, il secondo partito della ancor fragile democrazia italiana, esigeva l’assoluta sicurezza della inesistenza di altre e meno traumatiche soluzioni del problema di una effica tutela delle valenze, delle peculiarità del retaggio socialista.
Coloro che invece più vivamente premevano per la messa in discussione della sempre più difficile convivenza con i fusionisti – nel linguaggio di allora così erano definiti i fautori del partito unico della classe operaia – erano i leaders di “Iniziativa Socilaista”, una composita sinistra dell’autonomismo nella quale non mancavano sfumature estremiste e , addirittura, trotzkyste, presenti soprattutto nella federazione giovanile, vera e propria organizzazione di massa alla cui segreteria era riuscito ad insediarsi Livio Maitan, un intellettuale veneziano rappresentante in Italia della IV Internazionale, fondata, appunto, da Leone Trotzky. La denominazione della corrente era ricavata dalla testa della rivista che ne rispecchiava la elaborazione teorica e la proposta politica e che, a livello europeo, era collegata con la pubblicazione francese “Masses”, organo della sinistra della SFIO, nel comitato direttivo della quale figurava Guy Mollet.
Da tenere presente che la più nera delle bestie degli iniziati visti era  il raggruppamento gestito da Lizzadri, Cacciatore, Gaeta, Tolloy – veri e propri ultras del paracomunismo più ortodosso e del protosovietismo più allineato – che si esprimeva mediante le pagine del periodico “Compiti Nuovi” e faceva riferimento a Nenni e Morandi.
Gli aspetti più significativi della polemica di “Iniziativa” contro la sinistra fusionista e la destra riformista concernevano tutta una serie di reazioni di rigetto, costitutive di quello che oggi chiameremmo un “fronte del rifiuto”: rifiuto di collaborazione con la monarchia, con i partiti interclassisti e di destra del CLN e nei governi di sua emanazione, con le forze economiche per la ricostruzione capitalistica, con le potenze occidentali in funzione antisovietica, con l’URSS in funzione antioccidentale, con la sinistra di radice borghese, con il PCI staliniano e burocratizzato.
In positivo, si propugnava l’Europa socialista e neutrale; la liquidazione del carattere borghese della democrazia; un socialismo con pronunciatissime connotazioni antiburocratiche, libertarie, partecipazioniste, autogestionari; la fine di ogni rapporto concordatario con la Chiesa. Punta di diamante e ala dinamica dello schieramento iniziati vista era, come già detto l’organizzazione giovanile, il cui periodico recava una significativa testata: “Rivoluzione Socialista”.
Maitan fu certamente il leader più di sinistra della FGS: uscì dal partito dopo l’adesione saragattiana – vanamente contrastata da “Iniziativa” – al centrismo degasperiano e aderì al frontismo nel corso della riunione costitutiva al cinema Planetario di Roma. Dopo il 18 aprile ’48 si dedicò alla diffusione della cultura trotzkysta, alla pubblicistica storico-rielaborativa, alla costruzione dei nuclei italiani della IV Internazionale. Fra le sue opere fanno particolarmente spicco: “Attualità di Gramsci e politica comunista”, “Trotzky, oggi”, “Teoria e politica comunista nel dopoguerra”.
Gli altri segretari “storici” furono Matteo Matteotti, Leo Solari, Luciano Rebuffo. Solari, attualmente presidente di un importante ente su designazione del PSI – l’”Ente nazionale assistenza previdenza pittori scultori musicisti scrittori autori drammatici”- qualche anno fa ha licenziato alle stampe un’agile e documentata storia dei cadetti del socialismo italiano di quei lontani, romantici anni, apparsa sotto il titolo “I giovani di Rivoluzione Socialista”. Il volume è oramai introvabile. Leo Solari ( che è oggi collaboratore autorevole della nostra rivista)  ci ricorda una immagine del 1947: quella di un suo comizio romano in piazza Cola di Rienzo, disturbato da comunisti e fusionisti che gridavano “cambio dollari”. E lui, imperturbabile: “ Ci chiedono se siamo anticomunisti o filocomunisti. Noi rispondiamo che siamo socialisti”. Perfetto. Mai affermazione fu di maggiore attualità.
I nomi degli esponenti più in vista di “Iniziativa” erano a parte i segretari giovanili testè menzionati , Mario Zagari, Giuliano Vassalli, Lucio Libertini, Corrado Bonfantini, Ezio Vigorelli, Ugoberto Alfassio Grimaldi, Italo Pietra, Virgilio Dagnino ed altri di cui mi sfugge il nome.
Le pressioni per una radicale, esaustiva, resa dei conti con il fusionismo e il parafusionismo – nonché con l’unitarismo incondizionato di personalità e gruppi tendenzialmente autonomisti, ma che mai e poi mai avrebbero aderito ad “amputazioni” – venivano anche dagli ambienti di una sinistra minore ma interessante, esterna al PSIUP.
Era il caso di un raggruppamento caratterizzato da grnde mobilità culturale e sorprendente fantasia ideologica, il quale aveva assunto, di volta in volta, denominazioni svariate quali “Movimento Partigiano”, Unione Spartaco, Federazione Libertaria. Suo leader riconosciuto era Carlo Andreoni – un ex comunista attivissimo nel Comintern e con molti anni di galera sulle spalle, antistalinista passato nelle file socialiste, vice segretario generale del PSIUP uscito dal partito dopo la firma del patto di unità d’azione col PCI, giornalista colto e brillante con attitudini alla polemica – coadiuvato da un piccolo stato maggiore formato da Antonio di Tota, Bruno Valerj, Valentino Marafini, Comunardo Braccialarghe, Lino Dina, Paolo Possamai, il noto commediografo e giallista di Mondadori anni trenta Ezio D’Errico e altri.
Costoro compilavano un settimanale molto originale, piacevole e pugnace la cui testata fu , in un primo tempo, “Il Partigiano” e, successivamente, “L’Internazionale”. Inoltre, organizzavano dibattiti di largo interesse intellettuale e politico, che venivano in evidenza come occasioni di incontro per tutti i più svariati e “catacombali” gruppuscoli del sinistrismo anticonformista, controcorrente, eretico ed emarginato: trotzkysti, bordighisti, anarchici di varia scuola, spartachisti, antistaliniani di ogni tendenza, estremisti di ogni genere e specie.
In un clima aspramente vertenziale giornale scritto e giornali parlati producevano a tutto spiano contenziosi all’acido prussico; sparavano bordate veementi contro l’URSS ufficiale, lo Stato-guida, il PCUS-guida, il PCI “emanazione di Mosca”, il fusionismo psiuppino, i riformisti, i socialisti imborghesiti cooperanti con la borghesia e i suoi governi, l’imperialismo anglo-americano, l’imperialismo sovietico.
In verità oratori e pubblico di queste riunioni erano parenti stretti di “Iniziativa Socialista”, rispetto alla quale si differenziavano per la davvero eccessiva esasperazione del linguaggio e per la violenza concettuale, con ogni probabilità generate dall’isolamento, dal non sentirsi responsabilizzati dalla militanza in un grande partito, dall’odio per i comunisti – quelli di allora!- e per i loro alleati del PSIUP, che li perseguitavano ed avevano creato intorno a loro una sorta di cordone sanitario denunciandoli come spie della polizia, agenti provocatori, manutengoli del fascismo, sabotatorti dell’unità della classe operaia e della solidarietà democratica, arnesi dei serviazi segreti anglo-americani.
Ed è appena il caso di aggiungere che nelle zone rosse del Nord, nel contesto di un dopoguerra che non era villeggiatura per nessuno, questi “ultrarossi” rischiavano la pelle.
Ovvio è che si trattava di accuse strumentali o cervellotiche, autentici frutti tossici dell’odio ideologico, dell’estremizzazione delle contese politiche tipica di tutti i periodi di sconvolgimento.
Questo clima di intolleranza non fu senza conseguenze, con i suoi risvolti psicologici, nel destino politico degli andreoniani, i quali confluiti con Palazzo Barberini nel Partito Socialista dei Lavoratori Italiani – denominazione ben più significativa ed ampia di quanto si possa e si voglia immaginare, rispetto alla successiva di Partito Socialista Democratico Italiano- non appena prese avvio il meccanismo della dialettica interna invece di schierarsi, giusto le attese di tutti, con “Iniziativa” aderirono invece alla destra più estrema. In rapporto a ciò si parlò e si scrisse di una loro scarsa serietà intellettuale e ideologica, di opportunismi di bassa lega, di mestierantismo, di resa incondizionata al social moderatismo.
Il “Contachiaro”, massimo ebdomadario satirico dell’epoca, pubblicò un’articolo più accorato che inquisitorio intitolato “Addio Carlo Andreoni”, rinfacciando al capo riconosciuto della scapigliatura contestazionista incostanza di propositi e imborghesimento galoppante.
La verità era un’altra: la logica della contrapposizione frontale, del muro contro muro, della tensione permanente con il PCI, con quel PCI – peraltro intrisi di fatti personali, di rancori duri a morire, di amarezze insuperabili – non poteva che condurre Andreoni e i suoi amici su di una linea da essi ritenuta , a torto o a ragione, la più anticomunista possibile e dunque la più giusta perché il comunismo staliniano era per loro il vero avversario da battere, da liquidare, nello stesso interesse della Sinistra, e addirittura della Sinistra rivoluzionaria. ùNon si demonizzano il “nazional-comunismo” di Togliatti e il “social-patriottismo” di Nenni, non si propugna la partecipazione alla guerra dei militanti della Sinistra in forme e formazioni autonome sabotando la sola ipotesi di richiamo alle armi gestito da un governo con presenza “social comunista”, non si indicano Togliatti e Nenni come agenti di Stalin e frenatori della rivoluzione proletaria in omaggio agli interessi statuali dell’URSS senza dover trarre poi tutte le conseguenze da queste rotture in chiave viscerale, e di una tale visceralità da indurre a contraddire, a destra, le stesse intuizioni libertario-spartachiste che ne avevano qualificato l’azione prima di Palazzo Barberini.
Andreoni e i vari Valerj 8 il condirettore del settimanale), Di Tota etc. non erano dei corrotti: erano, anzi, gente simpatica, in pienissima buona fede, intellettuali affascinanti pieni di verve, poveri in canna, cui mancavano sempre i classici diciannove soldi per fare la non meno classica lira.  Non erano neanche dei confusionari. Erano dei passionali appartenenti a una sorta di anticipazione del Sessantotto, dei “ soli contro tutti”, dei dannati nel girone dell’eresia permanente . Insomma degli “autogestiti”  utopisti ed individualisti, dei minoritaristi per eccellenza e per vocazione, i quali, proprio perché tali, erano soggetti ad oscillazioni, a sbandamenti, a fughe in avanti, ad astrazioni intellettualistiche, a complessi di superiorità destinati – a più o meno breve scadenza – a risolversi in naufragi psicologici sotto la pressione di negative circostanze in virtù delle dure repliche della storia, per la pronta rivincita della realtà sugli schemi dottrinaristici e sul rifiuto di colmare quello che Nenni usava definire lo iato che separa l’ideale dal reale. Ovvio è che, dopo avere pagato tutti e fino in fondo i prezzi che questo modo di concepirsi e di venire in evidenza non poteva non comportare, gli andreoniani avrebbero compreso l’importanza di affondare salde radici in una formazione partitica solidamente strutturata, di grandi tradizioni, dotata di alleanze precise e non in contraddizione con la propria natura, capillarmente diffusa nel corpo vivo e pulsante della società civile, in possesso di una linea politica persuasiva, di una piattaforma ideologica attraente. Ma quando furono felicemente dominati da questa divinazione peccarono – lo abbiamo visto – di incoerenza nella opzione per l’ala destra del PSLI;  e quando da essa si dissociarono era ormai troppo tardi per agire unitariamente, come gruppo di pressione contraddistinto da un cospicuo messaggio ideologico di taglio più o meno “rivoluzionario”. Ad un certo momento vicende e vicissitudini individuali li sparpagliarono lungo il variegato arco di una sinistra non comunista divisa, rissosa, amareggiata e, no di rado, diluita in una gruppettistica priva di chiaroveggenza e di prospettive.
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All’ avvio degli anni sessanta, in coincidenza con il pieno ancorché faticoso dispiegarsi del processo di autonomia del PSI, nel modo degli studi interessato agli eventi del movimento socialista degli anni bui si producono lavori volti ad approfondire, in chiave critica, l’analisi della diaspora del ’47 e degli accadimenti che la precedettero.
Per esempio, Antonio Landolfi, in un volume licenziato alle stampe per i tipi della “Lerici” e apaprso sotto il titolo: “ Il Socialismo Italiano: strutture, comportamenti , valori”, afferma quanto segue a proposito degli incerti, deboli, contraddittori comportamenti delle correnti autonomistiche del PSIUP che avrebbero poi, dato vita la partito separato: “ Le stesse minoranze “autonomistiche”  del gruppo dirigente del PSIUP, divise fra di loro, sul piano politico, fra un’ala che si ricollegava  alla tradizione turatiana della Critica Sociale, ed un’ala che aveva acceso la polemica “da sinistra” con la direzione del partito, non sapeva opporsi con la necessaria fermezza alle manovre fusioniste, accettando nella sostanza la prospettiva dell’unità organica, sia pure rinviandola nel tempo.
Se l’unità organica era possibile ed auspicabile, come riteneva il gruppo dirigente del partito, maggioranza e minoranza, nessuna argomentazione valida poteva allora essere addotta  perché essa venisse dilazionata nel tempo. Le condizioni politiche internazionali ed interne sembravano infatti lwe più favorevoli, non ad ostacolare, ma a stimolare la costituzione  del partito unico dei lavoratori. Del resto, PCI e PSIUP perseguivano dal 1943 la stessa politica: quella dell’unità nazionale antifascista, della collaborazione  con i partiti democratici del CNL, con la luogotenenza, e con le forze alleate di occupazione.
La divergenza di fondo  tra  i comunisti e i socialisti  era nella prospettiva politica degli anni futuri, non nella posizione  politica di allora. E quando le minoranze autonomistiche del gruppo dirigente accettavano appunto le prospettive della fusione con i comunisti, esse finivano per annullare ogni elemento reale di divergenza fra il PCI e il PSIUP, rinunciando  quindi nella sostanza  ad esercitare con efficacia la loro funzione autonomistica…. In realtà  qualcuno poteva credere, con un errore di valutazione politica, che il PSIUP, in quanto partito numericamente più forte,  avrebbe finito per assorbire il partito comunista, di dimensioni più ridotte”-
Qualcuno chi? Per esempio Pietro Nenni, il quale in sede di Consiglio Nazionale non si peritava di affermare: “ La nostra aspirazione è quella di arrivare alla formazione di un partito unico della classe lavoratrice. Sento dire che alcuni compagni  di questo hanno paura. Siamo oggi 700.000 socialisti, saremo tra poco più di un milione di socialisti organizzati. Che cosa può farci paura?”.
Ecco un ragionare solo apparentemente lapalissiano, nel quale  si stenta a capire dove finisce il candore e comincia l’astuzia.
Indubbiamente varie sirene e incantatori di serpenti erano all’opera per addormentare  la coscienza autonomista. Tanto vero che in un editoriale della “Critica Sociale”  del 16 marzo ’46, scritto  alla conclusione di una successiva adunanza del Consiglio Nazionale, era possibile leggere: “ Tutto l’atteggiamento del partito sembrò orientato  verso la fusione, che al paese apparve come una messa in liquidazione del PSIUP”.
Da parte di certuni si è ritenuto di potere affermare che, in realtà, il vero artefice della operazione di Palazzo Barberini fosse Lelio Basso, estremizzatore di tutto  e di tutti, votato ad una avversione illimitata per tutto ciò che in qualsiasi modo e in qualunque misura sembrasse adombrare un qualche riferimento al riformismo e alla socialdemocrazia. Ebbene, chi ha sostenuto questa interpretazione si è spinto sino alle soglie  della verità, perché Basso – uomo di ferrea coerenza, sorretto  da una non superabile intransigenza – vagheggiava la “purificazione” del partito, ossia la totale epurazione delal frazione riformista riconosciuta come tale ( Critica Sociale) e di quella destinata a diventarla (Iniziativa Socialista).  A  proposito dell’azione del “piccolo Lenin”(così lo chiamavano gli autonomisti) conviene riprendere dal volume di Antonio Landolfi un brano abbastanza siginificante ed illustrativo: “ Raggiunto l’accordo fra le varie tendenze sulla impossibilità di dare attuazione alla fusione, si fece subito strada nella maggioranza direzionale una tesi altrettanto pericolosa per l’esistenza del partito, ed ancor più suggestiva di quella dell’unificazione a breve scadenza. Questa tesi, di cui il più coerente assertore fu Lelio Basso, considerava inattuale il problema della fusione per la scarsa forza organizzativa e di apparato del PSIUP nei confronti dei comunisti, e proponeva in conseguenza, allo scopo di rafforzare il partito e porlo in condizione di affrontare l’unificazione, l’adozione di un modello organizzativo analogo a quello adottato dai comunisti, fondato sulla costruzione di un apparato altrettanto centralizzato di quello del PCI”.
Quindi un rapido schizzo  della connotazione ideologica di Lelio Basso: “… era ispirato, nella formulazione di questa tesi, tanto dalla sua ammirazione  per lo sforzo di organizzazione prodotto dal PCI, e la cui indubbia riuscita i socialisti per primi avevano modo di constatare a loro spese; quanto dalla sua totale adesione alla stessa ideologia del PCI, il leninismo, che lo portava  a considerare necessario  per la  lotta rivoluzionaria un tipo di partito organizzato  con una ossatura di militanti professionisti della lotta politica, caratterizzato da una profonda unità ideologica e da una ferrea disciplina interna, che non escludendo il dibattito tra le tendenze ne limitasse l’espressione  al fine di non pregiudicare l’azione politica del partito, inteso come  un esercito in lotta per la conquista del potere. Motivi di origine troschista, innescati sulla concezione ideologica leninista, echeggiavano in questa concezione del partito di Basso.
Ed invero la sua polemica con il PCI, condotta fin dagli anni della clandestinità e della Resistenza sul periodico da lui diretto, Bandiera Rossa, e proseguito negli anni successivi alla Liberazione, era una critica di “sinistra” , basata sulla contestazione  del carattere leninista e rivoluzionario della politica del gruppo dirigente comunista. Basso, che si differenziava nettamente per la sua accettazione del leninismo dalla tradizione ideologica del socialismo democratico, anche nella sua versione più moderna, che egli più apprezzava, quella della scuola dell’austro-marxismo, si presentava d’altro canto  con le carte autonomistiche in regola nei confronti del PCI, per la sua coraggiosa ed efficace  polemica rivolta alla denuncia dell’involuzione stalinista del mondo sovietico  e sul piano dell’azione internazionale di classe, alla quale egli faceva risalire  l’origine dell’involuzione della politica togliattiana in Italia”.
La storia ha certo smentito la linea di Basso. Tuttavia egli resta uno studioso importante del pensiero marxista, del quale ebbe a rivelarsi patrocinatore non banale, interprete non pedissequo. Gli studi bassiani su Rosa Luxemburg e Gaetano Salvemini, i suoi libri su Stalin e Krusciov, riviste come “Quarto Stato” e “Problemi del Socialismo” indicano tappe, traguardi, raggiunti dalla cultura socialista del secondo dopoguerra.