1. L'affermazione del
governo di Alexis Tsipras nel Referendum del 5 luglio sulle
condizioni (possibili o impossibili) di un concordato con la UE sul
prolungamento di sovvenzioni europee alla Grecia per affrontare le
conseguenze del grave debito pubblico accumulato da quel Paese, oltre
che determinare delicate conseguenze di carattere economico, sociale
e geo-politico, mettono la sinistra europea di fronte alla necessità,
ormai ineludibile, di aprire al proprio interno un dibattito del
tutto nuovo, che può portare a decisioni di rilevanza storica.
Nell'ottica che ci
appartiene, quella della sinistra socialista di ispirazione
riformista e democratica (concetti di complessa definizione, che -
nell'attuale stato di incertezza sull'ordine d'idee dei partiti
legati, o più recentemente aggregati, alla tradizione della
socialdemocrazia europea - possiamo collegare saldamente alla visione
saragattiana dell'umanismo marxista) mi sovviene un'altra fase, ormai
lontana e di altra caratura drammatica, della nostra storia. E ciò a
proposito, soltanto, del compito e delle prospettive di una nuova,
auspicabile, forte coalizione sociale europea.
2. Nell'aprile del
1946, un anno dopo la liberazione dell'Italia dal nazifascismo, il
P.S.I.U.P. (nome che il PSI aveva assunto dall'agosto del '43, in
seguito alla fusione col gruppo di Lelio Basso, Bonfantini e numerosi
altri capi partigiani), si riunì a Firenze per celebrare il XXIV
Congresso del partito alla vigilia del Referendum istituzionale che
avrebbe trasformato il Regno d'Italia in una Repubblica.
Fu quello,
storicamente, il momento della massima unità mai raggiunta dal
movimento socialista in Italia, nel cui corpo, però, incubava già
l'inestirpabile, inesorabile germe della divisione.
Per i socialisti
italiani si trattava non solo di ratificare ciò che era scontato per
tutti loro, cioè lo schieramento per la forma repubblicana (nel
quale, in effetti, il socialismo, tutto intero, fa l'anima più
determinata ed attiva) ma, soprattutto, di discutere (in estrema
sintesi) sull'aggettivo che quel sostantivo, repubblica, avrebbe
dovuto qualificare in caso di vittoria: popolare o democratica?
La questione riguardava
il destino dell'Italia ma appariva, ed in tutto era, legata alla
dimensione globale ed al futuro dei popoli europei in seguito alla
distruzione ed ai massacri della seconda guerra mondiale.
A ben considerare non
mancano analogie fra quel momento storico ed i giorni che viviamo
oggigiorno, e purtroppo, seppure in dimensioni infinitamente più
ridotte, non possiamo far salva nemmeno l'esistenza di una vera
guerra sul suolo europeo.
In particolare
inserisco questo raffronto col passato per “inquadrare”
l'ampiezza e la profondità di una questione la cui importanza, oggi,
sembra sfuggire a gran parte degli eredi della sinistra storica
europea, disorientata da bolse accuse di conservatorismo: quella
relativa alla necessità di costruire una sinistra legata più
fortemente alla rappresentanza dei veri interessi popolari.
3. Sessantanove anni
fa, il confronto tra socialisti (che venivano considerati) alla
destra e alla sinistra del movimento, verteva su questo scelta: agire
in unità d'azione con i comunisti per edificare uno stato socialista
oppure collaborare alla costruzione di uno stato democratico in cui
il socialismo avrebbe dovuto rappresentare “la forma più alta
della democrazia politica, ossia di quel regime in cui non un partito
unico, soverchiatore, ha il controllo dello Stato, ma una pluralità
di partiti, concorrenti in libera gara, lottano con le armi civili
della discussione e della propaganda per ottenere i suffragi del
popolo”.
Le parole tra
virgolette erano quelle “di destra”, pronunciate, nel congresso
di Firenze, da Giuseppe Saragat, nel corso di un intervento/lezione
che, in un tempo nuovo le cui straordinarie evenienze storiche hanno
trasformato l'antica ala destra nella sinistra del secolo presente,
dovrebbe appartenere alla formazione politica, morale, culturale (ma
anche alla semplice istruzione) di chiunque voglia ancora definirsi
militante socialista.
4. Desidero proporvi un
passaggio che mi sembra cogliere, tra gli altri, le analogie cui ho
accennato. Lasciando ai lettori della “Rassegna Saragattiana” la
facoltà di “riusare”, se e come credono, il senso di queste
parole del 13 aprile 1946 (o di cercarne altre, che di sicuro
sapranno trovare) per una loro personale elaborazione dei problemi
connessi (anche) alla crisi greca nella UE del 2015.
Sentite: la “scarsa
coscienza della funzione del socialismo ha la sua radice profonda in
una scarsa coscienza del valore della democrazia politica.”... A
proposito dell'invasione tedesca della Francia, “la Francia era
caduta dopo pochi giorni di lotta; la Francia era caduta perché la
confluenza dell'azione della quinta colonna hitleriana con la
passività di una parte del proletariato, … aveva paralizzato quel
nobile paese. Dal momento che la Russia non era in guerra con Hitler,
la guerra che Hitler conduceva contro le nazioni democratiche
dell'Occidente era una guerra che, secondo alcuni, non interessava i
proletari di queste nazioni.”...
“Non voglio discutere
la portata teorica di questa tesi, che va contro tutti i criteri del
socialismo democratico e marxista, per cui il proletariato ha il
dovere e l'interesse, in regime di democrazia, anche nel quadro della
società capitalistica, di difendere l'indipendenza della propria
patria. Tesi, del resto, della quale i russi si sono ricordati quando
il loro paese fu proditoriamente attaccato.
Un fatto però è
certo, ed è che se il proletariato inglese avesse dato ascolto a
questa ingannevole dottrina, l'Inghilterra avrebbe forse subito la
sorte della Francia; ogni difesa nell'Occidente sarebbe crollata e la
stessa Russia, forse, trovandosi sola alle prese con Hitler, sarebbe
stata schiacciata. In altri termini, la salvezza del mondo, in quel
momento decisivo della storia universale, fu dovuta all'inesistenza
di un partito comunista in Inghilterra e alla presenza in quel paese
del laburismo. Gloria eterna ai fratelli laburisti, che con il loro
coraggio e con la loro saggezza, hanno dato al mondo l'esempio di
quel che può fare un popolo libero.”
Antonello Longo
