sabato 17 ottobre 2015

SARAGAT/ HUMANISME MARXISTE: LIBERTÀ E COSCIENZA DI CLASSE


Da “L'humanisme marxiste” (Marsiglia, Esil, 1936) - Parte III, capitolo 2°

La libertà è a tal punto essenziale per l'uomo che persino coloro che l'avversano sono costretti a conseguirla nel medesimo tempo in cui ne combattono la realtà. (Marx, “Dibattiti della Dieta renana”, 1841).


Gli individui isolati costituiscono una classe soltanto nella misura in cui essi debbono condurre una lotta comune contro una altra classe. Una classe oppressa è la condizione indispensabile di ogni società fondata sull'antagonismo delle classi. Perché una classe sia per eccellenza la classe dell'emancipazione, bisogna per contrasto che un'altra classe sia la classe della palese servitù. E' questo il caso della borghesia di fronte al proletariato. Il proletariato può e deve rendersi libero da solo: ma non potrà mai farlo senza sopprimere le condizioni della sua esistenza attuale. E queste condizioni esso le sopprimerà soltanto abolendo d'un colpo tutte le condizioni disumane di vita della società di oggi. I lavoratori “risentono in modo doloroso il divario tra l'essere e il pensiero, tra la coscienza e la vita. Essi sanno che la proprietà, il capitale, il denaro, il lavoro salariato, e così via, non sono affatto chimere ideologiche, ma prodotti molto reali, e concreti, della loro alienazione, e che bisogna sopprimerli in maniera reale e concreta, affinché l'uomo cessi di essere uomo solamente nel pensiero e nella coscienza, e lo diventi nella sua qualità di elemento della massa e di essere vivente (Marx, Engels, “La sacra famiglia”, 1844).

E' l'inesorabile forza delle cose, è la necessità che genera e determina tanto la solidarietà di una classe quanto la direzione dei suoi sforzi nella lotta sociale: “non si tratta di sapere ciò che il tale od il talaltro proletario, od anche tutto il proletariato, si pone provvisoriamente come scopo; si tratta di sapere ciò che esso è realmente e ciò che sarà costretto storicamente a fare in modo conforme alla sua natura.” (Ibidem) Ma per l'appunto la concezione dialettica di questa natura implica un atto di coscienza, e quindi l'esperienza di questa libertà totale, dove l'uomo ritrovi se stesso come scopo unico delle forze che egli sviluppa. Poiché, come diceva Hegel: “ Ciò che ci fa sentire la fame e la sete come una privazione od una costrizione, è l'impulso che ci spinge a liberarci di questa privazione e ci rende capaci di riuscirvi. Si prova il dolore, e provarlo è privilegio di una natura sensibile; lo si prova come una negazione all'interno del proprio 'io' e ci si sente oppressi da questo limite proprio perché sentire significa avere il sentimento del proprio 'io' che è totalità e che oltrepassa dunque tutti i limiti stabiliti”. (Hegel, “Scienza e logica”, prima parte.)

una classe sociale, così come un individuo, non potrebbe avere piena coscienza dell'oppressione che subisce, se nel fondo di questa coscienza non ci fosse la nozione (ed il bisogno irresistibile) della libertà. Questa libertà totale dell'uomo è la condizione preliminare della coscienza di classe del proletariato, e per questa ragione il fine ultimo della lotta di classe condotta dal proletariato oltrepassa in un certo senso i limiti della classe per identificarsi con la completa espansione dell'uomo in una società definitivamente egualitaria.

Tutta la difficoltà per l'uomo oppresso di oggi, per il lavoratore, che il capitalismo vuol far diventare “una semplice macchina che produce la ricchezza altrui, un essere sfinito fisicamente e incretinito spiritualmente” (Marx, “Salario, prezzo e profitto”, 1865), consiste nel concepire veramente la libertà come valore che oltrepassa i limiti di una determinata classe, e nel non svisare o ridurre la portata dell'azione emancipatrice. Lo scopo immediato, cioè “costituire il proletariato in classe, rovesciare lo stato borghese, far conquistare ai lavoratori il potere politico” può essere raggiunto solo se non si perde mai di vista che “alla società borghese, con le sue classi ed i suoi antagonismi di classe, dovrà essere sostituita una associazione in cui il libero sviluppo di ciascuno sarà la condizione del libero sviluppo di tutti” (Marx, Engels, “Manifesto dei comunisti” , 1848).

La rivoluzione che compie il proletariato si distingue essenzialmente dalle rivoluzioni precedenti, in cui si spezzava la supremazia di una classe solo per permettere a nuovi strati sociali di stabilire il loro predominio sulle altre classi.
“Se il proletariato trionfa, ciò non significa assolutamente che sia diventato la forma assoluta della società, poiché trionfa soltanto nella misura in cui si sopprime contemporaneamente al suo contrario: la proprietà privata” (Marx, Engels, La sacra famiglia”, 1844). Poiché “la condizione di libertà della classe lavoratrice è l'abolizione di ogni classe” (Marx, “Miseria della filosofia”, 1847).
Che altro significa ciò, se non che il classismo rivoluzionario postula la volontà di distruggere le condizioni grazie a cui sono possibili le classi? Che altro significa ciò, se non che il proletariato lotta proprio per sopprimere le ragioni che rendono inevitabile e necessaria questa lotta?

L'incapacità degli pseudo-marxisti di comprendere il valore assoluto della libertà, per cui il proletariato combatte, porta con sé anche l'incapacità di riconoscere che la lotta di classe proletaria non è una lotta di classe come quelle che l'hanno preceduta.
Gli obiettivi che la storia ha posto dinanzi al proletariato sono immensi, in virtù del significato universale che fin dall'inizio è loro inerente: “con questa formazione si conclude la preistoria della società umana”. Se la borghesia ha realizzato le sue aspirazioni (nel 1830 in francia, nel 1832 in Inghilterra) accentuando il suo egoismo di classe e riducendo l'ideale “emancipazione dell'uomo”, alla difesa di interessi privati, il proletariato deve, invece, identificare sempre di più la coscienza di classe con la “totalità umana”, a mano a mano che “la storia cammina e la lotta si delinea più nettamente”. Alla borghesia, per emanciparsi, bastava solo diventare la classe dominante, rovesciando il suo opposto, il regime feudale. L'emancipazione del proletariato è soggetta a tutt'altra condizione. Non basta al proletariato ergersi a classe dominante, né rovesciare il suo contrario, la borghesia. Bisogna che crei per tutti gli uomini una sociatà umana.
Ogni ideale proletario deve innestarsi su di una realtà di classe, ma allo stesso tempo impregnarsi di una realtà che oltrepassa i limiti di ogni classe. Bisogna che in qualche modo il proletariato sappia “anticipare” in se stesso l'uomo libero di domani, l'uomo di una società, in cui “i produttori regoleranno razionalmente lo scambio materiale secondo natura e lo sottoporranno al loro controllo collettivo, invece di essere dominati da lui come da un potere cieco”.
Questa fusione della coscienza di classe sviluppata al suo più alto grado con la più assoluta e più universale cognizione dei “valori umani”, è il paradosso dello slancio rivoluzionario; è anche la pietra di inciampo per molti dottrinari della lotta di classe. L'antinomia può risolversi solamente con la visione esatta di una realtà umana, i cui rapporti di classe nella società attuale offrono soltanto l'immagine mutilata o “l'alienazione”. Il proletariato non deve abbassare la realtà umana a livello delle sue esigenze di classe, ma bisogna che allarghi le aspirazioni della sua classe fino a conglobarvi tutta la realtà umana. Questo umanismo integrale del proletariato, di cui l'idea di libertà è l'espressione cosciente, appare così come l'elemento essenziale e il fondamento della nostra coscienza di classe.
Proprio perché la libertà è il motivo dominante ed è la condizione indispensabile della coscienza di classe che agita il proletariato, Marx ha potuto considerare l'emancipazione politica come la forma più alta di emancipazione nel quadro attuale della società.

Fino a che il proletariato non è ancora così evoluto da costituirsi in classe, e le forze produttive non si sono ancora tanto sviluppate in seno alla società borghese da lasciare intravedere le condizioni materiali necessarie alla libertà del salariato, la lotta del “lavoro” contro la “proprietà” non può avere un carattere politico: gli oppressi non vedono che miseria nella miseria, senza attingere dalla coscienza di questa miseria una forza sovvertitrice che capovolgerà l'ordine sociale divenuto insopportabile. L'emancipazione politica segna dunque la tappa in cui la formazione di una vera coscienza di classe diventa possibile e determina l'azione organizzata del proletariato. Senza dubbio, i lavoratori salariati costituiscono già “materialmente” una classe nelle officine e nei campi, ma senza un ambiente politico che permetta agli sfruttati di abbracciare in una visione d'insieme e di sottoporre, per così dire, ad un “libero esame” la situazione in cui si trovano collettivamente, in rapporto alle altre classi ed alle istituzioni sociali. L'esistenza in quanto classe non si accompagna con una coscienza attiva, né, di conseguenza, con una capacità di sviluppo rigeneratore. Il proletariato non acquista questa capacità che sul terreno politico, e solo la democrazia gli dà accesso a tale terreno.

Ma la democrazia non è solo condizione preliminare della coscienza di classe; una connessione ben più profonda si rivela fra questi due fenomeni, non appena si esaminino gli effetticoncreti delle libertà politiche. Certo, la libertà che assicura la costituzione democratica – libertà di coscienza, di parola, di stampa, di riunione, di associazione, ecc. - è una libertà di un certo tipo comune e non la libertà morale e materiale che si incarna nell'individualità concreta e originale. Nella sua qualità di “libertà giuridica” essa implica necessariamente elementi di quantità e di generalità caratteristici nel campo del diritto. Tuttavia, precisamente nella salvaguardia di questa libertà quantitativa, la libertà materiale e qualitativa della singolarità concreta può espandersi nel modo più intenso: essa è sempre in potenza all'interno delle libertà giuridiche. Del resto, in regime democratico, non soltanto i diversi individui, ma raggruppamenti di qualità distinte si vedono conferire uguali franchigie. Questo metodo di organizzazione per raggruppamenti liberi, che moltiplica gli aspetti della democrazia annettendovi anche organismi non politici (sindacati, cooperative, associazioni culturali, ecc.), permette di introdurre certi elementi di singolarità individuale, di “umanità reale”, anche nella costituzione della libertà giuridica. Poiché la base suprema, il principio fondamentale della democrazia, è “la varietà nell'unità” e “l'unità nella varietà”. Ed è anche questo il principio di ogni umanismo.
Si dirà, per esempio, che la libertà di pensiero non è che una libertà politica o, peggio ancora, una “libertà borghese”? Ma, se la borghesia – al tempo in cui era una classe rivoluzionaria – l'ha inserita fra i “diritti dell'uomo”, significa che in effetti nessuna emancipazione umana è concepibile senza libertà di pensiero. Ed ora che la borghesia è la classe che si oppone alla liberazione dell'uomo, rinnega la libertà di pensiero, come del resto tutta la sostanza delle libertà democratiche.
Se oggi la libertà di stampa è una lusinga, per non dire una ignobile menzogna, è perché il gioco delle potenze economiche impedisce alla maggioranza del popolo, e in particolare alla classe operaia, di far uso di questo diritto, benché non sia formalmente abrogato. Per il proletariato, appena sarà vittorioso, non si tratta dunque di sopprimere la libertà di stampa, ma di sopprimere gli ostacoli che rendevano inoperante tale libertà. E sarà la stessa cosa per tutte le altre libertà garantite dalle istituzioni democratiche. Non dimentichiamo questo passo del “Manifesto dei Comunisti”: “Abbiamo già visto che l'ultima tappa della rivoluzione proletaria è la costituzione di del proletariato in classe dominante, la conquista delle democrazia”.
Nella libertà politica c'è dunque un contenuto umano che non solo non può essere abolito, ma che si tratta di portare al suo pieno sviluppo. Tutti i malintesi su tale questione derivano dal fatto che ci si compiace di confondere la libertà prigioniera con le catene che la riducono all'impotenza. Tutto il contenuto umano della democrazia politica è alterato da quel fatto politico che è la dominazione di una classe sulle altre. Ma questo contenuto, che noi chiameremo “autonomia dell'essere umano”, non è meno vero, e non può esser fatto scomparire entro i limiti di una classe sociale. Diciamo dunque che tutta l'umanità è deformata dalle classi che si ergono l'una contro l'altra, ma che queste classi, per la loro stessa esistenza, presuppongono una realtà umana. Oggi gli uomini possono pensare e agire soltanto da borghesi o da proletari, ma nel proletario come nel borghese c'è “l'uomo reale”, che si tratta di liberare dagli involucri di “classe”, che ora lo soffocano, lo corrompono, lo mutilano.
La democrazia è un avviamento (e come una “prefigurazione” in termini giuridici) di questa liberazione. La coscienza di classe spinge il proletariato oppresso proprio a questo atto liberatore. In tal senso, l'autonomia politica, nella misura del contenuto umano che implica, si identifica con gli scopi che il proletariato persegue nella lotta di classe. Egualmente, autonomia politica e coscienza di classe sono concetti solidali. Dunque è un errore grossolano criticare come borghese il contenuto umano di queste libertà democratiche, di cui la stessa borghesia riconosce il carattere non borghese, rinnegandole dopo la prima fase della sua rivoluzione. Ogni classe, nel corso della sua storia, risolve problemi rivoluzionari, e in questo senso ogni classe per un certo periodo svolge un ruolo emancipatore. L'ultimo atto del dramma è la lotta di classe in seno alla società attuale, che ha per premio l'instaurazione della libertà integrale, coronamento di tutto ciò che c'era di contenuto umano nelle precedenti lotte di classe.
Anche la borghesia ha svolto una parte, anzi un'importantissima parte rivoluzionaria. Se ora la rinnega, ciò avviene perché è in piena decadenza, perché ha perduto la propria giustificazione davanti alla storia e all'umanità. Il criticare una classe che decade non implica la critica del contenuto umano che caratterizzava le origini e la missione rivoluzionaria di questa classe. La morte della borghesia, trascinando con sé quella del vecchio mondo, deve salvarne ciò che esso aveva di vitale, e che potrà ora svilupparsi e dare i suoi frutti.
La borghesia rinnega l'universale umano per salvare il particolare “borghese”. Che cosa dimostra questo? Una classe il cui slancio rivoluzionario è infranto può tradire la libertà; quella che le succede, la classe operaia, deve prendere la fiaccola dalle mani vacillanti che la lasciano cadere e portarla più lontano e più in alto.
Non si tratta dunque per la classe operaia di completare la rovina della democrazia, implicita nella continuazione del regime borghese, ma di difenderla e di servirsene per assicurarle il suo pieno compimento.