Ricorrerà domani l'anniversario di nascita del compagno Giuseppe Saragat, "Rassegna Saragattiana" non voleva e non poteva passare sotto silenzio questa data e siamo orgogliosi di farlo con un intervento originale del caro compagno Antonello Longo che bene ha conosciuto Saragat.
Buon compleanno, compagno Saragat!
Il
19 settembre ricorre l'anniversario della nascita di Giuseppe Saragat
(Torino 19/9/1898 – Roma 11/6/1988). Era il secondo di tre figli;
il padre avvocato sardo di idee liberali, si era trasferito a Torino
nel 1882. La madre, Ernestina, invece, era una piemontese “verace”.
Nella
Torino operosa e austera del primo Novecento, Giuseppe condusse
un'infanzia serena e compì gli studi di ragioneria e di economia e
commercio fino al momento di partire volontario per la guerra, nel
giugno del 1916. Col grado di tenente d'artiglieria, partecipò alle
battaglie sul Carso, sull'altipiano di Asiago e sulla Bainsizza, e
venne insignito della croce di guerra.
Tornato
alla vita civile nel 1920, conseguita la laurea, venne assunto,
prima, come contabile presso una ditta commerciale e poi dalla Banca
Commerciale Italiana.
Fin
dagli anni dell'infanzia fu unito da un'intensa, fraterna amicizia
con Piero Gobetti (più giovane di lui di un paio d'anni) che
descriverà, malgrado una certa dissonanza di idee, come “il
migliore della sua generazione, certamente il più colto”. E
insieme a Gobetti maturò la sua adesione all'antifascismo.
Nell'autunno
del 1922 si iscrisse al PSU (Partito Socialista Unitario, segretario
Giacomo Matteotti, formato dal gruppo riformista espulso in blocco
dal PSI dopo la scissione comunista del 1921), nell'appena costituita
sezione di Torino. Ricorderà Fernando Santi: “A Torino, nel
Partito, c'era Saragat, funzionario della Banca Commerciale, era
venuto al Partito mentre molti se ne andavano, parlava e scriveva
bene e leggeva molti libri che noi non leggevamo.” Infatti il
ventiquattrenne Saragat, pur non avendo svolto, fino alla marcia
mussoliniana su Roma, politica attiva, aveva già letto Hegel, Kant,
tutta la filosofia tedesca e molto altro.
In
conseguenza della sua adesione al socialismo riformista, alla lotta
per la “questione sociale”, contro “la miseria
dell'industrializzazione” nella Torino di quegli anni, Saragat
entrò, inesorabilmente, nel mirino della polizia fascista: il primo
arresto è del febbraio 1923, seguito da pedinamenti, perquisizioni e
da un nuovo arresto nel giugno del 1924 (condividerà la cella con lo
stesso Fernando Santi).
Attivo
collaboratore della stampa socialista, egli approfondì in quegli
anni il suo pensiero sul rapporto tra marxismo e democrazia e sulla
necessità di un rapporto dialettico tra socialismo e liberalismo. E
si impone all'attenzione generale nell'unico congresso nazionale
tenuto dal PSU, a Roma nel marzo 1925, nei giorni dell'Aventino
(l'anno precedente, 1924, si erano tenute, il 6 aprile, le elezioni
con la “legge Acerbo”, che avevano portato il listone Mussolini
al 60%; il 30 maggio, Giacomo Matteotti aveva pronunciato in
Parlamento il celebre discorso di denuncia dei brogli elettorali; il
10 giugno, il segretario del PSU era stato rapito e ucciso dai
fascisti).
Il
partito, dice Saragat dalla tribuna congressuale, ha prima di tutto
il compito “di determinare la formazione dello spirito liberale che
in Italia finora è mancato. In Italia le caratteristiche
fondamentali della psicologia politica ondeggiano tra la assenza del
senso statale e la assenza del senso di libertà... bisogna essere
liberali perché la libertà è la premessa necessaria per un
qualsiasi sviluppo della vita politica italiana...” Turati e
Treves, ormai vecchi tutti e due, lo ammirano e lo abbracciano: “ci
hai portato la gioventù!”.
Ma
nell'autunno di quello stesso 1925 la svolta del regime era già
compiuta, ogni libertà soffocata. Il PSU venne sciolto dal governo,
il movimento socialista si affidò allora ad un triunvirato composto
da Treves, Saragat e Carlo Rosselli, che nel novembre farà rinascere
il PSLI (Partito Socialista dei Lavoratori Italiani). (Conservo un
ricordo personale: dopo essere stato eletto segretario nazionale
della federazione giovanile del PSDI, fui presentato a Saragat.
Questi si mostrò sconcertato: “ma quanti anni hai?” chiese, 27,
risposi. “E non ti vergogni? Io, alla tua età, ero il segretario
del partito, non della giovanile!”. Ma quando, in seguito, gli
chiesi di ricevere una delegazione dei nostri giovani, ci aprì più
volte le porte della sua casa, e ci inondò di insegnamenti che hanno
segnato per sempre le nostre vite. Così era fatto l'uomo Saragat).
Avrà
appena il tempo di sposarsi, nel '46, con la sarta Giuseppina
Bollani, compagna discreta ed eroica che lo accompagnerà fino al
1962, e di trasferirsi a Milano, nell'ufficio studi della BCI,
continuando a prodigarsi per l'unificazione dei due tronconi
(riformista e massimalista) del socialismo italiano. Ma, subito,
dovrà fuggire, come tanti altri antifascisti, all'estero.
Passò
il confine con la Svizzera, sorreggendo l'anziano Claudio Treves
nella corsa a perdifiato tra i boschi, nella notte tra 19 e il 20
novembre del 1926. Si stabilì prima (poiché parlava perfettamente
il tedesco) a Vienna, quindi, incalzato dagli eventi, fuggì ancora,
a Parigi e poi nel sud della Francia.
Dopo
diciassette, duri anni di esilio, fatti di paura, di stenti, di
strenuo, rischiosissimo impegno politico nel fronte antifascista,
Saragat, lasciata in Francia la famiglia, tentò di rientrare in
Italia il 26 luglio del 1943 (il fascismo era caduto però la
situazione era ancora instabile) ma venne arrestato dalle guardie di
frontiera a Bardonecchia, in Val di Susa, e rinchiuso nel carcere
delle Nuove di Torino. Vi rimase una ventina di giorni, poi, grazie
all'intervento del suo grande amico Bruno Buozzi presso lo stesso
Badoglio, viene liberato e potè riprendere il contatto con i vecchi
compagni e iniziare a lavorare alla riorganizzazione del partito in
quella situazione di marasma e di incertezza generale.
Nell'agosto
del 1943 nacque il PSIUP (Partito Socialista Italiano di Unità
Proletaria), frutto dell'unione tra tutte le anime del movimento
socialista, Saragat fu chiamato a far parte della direzione. Il 28
settembre di quello stesso anno firmò, assieme a Nenni e Pertini e,
per il PCI, Amendola e Scoccimarro, un nuovo patto (dopo quello
stabilito negli anni dell'esilio) di unità d'azione tra i due
partiti. Continuava, sotto l'occupazione nazista, la stampa
clandestina dell'Avanti! (direttore Nenni, condirettore Saragat). I
rischi erano enormi.
Il
18 ottobre 1943 Saragat, con Pertini ed altri cinque dirigenti
socialisti, venne nuovamente arrestato e rinchiuso a Regina Coeli.
Consegnato alle SS, si ritrovò nel terribile terzo braccio, dal
quale, come racconterà lo stesso Saragat, “si usciva in un modo
solo: per andare di fronte al plotone di esecuzione. Qualche volta si
poteva uscire già morti per le percosse subite dagli aguzzini
durante gli interrogatori.”
Passato
il Natale del '43, dopo lo sbarco delle truppe americane sul litorale
laziale (22 gennaio 1944), si creò una situazione di confusione di
cui Nenni, Giuliano Vassalli, Massimo Severo Giannini, Altiero
Spinelli ed Eugenio Colorni, riuniti clandestinamente nella casa del
medico socialista Alfredo Monaco, che prestava servizio a Regina
Coeli, decisero di approfittare per tentare la liberazione dei
dirigenti socialisti imprigionati. Fu elaborato un piano di
incredibile audacia, portato poi a compimento dalla staffetta
partigiana Marcella Monaco e dal giovane avvocato Filippo Lupis, che
entrarono a Regina Coeli consegnando un falso ordine di
scarcerazione.
L'evasione
ebbe un effetto clamoroso. “Ieri pomeriggio – annunciò Radio
Londra il 25 gennaio – una patriota italiana ha fatto fuggire dal
carcere Pertini e Saragat, i due massimi dirigenti del partito
socialista italiano e capi della Resistenza italiana.” I tedeschi
scoprirono così la beffa che avevano subito e la reale importanza
del ruolo dei fuggitivi nelle fila socialiste.
Dopo
essersi nascosto in diverse case private, Saragat trovò rifugio in
Vaticano, dove erano già Nenni, De Gasperi, Ivanoe Bonomi e tanti
altri.
Nelle
settimane che seguirono continuò la lotta clandestina, Togliatti
sbarcò in Italia e proclamò la “svolta di Salerno” (politica di
unità nazionale anche con i badogliani), caddero, assassinati dai
nazifascisti, Eugenio Colorni e Bruno Buozzi.
Roma
“città aperta” (dal titolo del celebre film di Roberto
Rossellini) fu liberata il 5 giugno del '44. L'Italia si trovò
divisa in due, nel Nord rimanevano in vita la Repubblica di Salò,
fantoccio per coprire l'occupazione nazista e la guerra partigiana,
che la combatteva. Nel resto del Paese il Re nominò il nuovo governo
Bonomi sostenuto da DC, PSIUP, PCI, PDL (democrazia del lavoro), PdA
(azionisti) e PLI, che resterà in carica per il secondo semestre del
'44. Entrarono a farne parte, tutti come ministri senza portafoglio,
Saragat, De Gasperi, Togliatti, Meuccio Ruini e Benedetto Croce.
Ricorda
Italo De Feo (nel suo libro “Tre anni con Togliatti”, del quale a
quel tempo era segretario e stretto collaboratore): “In quei giorni
feci la conoscenza di Saragat. Egli era arrivato da Roma (a Salerno,
dove il governo Bonomi era sato costretto a spostarsi in tutta fretta
il 18 giugno, potendo tornare a riunirsi a Roma soltanto il 15
luglio) recando con sé il bagaglio di una valigetta con qualche
indumento e alcuni libri. Aveva un abito grigio e portava il basco:
alto, magro, appariva distinto anche nella tenuta estiva. Passò
all'Ufficio stampa per informarsi su quel che accadeva. Mi disse che
la sera precedente era stato ospite in casa di compagni ove gli
avevano offerto un pranzo sostanzioso, del quale aveva apprezzato la
quantità dopo le ristrettezze di Roma. Ma per la notte aveva avuto
un alloggio disastroso. Piuttosto che tornare a subire quel tormento
avrebbe preferito trascorrere la notte su di una panchina dei
giardini pubblici: tanto s'era d'estate e non v'era preoccupazione di
sentire freddo...” Il che la dice lunga su come si viveva in quei
tempi, ed anche sulla personalità di Saragat. (De Feo ruppe, nel
'47, col PCI e divenne poi amico, consigliere e biografo dello stesso
Saragat).
Il
governo successivo, sempre presieduto da Bonomi, fu nominato il 12
dicembre 1944. Era sostenuto soltanto dal PCI, dalla DC, dal PLI e
dal PDL. Nenni e Saragat furono concordi nel portare il PSIUP
all'opposizione, con lo slogan “tutto il potere ai CLN”.
Togliatti rilanciò prospettando l'unità di socialisti e comunisti
nel partito unico della sinistra. Da quel momento cominciò a covare
il dissenso tra Saragat (strenuo difensore dell'autonomia socialista)
e Nenni (tentato dall'unità d'azione con i comunisti).
Il
15 marzo 1945 Saragat venne nominato ambasciatore italiano a Parigi.
Il 21 aprile, a pochi giorni dalla liberazione, egli tornò da
vincitore in Francia, dove aveva vissuto da esule, con Giuseppina e i
due bambini piccoli, una vita di privazioni e di persecuzione
poliziesca. Il che non gli impedì di partecipare alle trattative tra
i partiti del CLN che portarono alla nascita (19 giugno) del governo
Parri.
La
prima assemblea nazionale del PSIUP dopo la Liberazione, alla fine di
luglio del '45, presenti 700 delegati, vide delinearsi chiaramente le
differenze di linea politica tra Saragat e Nenni. Nei giorni dall'11
al 16 aprile 1946 si tenne a Firenze il 24° congresso nazionale del
PSIUP, che si concluse con un compromesso di facciata tra le due
posizioni. E' in quella sede che Giuseppe Saragat , il 13 aprile,
pronunciò un discorso memorabile, che gli storici considerano, prima
e più di quello svolto a Palazzo Barberini nel gennaio del '47, il
vero manifesto ideologico della socialdemocrazia italiana del secondo
dopoguerra.
In
opposizione ad una concezione “grossolana” del marxismo, Saragat
disse, tra gli applausi, che “Marx scorge come obiettivo della
lotta un comunismo che sopprime ogni alienazione dell'uomo, ogni
impoverimento della sua vita materiale e morale, e fa dell'uomo una
creatura veramente umana” Qui cita direttamente Marx: “questo
comunismo, in quanto naturalismo compiuto, è l'umanismo, e in quanto
umanismo compiuto, naturalismo. E' la vera soluzione dell'antagonismo
tra l'uomo e la natura, tra l'uomo e l'uomo, la vera soluzione della
lotta tra l'origine e l'essere, tra la libertà e la necessità, tra
l'individuo e la specie. Non è che l'enigma risolto della
storia.”... “Per Marx sempre la nozione fondamentale è la
liberazione totale dell'uomo. Non si tratta, beninteso, dell'idea di
libertà, ma della effettiva e pratica libertà degli uomini.”...
“Noi sappiamo che, lottando contro venti e maree per la difesa di
un costume di vita democratico, combattiamo per la vita stessa degli
uomini.”
L'umanesimo
socialista e la “rivoluzione democratica” sono il portato della
peculiare lettura saragattiana del marxismo, che animerà fino alla
fine della sua vita la visione del socialismo e della democrazia
dello statista torinese.
Gli
sviluppi successivi sono molto più conosciuti. Al congresso di
Firenze seguirono la nascita della Repubblica, l'elezione
dell'Assemblea Costituente di cui lo stesso Saragat fu eletto
presidente, la scissione di Palazzo Barberini con la nascita del PSLI
(poi PSDI), l'alleanza con De Gasperi e la partecipazione ai governi
centristi, la grande stagione riformista del centro-sinistra di cui
Saragat e Nenni saranno i grandi animatori.
E
poi l'elezione a Presidente della Repubblica, la tragica stagione
degli anni di piombo, la nuova, fallimentare esperienza
dell'unificazione socialista, il ritorno del leader, ormai vecchio e
stanco, nella piccola casa socialdemocratica, fino alla morte che lo
colse,
a novant'anni, nella sua villetta piena di libri in Via della
Camilluccia (la prima casa che egli abbia posseduto, e l'unico bene
patrimoniale lasciato ai figli dopo una vita al servizio dello Stato
e degli ideali del socialismo e della democrazia).
Oggi
lo scenario internazionale ed il quadro politico,
economico e sociale dell'Europa e dell'Italia sono profondamente
cambiati. Nella lunga, complessa, drammatica vicenda politica ed
umana di Giuseppe Saragat non si possono più trovare chiavi di
lettura dell'attualità politica: quelle esperienze appartengono
interamente alla storia.
Benedetto
Croce diceva che “la storia non è giustiziera, ma
giustificatrice”. Saragat non riuscì a costruire in Italia
un'alternativa riformista alla Democrazia Cristiana portando la
maggioranza della sinistra fuori dall'influenza comunista.
Oggi
non esistono più né il PCI né l'Unione Sovietica, ma il campo
della democrazia può trarre linfa vitale dalla conoscenza del suo
pensiero, che conserva la capacità di fornire indicazioni utili a
chi lavora per ricostruire, ridare senso e prospettiva ad una impegno
politico a sinistra.
Egli
sostenne l'esigenza di una grande forza autonoma del socialismo per
rispondere alle istanze di giustizia che vengono dal popolo e, per
raggiungere questo scopo, indicò la necessità di superare, andare
oltre, la vecchia impostazione riformista di Filippo Turati e della
sua generazione, cercando in una rilettura critica delle teorie
marxiste le idee forza per ispirare e guidare l'azione politica. Il
marxismo interpretato
liberamente, movente
culturale e non più, non
mai, dogma.
Giuseppe
Saragat desidero
ricordarlo
soprattutto perché fu un
socialista “eretico”,
cioè libero, che predicò
un “umanismo
integrale del proletariato, di cui l'idea di libertà è
l'espressione cosciente, l'elemento integrale e il fondamento della
sua coscienza di classe.” E
non mi sembra che tale esigenza
sia venuta meno nel mondo di oggi.
Antonello Longo
