SILONE, SARAGAT E GLI
INTELLETTUALI COMUNISTI...
di Antonello Longo
Si può essere
ingenerosi nei confronti di una persona di cui si riconosce una
superiorità?
Quando, nell'estate del
1978, giunse la notizia che Ignazio Silone si era spento, solo, nella
clinica di Ginevra dove da un mese era ricoverato, Saragat scrisse
che lo scrittore abruzzese “era un uomo superiore alle sue opere,
quanto le opere letterarie che quelle politiche. E' strano questo,
perché in generale un uomo va giudicato dalle sue opere, però c'era
in lui qualcosa che sfuggiva alla sua azione politica e alla sua
azione letteraria. C'era una superiorità in lui che non è stata mai
espressa...”
La patente differenza
di personalità e di carattere tra i due uomini può spiegare questo
giudizio. Ma io credo che ci fosse qualcos'altro, ciò che potrei
definire, prendendo in prestito le parole del poeta, una “difficile
affinità di pensiero”.
Era stato Saragat,
infatti, nel suo intervento in quel congresso del PSIUP dell'aprile
1946 che vide prevalere la mozione di Pertini e Silone, che affermava
una linea di compromesso tra autonomisti e unionisti, a denunciare
che nel comunismo italiano si insinuava “una concezione della
democrazia puramente tattica, puramente strumentale, come di un mezzo
di lotta che, a seconda delle circostanze, delle opportunità, o
magari delle necessità, si può adottare o accantonare. Si diffonde
questo equivoco anche nelle forme del linguaggio, per cui le parole
assumono un significato contrario alla loro lettera; un'atmosfera di
equivoco, di malessere, di astuzia, di inganno circonda le sfere
degli iniziati che dirigono i partiti di classe.”... “Si prepara
così l'accesso al potere di partiti che porteranno nello Stato
quella stessa mentalità totalitaria e burocratica che ha presieduto
alla loro organizzazione. Sotto la maschera della democrazia si
prepara il totalitarismo.”
L'equivoco nelle forme
del linguaggio, appunto. In questa chiave io leggo la paradossale
vicenda politica, letteraria ed umana di Ignazio Silone (al quale
Saragat, in fondo, non perdonò mai l'assenza a Palazzo Barberini,
motivata con la scelta di fare il “pontiere”, convinto com'era
che molti altri socialisti potevano essere recuperati alla causa
autonomista).
Qualcuno ha detto che
Silone veniva considerato troppo politico dai letterati e troppo
letterato dai politici. A me, però, non sembra possibile distinguere
l'uomo Silone dallo scrittore né lo scrittore dal politico, il
socialista dal cristiano. Per questo motivo, penso, appariva con
tanta evidenza la sua fatica, una sensazione quasi dolorosa, nel
conciliare l'impegno politico in senso stretto (qualcosa, cioè, che
ha necessariamente ha a che fare con il potere) con l'intima essenza
del suo scrivere: affermare le ragioni della coscienza (qualcosa,
cioè, che necessariamente ha a che fare con la morale).
Da quand'ero ragazzo ad
oggi, ho letto e più volte riletto l'intera opera di Ignazio Silone,
da “Fontamara” all'ultima, incompiuta, “Severina”. E mi trovo
sempre meno d'accordo, anzi del tutto in disaccordo, col paludato
giudizio di buona parte della critica letteraria italiana che ha
visto e vede come un limite al valore letterario il suo aperto
movente etico (ed ecco: “un moralista”!), la sua scelta di
attribuire al racconto o al saggio, sempre, in maniera piana, quasi
didascalica, la funzione di metafora del bisogno di giustizia sociale
e di libertà, insopprimibile nel consorzio umano ed per ciascun
individuo.
Il “caso” Silone fu
il caso di uno scrittore considerato all'estero (fin dal primo
apparire di “Fontamara” nel 1933) uno dei più grandi artisti
della storia della letteratura italiana (sì, proprio così, al pari
di Dante, Petrarca, Machiavelli, Leopardi, cui è stato accostato) e
“relegato”, invece, in Italia (quando lo si conobbe, cioè
soltanto dopo la liberazione dal nazifascismo), a scrittore
“regionalista”, espressione di un neorealismo in tono minore o,
al più, di un malriuscito verismo, incapace di modulare con un po'
di brio la trama di un romanzo, di definire compiutamente i caratteri
di un personaggio, di descrivere un paesaggio.
Un singolare fenomeno,
sul quale sono scorsi fiumi d'inchiostro, dovuto al clima diffuso
negli ambienti culturali e letterari nell'Italia del dopoguerra e
degli anni successivi. Se e quando si riesca a comprendere un tale
clima, nelle sue ragioni e nel modo di manifestasi, allora si può
capire anche, più in generale, molta parte dell'evoluzione sociale e
politica della comunità nazionale.
Non vorrei, per amor di
sintesi, banalizzare. Ma quando si dice che il partito comunista ebbe
un'influenza egemone sugli indirizzi della cultura italiana dal primo
dopoguerra fino, almeno, allo scoppiare della “contestazione
giovanile” del 1968, si afferma qualcosa di facile, concreto
riscontro (il che va persino a lode dello stesso PCI, che fu il solo
a comprendere fino in fondo l'importanza del ruolo “strategico”
degli intellettuali nella società “borghese”).
La comunità letteraria
italiana ha sempre avuto nel suo DNA, è cosa nota, l'amore per il
quieto vivere, l'ossequio al potere, una certa spinta conformistica a
seguire le mode del momento. Il fiorire, dopo il 25 aprile 1943 e la
nascita della Repubblica, della (politica, della) narrativa e della
poesia antifascista e democratica, è dovuto a (uomini politici,)
letterati e scrittori che, giovani durante il ventennio fascista,
erano cresciuti – come tutti, del resto – nei ranghi del regime
mussoliniano, tra libri e moschetti, sabati fascisti e littoriali,
vera incubatrice dell'intellettualità democratica del dopoguerra
(“ai fascistissimi di ieri corrispondono i democraticissimi di
oggi”, ebbe a dichiarare Bottai nel 1954. Per fare solo qualche
esempio, furono “littori d'Italia”, cioè “la meglio gioventù”
del regime che vinse “l'agone” e potè fregiarsi del distintivo
d'oro con la “M” del duce, anche Pier Paolo Pasolini, Renato
Guttuso, Giaime Pintor, Vasco Pratolini, Alfonso Gatto, Leonardo
Sinisgalli, Pietro Ingrao, Mario Alicata, Antonello Trombadori, Aldo
Moro, Paolo Emilio Taviani, Mario Ferrari Aggradi, Luigi Gui,
Giuliano Vassalli, Mario Zagari, Luigi Preti, Lucio Lombardo Radice,
Carlo Muscetta, Giorgio Bassani, Carlo Bo, Franco Fortini, Vittorio
Zincone, Luigi Firpo, Giancarlo Vigorelli, Alberto Giovannini, Bruno
Zevi, Gianni Granzotto, Michelangelo Antonioni, Alberto Lattuada,
Luigi Comencini, Alberto Mondadori, Ugo Mursia, Edilio Rusconi, Paolo
Sylos Labini. Ma l'elenco potrebbe continuare a lungo).
Lo sparuto, ignorato,
oltraggiato gruppo di antifascisti incarcerati, relegati all'isola o
costretti all'esilio era considerato, dall'opinione pubblica, alla
stessa stregua dei “foreign fighters” di oggi, cioè di quei
giovani “strambi” che oggi partono dal nostro Paese per andare a
combattere “strane” guerre in parti remote del mondo.
Quando, alla fine, il
fascismo mostrò a tutti il suo volto reale (cioè quando fu chiaro
che la guerra non poteva esser vinta) e si capì che gli antifascisti
del carcere e dell'esilio (giovani anch'essi, la maggior parte) non
erano matti ma eroi, molti di quei giovani intellettuali ebbero la
loro brava crisi di coscienza e parecchi entrarono nelle fila della
Resistenza, magari in attesa di transitare da un regime all'altro.
Per questa generazione
di intellettuali, “organici” e no, cui la partecipazione alla
lotta partigiana aveva conferito credibilità e prestigio, l'idea
rivoluzionaria e l'organizzazione comunista divennero punti di
riferimento fondamentali, tanto per l'ispirazione artistica quanto
per le loro attività di giornalisti, critici, “editors” e,
quindi, di “opinion makers”.
Le Langhe di Pavese e
di Fenoglio, la Firenze di Pratolini, l'Emilia di Bacchelli, la
Lucania vista da Carlo Levi e così via, vengono, così, esaltate
(giustamente, per carità) come scenari, naturali ed umani, che
mettono in risalto il valore artistico universale della parola
poetica, segni dell'alta visione neorealista che risalta nello scarno
dialogo, nell'essenzialità espressionista della descrizione.
Il “povero” Silone,
invece, trova solo un paio di aggettivi (per lo più “scarno” e
“brullo”) per descrivere la sua Marsica, anzi, “quella parte
della contrada che con lo sguardo si poteva abbracciare dalla casa in
cui nacqui, e che non misura più di trenta o quaranta chilometri in
un senso e nell'altro”.
Ma la montagna che
domina il paesaggio di Fontamara, “grigia, brulla, arida”, senza
bosco, senza alberi, con poca terra da coltivare, “come la maggior
parte dell'Appennino”, non è che lo sfondo sul quale scorre
l'esistenza sofferente dei contadini marsicani. Pochi, forse nessun
altro paesaggio mi è mai apparso più simbolico, meno naturalistico.
Come non essere d'accordo con chi lo ha definito “paesaggio
cristiano”, in linea col “mito cristiano” di Fontamara?
Racconta Silone:
“andando da Gerusalemme a Gerico, e seguendo la strada che scendeva
verso il Giordano e per un tratto lo segue, fui preso lentamente da
una insolita emozione. Era la prima volta che percorrevo quella
strada e m'inoltravo in quel paesaggio arido, senza un rigagnolo o
l'ombra di un albero, ma avevo l'impressione sicura del già visto...
Non ero solo e mi era impossibile di dire una parola. Finché mia
moglie che si era accorta del mio turbamento, disse: 'ma questo è il
paesaggio dei tuoi romanzi'. Allora, di colpo, mi divenne chiaro che
quel paesaggio, che vedevo per la prima volta, in realtà lo portavo
in me da anni, era il paesaggio dell'anima...” (da Ignazio Silone,
“Un Silone inedito” in Alessandro Scurani, “Ignazio Silone”,
Milano, 1969, pagg. 106-107).
Silone, poi, è stato
stroncato perché nei suoi romanzi si ripete quasi sempre la stessa
trama. In realtà, non senza malizia, allo scrittore marsicano fu
contestata proprio la sua caratteristica sostanziale: la coerenza dei
temi e dell'ispirazione. Silone diceva: “se uno scrittore mette
tutto se stesso nel lavoro (e che altro può metterci) la sua opera
non può non costituire un unico libro”.
Così Ignazio Silone,
che fu definito “il più grande scrittore vivente italiano” da
Fulkner, fu celebrato da Tomas Mann e Graham Greene, da Camus e
Wassermann, da Bertolt Brecht ed Heinrich Boll, per i “mostri
sacri” della nostra critica letteraria, i Cecchi, i Sapegno, i
Salinari e così via, non è che un dimesso bozzettista.
Si è detto che le
critiche rivolte a Silone sul piano dello stile e della forma abbiano
nascosto l'invidia degli scrittori italiani per l'eccezionale (e per
loro inspiegabile) successo delle opere dell'abruzzese all'estero, in
tutto il mondo. Io ritengo veri, piuttosto, due altri elementi.
In primo luogo
l'inattualità del messaggio siloniano nell'Italia lacerata al tempo
dell'insorgente “guerra fredda”. Silone affronta temi che solo
dopo molti anni diverranno (in qualche modo) di interesse generale:
la denuncia dei limiti e degli errori del comunismo stalinista e
delle ideologie totalizzanti, la critica alla burocratizzazione di
partito, il ruolo della coscienza nelle scelte politiche che pone
limiti morali all'impegno politico, la religiosità che rifiuta
l'impedimento del clericalismo, il rifiuto della “gabbia
tecnologica”. Egli intuisce la crisi delle ideologie e vede la
necessità di superare il marxismo come teoria scientifica, così
come il delicato confine tra coscienza politica e sentimento
religioso, ben prima di Roger Garaudy. Ed in letteratura, come in
politica, si sa, aver avuto ragione con molto anticipo equivale ad
avere torto.
In secondo luogo
Silone, nell'eterna riscrittura del suo “romanzo politico”,
poneva problemi scomodi per tutte le parti che, in Italia, si
contendevano il campo e, soprattutto, per entrambe le anime della
sinistra italiana. In quel tempo il partito comunista si era messo in
primo piano per l'apporto determinante fornito alla Resistenza ed,
anche per questo, una parte consistente dei socialisti credeva alla
necessità dell'unità d'azione con i comunisti. Silone, ex dirigente
comunista, che, ora, vagheggiava un “socialismo autonomo” e
“umanitario”, costruttore della società fraterna e “conviviale”,
sembrava loro un sognatore, un letterato, un “moralista. Tutto meno
che un politico. Né si comprese che “Fontamara” era stato il
primo (e forse è rimasto l'unico) romanzo che si possa definire
autenticamente marxista della nostra storia letteraria.
Queste considerazioni possono spiegare,
in qualche misura, l'isolamento di Silone e perché “il suo destino
fu di essere esiliato”, come scrisse “Le Monde”.
In un convegno internazionale dedicato
a Silone, il docente italo-americano Giuseppe Mazzotta ha espresso
un'osservazione interessante: “In Italia – ha detto - si
rischia di ridurre Silone a un santino degli abruzzesi, un
provinciale. Invece lui era un uomo del mondo. Il suo messaggio è
spirituale e contiene l'idea di un tipo di vita alternativo alla
cultura occidentale tutta ossessionata dal potere. Lui è il grande
critico di ogni forma di potere. Fosse vivo oggi, tuonerebbe contro
la globalizzazione. A Yale avevo proposto lo studio di autori
italiani come Moravia. Gli studenti si annoiavano. Moravia sì che
era un provinciale. Quando ho fatto conoscere Silone si sono
appassionati”
Il professor Arturo Colombo, che
presiedette lo stesso convegno, disse che “l'amaro destino di
Silone è quello dell'imputato, esattamente come lo sono la maggior
parte dei suoi personaggi che risultano di continuo processati o
arrestati, ricercati o sospettati, comunque sotto giudizio”.
E per i comunisti, a Mosca come in
Italia, i “traditori”, coloro che denunciano l'abisso della
dittatura e che, restando nell'ambito della sinistra, si battono per
separare gli ideali socialisti dall'ideologia e dall'uso criminale
del potere comunista, sono sotto processo vita natural durante,
condannati, sempre e comunque, all'anatema, all'ignominia, alla
diffamazione che punta a distruggere, quando non la vita stessa,
l'immagine, la moralità, l'onorabilità della persona. E per
ottenere questi risultati nei confronti degli intellettuali, non
esitano a servirsi di quella intellettualità “organica” che
ruota(va) loro attorno, permeando la (grande) parte inconsapevole e
ignava della pubblica opinione.
“Ciò che mi colpì nei comunisti
russi – raccontò Silone -, anche in personalità veramente
eccezionali come Lenin e Trotsky, era l'assoluta incapacità di
discutere lealmente le opinioni contrarie alle proprie. Il
dissenziente, per il semplice fatto che osava contraddire, era
senz'altro un opportunista, se non addirittura un traditore e un
venduto. Un avversario in buona fede sembrava per i comunisti russi
inconcepibile.”
Silone non fu un dirigente qualunque
del partito comunista, era stato molte volte a Mosca, da solo ed
assieme a Togliatti, aveva incontrato Lenin e Stalin. Resosi conto
dell'abisso in cui era caduto il regime sovietico sotto la dittatura
staliniana, aveva seguito l'unica via che gli dettava la coscienza:
una “uscita di sicurezza” dal movimento comunista internazionale,
perché “non c'è coerenza contro la coscienza”, anche quando
trovare l'uscita comporta formidabili rischi ed hai la consapevolezza
di rimanere per sempre nel mirino della denigrazione da parte degli
antichi compagni.
Per motivare l'espulsione di Silone,
decisa il 4 luglio 1931 dal comitato svizzero dell'Internazionale
Comunista, d'intesa col PCI e, naturalmente, sotto la direzione di
Mosca, vengono usate come “prove” le parole stesse portate
dall'accusato a sua difesa: “il Pasquini (nome di battaglia di
Silone)... ha dichiarato di essere un anormale politico, che il suo
caso è un caso clinico, che egli si crede comunista perché legato
strettamente ai contadini del suo paese, che il collegamento con
questi contadini è l'unico legame vivo che lo leghi al partito, che
non vi sono per lui altri legami all'infuori di questi, con altre
categorie o gruppi o uomini.” Se ne deduce che egli non ha legami
con il proletariato, col partito o con l'IC. “Lo Stato Operaio”,
che pubblica queste motivazioni, taglia corto: “nelle fila del
nostro partito non c'è posto... per gli intellettuali rammolliti
come Pasquini”. In realtà, l'intellettuale rammollito, che ha già
scritto “Fontamara”, ha rinunciato a difendersi (come avrebbe
potuto, dalle accuse formali rivoltegli, costruite su abili falsi):
ha già maturato il suo doloroso distacco dal partito comunista.
Da quel momento Ignazio Silone sarà
dirigente socialista, con ruoli importanti, nel PSIUP, nel PSI, nel
PSDI. Ma, come aveva notato Saragat, la sua potenzialità di uomo
politico non fu mai espressa completamente. La crisi di coscienza, il
trauma della separazione, resteranno, con la riscoperta dei valori
originari del cristianesimo, la costante della sua vita, cioè della
sua arte, quella sì espressa fino in fondo dai romanzi, soprattutto
quelli del ciclo di Pietro Spina, fino a quell'avvincente, esemplare
racconto di un'avventura umana nella politica che è “Uscita di
sicurezza” (edita nel 1965) ed all'ultima opera pubblicata durante
la vita dello scrittore, “L'avventura di un povero cristiano”
(1968) che, personalmente, considero il suo più grande capolavoro.
Gli elogi, le riscoperte, le
rivalutazioni, dopo la morte, vennero anche, come spesso succede, da
fonti comuniste. Ma la tecnica, la mentalità comunista della
demolizione dell'immagine morale dell'avversario, è fra gli
atteggiamenti, gli istinti a volte inconsapevoli, più duri a morire,
anche adesso che di comunisti in giro non se ne vedono più e che è
iniziata tutta un'altra storia.
Dario Biocca, un ricercatore
dell'università di Perugia, in collaborazione col collega Mauro
Canali, alla fine degli anni Novanta comincia a pubblicare una serie
di saggi sulla rivista “Nuova storia contemporanea” che riaprono
il “caso Silone”, riportando gli esiti di dieci anni di affannosa
ricerca sui “lati oscuri” della vita di Secondino Tranquilli
(vero nome di Silone) negli anni Venti, quelli della clandestinità,
della persecuzione poliziesca, della galera. Seguiranno i volumi
“L'informatore: Silone, i comunisti e la polizia” (Luni, Milano,
2000) e “Silone, la doppia vita di un italiano” (Rizzoli, Milano,
2005).
Ecco che Silone, “post mortem”
viene descritto da alcuni come un dirigente comunista che, in
segreto, fa la spia ai fascisti o, da altri come doppiogiochista
autorizzato dal PCI clandestino.
Giuseppe Tamburrano, presidente della
Fondazione Nenni, ha scritto, in collaborazione con Gianna Granati e
Alfonso Isinelli, un libro bianco, “Processo a Silone, la
disavventura di un povero cristiano”, (Piero Lacaita editore,
Manduria, 2001) che replica punto su punto alle “scoperte” di
Biocca e Canali, dimostrandone l'inesattezza, la strumentalità,
l'uso capzioso di elementi che descrivono una realtà molto diversa
da quella che i ricercatori vorrebbero dimostrare.
La vedova di Silone, Darina Laracy,
disturbata e sconvolta, già ultraottantenne, dai “ricercatori”,
disse a chi la intervistava: “uno: se lui passò veramente delle
informazioni, bisogna riandare all'epoca in cui questo avvenne.
Capire le ragioni umane del suo comportamento. Noi non possiamo
giudicare. Numero due: potrebbero essere dei falsi. La polizia
segreta potrebbe aver imitato la sua scrittura... Si è detto che io
avrei aperto l' archivio personale di Silone allo storico Biocca. Non
è vero. È Biocca che ha portato a me dei documenti per chiedermi
cosa ne pensavo. Si è arrivati perfino a presentare sotto una luce
ambigua il rapporto di mio marito con l' americano Allen Dulles, che
fu in seguito capo della CIA. Invece è tutto chiaro. Silone lo
conobbe in Svizzera nel ' 42, quando Allen Dulles era rappresentante
speciale del presidente Roosevelt. Lo vide come l' uomo della
provvidenza, colui che poteva fare del bene all'Italia.”
Luce D' Eramo, la scrittrice amica e
biografa di Silone, poco prima di morire, raccontò a Tamburrano di
un suo incontro con Umberto Terracini avvenuto nel maggio 1979: “mi
disse che il PCI clandestino l'aveva incaricato di utilizzare le
conoscenze che aveva nella polizia politica fingendosi anche
informatore per sapere notizie riservate sui metodi usati contro gli
antifascisti”.
Come osservò Darina Silone, i
protagonisti sono tutti morti, ormai, e sarà difficile stabilire una
verità indiscutibile. Eppure io credo che basterebbe
conoscere e comprendere l'ambiente,
la realtà
in cui si svolgeva, in patria e fuori, la lotta clandestina al
fascismo, con la polizia politica sempre alle calcagna; basterebbe
conoscere e comprendere, nella sua profondità, il dramma umano della
morte nel carcere fascista del fratello Romolo, del rapporto tra i
due, paterno
più che fraterno,
per capire che la tristezza di Silone, il
suo scrupolo di coscienza, il
suo vivere come all'ombra di un rimorso, non era certo dovuto al
rimorso
per un'attività spionistica contro
i suoi vecchi compagni comunisti.
Se può essere vero, ed è questo, con Tamburrano, anche il mio pensiero, che Silone, minacciato e ricattato dal capo dell'OVRA, Bocchini, poté fornire (col beneplacito del PCI) “generiche e inutili informative tra il '28 e il ' 30 solo per salvare la vita a suo fratello Romolo finito nelle carceri fasciste”, le parole più “vere” che io abbia sentito su questa incresciosa vicenda sono quelle di Indro Montanelli: “nemmeno se lui stesso me lo confermasse levandosi dalla tomba crederei al Silone spia fascista. L'uomo che si oppose a Stalin non può ridursi a diventare il confidente di un piccolo funzionario fascista”.
Se può essere vero, ed è questo, con Tamburrano, anche il mio pensiero, che Silone, minacciato e ricattato dal capo dell'OVRA, Bocchini, poté fornire (col beneplacito del PCI) “generiche e inutili informative tra il '28 e il ' 30 solo per salvare la vita a suo fratello Romolo finito nelle carceri fasciste”, le parole più “vere” che io abbia sentito su questa incresciosa vicenda sono quelle di Indro Montanelli: “nemmeno se lui stesso me lo confermasse levandosi dalla tomba crederei al Silone spia fascista. L'uomo che si oppose a Stalin non può ridursi a diventare il confidente di un piccolo funzionario fascista”.
