“L'humanisme
marxiste”, pubblicato a Marsiglia nel 1936, in lingua francese, è
un lungo saggio di filosofia politica nel quale Giuseppe Saragat,
esule già da dieci anni, trascorsi prima in Austria e poi in
Francia, raccoglie in un'opera organica le sue riflessioni sul
marxismo.
Saragat aveva letto
tutte le opere di Marx ed Engels e della critica marxista, in lingua
originale, com'era sua abitudine con qualsiasi testo.
Già nell'estate del
1929 aveva pubblicato, sempre a Marsiglia in un'edizione destinata
agli esiliati antifascisti, il saggio “Democrazia e marxismo” (su
questo testo si sviluppò, in quello stesso anno, una fitta polemica
epistolare con Carlo Rosselli, sempre improntata a grande amicizia e
rispetto reciproco). Successivamente aveva affidato la sua originale
lettura della dottrina marxista a numerosi articoli pubblicati sui
vari giornali socialisti curati dagli esuli antifascisti, soprattutto
a Parigi.
“L'humanisme
marxiste” è un'esposizione sistematica della posizione saragattina
sul pensiero filosofico e politico di Carlo Marx, cui egli
attribuisce, come caratteristica di fondo, il significato umano
dell'anelito di libertà insito nella natura umana. Anelito cui
risponde la lotta proletaria.
Oltre che una lettura
in chiave filosofica dell'attualità del pensiero di Marx, il testo
propone una critica tanto profonda quanto spietata delle
interpretazioni date al marxismo dai comunisti così come dalle
componenti socialiste (di allora) dei riformisti come dei
massimalisti.
E' uno scritto nel
quale traspare in modo assai evidente la formazione austro-marxista
maturata da Saragat durante l'esilio viennese. Quando fu pubblicato
“L'humanisme marxiste” suscitò curiosità e vivo interesse in
tutti i principali esponenti dei partiti socialisti di quell'epoca,
caratterizzata dalla guerra civile spagnola che seguiva
l'affermazione del fascismo in Italia e del nazismo in Germania e già
faceva presagire l'esplosione (chiaramente prevista da Saragat) del
secondo, grande, tragico conflitto mondiale.
Alla fine della guerra
e dopo la fine del nazifascismo, Saragat non volle mai tradurre
“L'humanisme marxiste” in lingua italiana, ritenendo questo testo
troppo legato al particolare momento storico in cui era stato scritto
ed ampiamente superato dagli eventi. Tuttavia la sua riproposizione,
oggi, aiuta a comprendere la concezione, che Saragat non abbandonò
mai, del rapporto indissolubile tra la lotta proletaria e
l'affermazione della democrazia come presupposto di ogni libertà e
della giustizia sociale. E' già quella visione che fu chiamata della
“rivoluzione democratica”. E serve anche a spiegare come il
pensiero politico di Giuseppe Saragat, riproposto a Palazzo
Barberini, sia da inquadrare totalmente all'interno della tradizione
marxista.
E già c'è tutto il
Saragat che conosciamo in passi come questo che, se ci presentano una
lettura “umanista” quanto meno originale dell'opera del maestro
di Treviri (da Saragat collegata agli scritti filosofici piuttosto
che a quelli economici), ci rivelano come e quanto “umanista”
vero sia stato il padre della socialdemocrazia italiana : “La
condizione di emancipazione della classe lavoratrice è la
riconquista totale dell'uomo; il proletariato si propone una meta di
carattere universale in ragione delle sue sofferenze universali; non
rivendica alcun diritto particolare, perché non gli è stato fatto
un torto particolare, ma un torto assoluto; non mette avanti alcun
titolo storico, ma semplicemente il titolo umano...”.
Né mancano, in queste
riflessioni riferite ad un tempo ormai lontano, spunti validi anche
per il giorno d'oggi. Quando finalmente la lotta del proletariato,
dice Saragat, riuscirà non a rovesciare ma ad eliminare le
distinzioni di classe, allora “tutte le fonti della ricchezza
collettiva sgorgheranno per permettere alla società di infrangere le
costrizioni dell'ordine borghese e prendere per norma reale questa:
da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi
bisogni”.
Antonello Longo
