venerdì 18 settembre 2015

A 117 ANNI DALLA NASCITA. SARAGAT E L'IDEA DI LIBERTÀ

Ricorrerà domani l'anniversario di nascita del compagno Giuseppe Saragat, "Rassegna Saragattiana" non voleva e non poteva passare sotto silenzio questa data e siamo orgogliosi di farlo con un intervento originale del caro compagno Antonello Longo che bene ha conosciuto Saragat. 

Buon compleanno, compagno Saragat!



Il 19 settembre ricorre l'anniversario della nascita di Giuseppe Saragat (Torino 19/9/1898 – Roma 11/6/1988). Era il secondo di tre figli; il padre avvocato sardo di idee liberali, si era trasferito a Torino nel 1882. La madre, Ernestina, invece, era una piemontese “verace”.
Nella Torino operosa e austera del primo Novecento, Giuseppe condusse un'infanzia serena e compì gli studi di ragioneria e di economia e commercio fino al momento di partire volontario per la guerra, nel giugno del 1916. Col grado di tenente d'artiglieria, partecipò alle battaglie sul Carso, sull'altipiano di Asiago e sulla Bainsizza, e venne insignito della croce di guerra.
Tornato alla vita civile nel 1920, conseguita la laurea, venne assunto, prima, come contabile presso una ditta commerciale e poi dalla Banca Commerciale Italiana.
Fin dagli anni dell'infanzia fu unito da un'intensa, fraterna amicizia con Piero Gobetti (più giovane di lui di un paio d'anni) che descriverà, malgrado una certa dissonanza di idee, come “il migliore della sua generazione, certamente il più colto”. E insieme a Gobetti maturò la sua adesione all'antifascismo.
Nell'autunno del 1922 si iscrisse al PSU (Partito Socialista Unitario, segretario Giacomo Matteotti, formato dal gruppo riformista espulso in blocco dal PSI dopo la scissione comunista del 1921), nell'appena costituita sezione di Torino. Ricorderà Fernando Santi: “A Torino, nel Partito, c'era Saragat, funzionario della Banca Commerciale, era venuto al Partito mentre molti se ne andavano, parlava e scriveva bene e leggeva molti libri che noi non leggevamo.” Infatti il ventiquattrenne Saragat, pur non avendo svolto, fino alla marcia mussoliniana su Roma, politica attiva, aveva già letto Hegel, Kant, tutta la filosofia tedesca e molto altro.
In conseguenza della sua adesione al socialismo riformista, alla lotta per la “questione sociale”, contro “la miseria dell'industrializzazione” nella Torino di quegli anni, Saragat entrò, inesorabilmente, nel mirino della polizia fascista: il primo arresto è del febbraio 1923, seguito da pedinamenti, perquisizioni e da un nuovo arresto nel giugno del 1924 (condividerà la cella con lo stesso Fernando Santi).
Attivo collaboratore della stampa socialista, egli approfondì in quegli anni il suo pensiero sul rapporto tra marxismo e democrazia e sulla necessità di un rapporto dialettico tra socialismo e liberalismo. E si impone all'attenzione generale nell'unico congresso nazionale tenuto dal PSU, a Roma nel marzo 1925, nei giorni dell'Aventino (l'anno precedente, 1924, si erano tenute, il 6 aprile, le elezioni con la “legge Acerbo”, che avevano portato il listone Mussolini al 60%; il 30 maggio, Giacomo Matteotti aveva pronunciato in Parlamento il celebre discorso di denuncia dei brogli elettorali; il 10 giugno, il segretario del PSU era stato rapito e ucciso dai fascisti).
Il partito, dice Saragat dalla tribuna congressuale, ha prima di tutto il compito “di determinare la formazione dello spirito liberale che in Italia finora è mancato. In Italia le caratteristiche fondamentali della psicologia politica ondeggiano tra la assenza del senso statale e la assenza del senso di libertà... bisogna essere liberali perché la libertà è la premessa necessaria per un qualsiasi sviluppo della vita politica italiana...” Turati e Treves, ormai vecchi tutti e due, lo ammirano e lo abbracciano: “ci hai portato la gioventù!”.
Ma nell'autunno di quello stesso 1925 la svolta del regime era già compiuta, ogni libertà soffocata. Il PSU venne sciolto dal governo, il movimento socialista si affidò allora ad un triunvirato composto da Treves, Saragat e Carlo Rosselli, che nel novembre farà rinascere il PSLI (Partito Socialista dei Lavoratori Italiani). (Conservo un ricordo personale: dopo essere stato eletto segretario nazionale della federazione giovanile del PSDI, fui presentato a Saragat. Questi si mostrò sconcertato: “ma quanti anni hai?” chiese, 27, risposi. “E non ti vergogni? Io, alla tua età, ero il segretario del partito, non della giovanile!”. Ma quando, in seguito, gli chiesi di ricevere una delegazione dei nostri giovani, ci aprì più volte le porte della sua casa, e ci inondò di insegnamenti che hanno segnato per sempre le nostre vite. Così era fatto l'uomo Saragat).
Avrà appena il tempo di sposarsi, nel '46, con la sarta Giuseppina Bollani, compagna discreta ed eroica che lo accompagnerà fino al 1962, e di trasferirsi a Milano, nell'ufficio studi della BCI, continuando a prodigarsi per l'unificazione dei due tronconi (riformista e massimalista) del socialismo italiano. Ma, subito, dovrà fuggire, come tanti altri antifascisti, all'estero.
Passò il confine con la Svizzera, sorreggendo l'anziano Claudio Treves nella corsa a perdifiato tra i boschi, nella notte tra 19 e il 20 novembre del 1926. Si stabilì prima (poiché parlava perfettamente il tedesco) a Vienna, quindi, incalzato dagli eventi, fuggì ancora, a Parigi e poi nel sud della Francia.
Dopo diciassette, duri anni di esilio, fatti di paura, di stenti, di strenuo, rischiosissimo impegno politico nel fronte antifascista, Saragat, lasciata in Francia la famiglia, tentò di rientrare in Italia il 26 luglio del 1943 (il fascismo era caduto però la situazione era ancora instabile) ma venne arrestato dalle guardie di frontiera a Bardonecchia, in Val di Susa, e rinchiuso nel carcere delle Nuove di Torino. Vi rimase una ventina di giorni, poi, grazie all'intervento del suo grande amico Bruno Buozzi presso lo stesso Badoglio, viene liberato e potè riprendere il contatto con i vecchi compagni e iniziare a lavorare alla riorganizzazione del partito in quella situazione di marasma e di incertezza generale.
Nell'agosto del 1943 nacque il PSIUP (Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria), frutto dell'unione tra tutte le anime del movimento socialista, Saragat fu chiamato a far parte della direzione. Il 28 settembre di quello stesso anno firmò, assieme a Nenni e Pertini e, per il PCI, Amendola e Scoccimarro, un nuovo patto (dopo quello stabilito negli anni dell'esilio) di unità d'azione tra i due partiti. Continuava, sotto l'occupazione nazista, la stampa clandestina dell'Avanti! (direttore Nenni, condirettore Saragat). I rischi erano enormi.
Il 18 ottobre 1943 Saragat, con Pertini ed altri cinque dirigenti socialisti, venne nuovamente arrestato e rinchiuso a Regina Coeli. Consegnato alle SS, si ritrovò nel terribile terzo braccio, dal quale, come racconterà lo stesso Saragat, “si usciva in un modo solo: per andare di fronte al plotone di esecuzione. Qualche volta si poteva uscire già morti per le percosse subite dagli aguzzini durante gli interrogatori.”
Passato il Natale del '43, dopo lo sbarco delle truppe americane sul litorale laziale (22 gennaio 1944), si creò una situazione di confusione di cui Nenni, Giuliano Vassalli, Massimo Severo Giannini, Altiero Spinelli ed Eugenio Colorni, riuniti clandestinamente nella casa del medico socialista Alfredo Monaco, che prestava servizio a Regina Coeli, decisero di approfittare per tentare la liberazione dei dirigenti socialisti imprigionati. Fu elaborato un piano di incredibile audacia, portato poi a compimento dalla staffetta partigiana Marcella Monaco e dal giovane avvocato Filippo Lupis, che entrarono a Regina Coeli consegnando un falso ordine di scarcerazione.
L'evasione ebbe un effetto clamoroso. “Ieri pomeriggio – annunciò Radio Londra il 25 gennaio – una patriota italiana ha fatto fuggire dal carcere Pertini e Saragat, i due massimi dirigenti del partito socialista italiano e capi della Resistenza italiana.” I tedeschi scoprirono così la beffa che avevano subito e la reale importanza del ruolo dei fuggitivi nelle fila socialiste.
Dopo essersi nascosto in diverse case private, Saragat trovò rifugio in Vaticano, dove erano già Nenni, De Gasperi, Ivanoe Bonomi e tanti altri.
Nelle settimane che seguirono continuò la lotta clandestina, Togliatti sbarcò in Italia e proclamò la “svolta di Salerno” (politica di unità nazionale anche con i badogliani), caddero, assassinati dai nazifascisti, Eugenio Colorni e Bruno Buozzi.
Roma “città aperta” (dal titolo del celebre film di Roberto Rossellini) fu liberata il 5 giugno del '44. L'Italia si trovò divisa in due, nel Nord rimanevano in vita la Repubblica di Salò, fantoccio per coprire l'occupazione nazista e la guerra partigiana, che la combatteva. Nel resto del Paese il Re nominò il nuovo governo Bonomi sostenuto da DC, PSIUP, PCI, PDL (democrazia del lavoro), PdA (azionisti) e PLI, che resterà in carica per il secondo semestre del '44. Entrarono a farne parte, tutti come ministri senza portafoglio, Saragat, De Gasperi, Togliatti, Meuccio Ruini e Benedetto Croce.
Ricorda Italo De Feo (nel suo libro “Tre anni con Togliatti”, del quale a quel tempo era segretario e stretto collaboratore): “In quei giorni feci la conoscenza di Saragat. Egli era arrivato da Roma (a Salerno, dove il governo Bonomi era sato costretto a spostarsi in tutta fretta il 18 giugno, potendo tornare a riunirsi a Roma soltanto il 15 luglio) recando con sé il bagaglio di una valigetta con qualche indumento e alcuni libri. Aveva un abito grigio e portava il basco: alto, magro, appariva distinto anche nella tenuta estiva. Passò all'Ufficio stampa per informarsi su quel che accadeva. Mi disse che la sera precedente era stato ospite in casa di compagni ove gli avevano offerto un pranzo sostanzioso, del quale aveva apprezzato la quantità dopo le ristrettezze di Roma. Ma per la notte aveva avuto un alloggio disastroso. Piuttosto che tornare a subire quel tormento avrebbe preferito trascorrere la notte su di una panchina dei giardini pubblici: tanto s'era d'estate e non v'era preoccupazione di sentire freddo...” Il che la dice lunga su come si viveva in quei tempi, ed anche sulla personalità di Saragat. (De Feo ruppe, nel '47, col PCI e divenne poi amico, consigliere e biografo dello stesso Saragat).
Il governo successivo, sempre presieduto da Bonomi, fu nominato il 12 dicembre 1944. Era sostenuto soltanto dal PCI, dalla DC, dal PLI e dal PDL. Nenni e Saragat furono concordi nel portare il PSIUP all'opposizione, con lo slogan “tutto il potere ai CLN”. Togliatti rilanciò prospettando l'unità di socialisti e comunisti nel partito unico della sinistra. Da quel momento cominciò a covare il dissenso tra Saragat (strenuo difensore dell'autonomia socialista) e Nenni (tentato dall'unità d'azione con i comunisti).
Il 15 marzo 1945 Saragat venne nominato ambasciatore italiano a Parigi. Il 21 aprile, a pochi giorni dalla liberazione, egli tornò da vincitore in Francia, dove aveva vissuto da esule, con Giuseppina e i due bambini piccoli, una vita di privazioni e di persecuzione poliziesca. Il che non gli impedì di partecipare alle trattative tra i partiti del CLN che portarono alla nascita (19 giugno) del governo Parri.
La prima assemblea nazionale del PSIUP dopo la Liberazione, alla fine di luglio del '45, presenti 700 delegati, vide delinearsi chiaramente le differenze di linea politica tra Saragat e Nenni. Nei giorni dall'11 al 16 aprile 1946 si tenne a Firenze il 24° congresso nazionale del PSIUP, che si concluse con un compromesso di facciata tra le due posizioni. E' in quella sede che Giuseppe Saragat , il 13 aprile, pronunciò un discorso memorabile, che gli storici considerano, prima e più di quello svolto a Palazzo Barberini nel gennaio del '47, il vero manifesto ideologico della socialdemocrazia italiana del secondo dopoguerra.
In opposizione ad una concezione “grossolana” del marxismo, Saragat disse, tra gli applausi, che “Marx scorge come obiettivo della lotta un comunismo che sopprime ogni alienazione dell'uomo, ogni impoverimento della sua vita materiale e morale, e fa dell'uomo una creatura veramente umana” Qui cita direttamente Marx: “questo comunismo, in quanto naturalismo compiuto, è l'umanismo, e in quanto umanismo compiuto, naturalismo. E' la vera soluzione dell'antagonismo tra l'uomo e la natura, tra l'uomo e l'uomo, la vera soluzione della lotta tra l'origine e l'essere, tra la libertà e la necessità, tra l'individuo e la specie. Non è che l'enigma risolto della storia.”... “Per Marx sempre la nozione fondamentale è la liberazione totale dell'uomo. Non si tratta, beninteso, dell'idea di libertà, ma della effettiva e pratica libertà degli uomini.”... “Noi sappiamo che, lottando contro venti e maree per la difesa di un costume di vita democratico, combattiamo per la vita stessa degli uomini.”
L'umanesimo socialista e la “rivoluzione democratica” sono il portato della peculiare lettura saragattiana del marxismo, che animerà fino alla fine della sua vita la visione del socialismo e della democrazia dello statista torinese.
Gli sviluppi successivi sono molto più conosciuti. Al congresso di Firenze seguirono la nascita della Repubblica, l'elezione dell'Assemblea Costituente di cui lo stesso Saragat fu eletto presidente, la scissione di Palazzo Barberini con la nascita del PSLI (poi PSDI), l'alleanza con De Gasperi e la partecipazione ai governi centristi, la grande stagione riformista del centro-sinistra di cui Saragat e Nenni saranno i grandi animatori.
E poi l'elezione a Presidente della Repubblica, la tragica stagione degli anni di piombo, la nuova, fallimentare esperienza dell'unificazione socialista, il ritorno del leader, ormai vecchio e stanco, nella piccola casa socialdemocratica, fino alla morte che lo colse, a novant'anni, nella sua villetta piena di libri in Via della Camilluccia (la prima casa che egli abbia posseduto, e l'unico bene patrimoniale lasciato ai figli dopo una vita al servizio dello Stato e degli ideali del socialismo e della democrazia).
Oggi lo scenario internazionale ed il quadro politico, economico e sociale dell'Europa e dell'Italia sono profondamente cambiati. Nella lunga, complessa, drammatica vicenda politica ed umana di Giuseppe Saragat non si possono più trovare chiavi di lettura dell'attualità politica: quelle esperienze appartengono interamente alla storia.
Benedetto Croce diceva che “la storia non è giustiziera, ma giustificatrice”. Saragat non riuscì a costruire in Italia un'alternativa riformista alla Democrazia Cristiana portando la maggioranza della sinistra fuori dall'influenza comunista.
Oggi non esistono più né il PCI né l'Unione Sovietica, ma il campo della democrazia può trarre linfa vitale dalla conoscenza del suo pensiero, che conserva la capacità di fornire indicazioni utili a chi lavora per ricostruire, ridare senso e prospettiva ad una impegno politico a sinistra.
Egli sostenne l'esigenza di una grande forza autonoma del socialismo per rispondere alle istanze di giustizia che vengono dal popolo e, per raggiungere questo scopo, indicò la necessità di superare, andare oltre, la vecchia impostazione riformista di Filippo Turati e della sua generazione, cercando in una rilettura critica delle teorie marxiste le idee forza per ispirare e guidare l'azione politica. Il marxismo interpretato liberamente, movente culturale e non più, non mai, dogma.

Giuseppe Saragat desidero ricordarlo soprattutto perché fu un socialista “eretico”, cioè libero, che predicò un “umanismo integrale del proletariato, di cui l'idea di libertà è l'espressione cosciente, l'elemento integrale e il fondamento della sua coscienza di classe.” E non mi sembra che tale esigenza sia venuta meno nel mondo di oggi.

Antonello Longo