giovedì 8 ottobre 2015

LA DISAVVENTURA DI UN POVERO CRISTIANO


SILONE, SARAGAT E GLI INTELLETTUALI COMUNISTI...

di Antonello Longo

Si può essere ingenerosi nei confronti di una persona di cui si riconosce una superiorità?
Quando, nell'estate del 1978, giunse la notizia che Ignazio Silone si era spento, solo, nella clinica di Ginevra dove da un mese era ricoverato, Saragat scrisse che lo scrittore abruzzese “era un uomo superiore alle sue opere, quanto le opere letterarie che quelle politiche. E' strano questo, perché in generale un uomo va giudicato dalle sue opere, però c'era in lui qualcosa che sfuggiva alla sua azione politica e alla sua azione letteraria. C'era una superiorità in lui che non è stata mai espressa...”
La patente differenza di personalità e di carattere tra i due uomini può spiegare questo giudizio. Ma io credo che ci fosse qualcos'altro, ciò che potrei definire, prendendo in prestito le parole del poeta, una “difficile affinità di pensiero”.
Era stato Saragat, infatti, nel suo intervento in quel congresso del PSIUP dell'aprile 1946 che vide prevalere la mozione di Pertini e Silone, che affermava una linea di compromesso tra autonomisti e unionisti, a denunciare che nel comunismo italiano si insinuava “una concezione della democrazia puramente tattica, puramente strumentale, come di un mezzo di lotta che, a seconda delle circostanze, delle opportunità, o magari delle necessità, si può adottare o accantonare. Si diffonde questo equivoco anche nelle forme del linguaggio, per cui le parole assumono un significato contrario alla loro lettera; un'atmosfera di equivoco, di malessere, di astuzia, di inganno circonda le sfere degli iniziati che dirigono i partiti di classe.”... “Si prepara così l'accesso al potere di partiti che porteranno nello Stato quella stessa mentalità totalitaria e burocratica che ha presieduto alla loro organizzazione. Sotto la maschera della democrazia si prepara il totalitarismo.”
L'equivoco nelle forme del linguaggio, appunto. In questa chiave io leggo la paradossale vicenda politica, letteraria ed umana di Ignazio Silone (al quale Saragat, in fondo, non perdonò mai l'assenza a Palazzo Barberini, motivata con la scelta di fare il “pontiere”, convinto com'era che molti altri socialisti potevano essere recuperati alla causa autonomista).
Qualcuno ha detto che Silone veniva considerato troppo politico dai letterati e troppo letterato dai politici. A me, però, non sembra possibile distinguere l'uomo Silone dallo scrittore né lo scrittore dal politico, il socialista dal cristiano. Per questo motivo, penso, appariva con tanta evidenza la sua fatica, una sensazione quasi dolorosa, nel conciliare l'impegno politico in senso stretto (qualcosa, cioè, che ha necessariamente ha a che fare con il potere) con l'intima essenza del suo scrivere: affermare le ragioni della coscienza (qualcosa, cioè, che necessariamente ha a che fare con la morale).
Da quand'ero ragazzo ad oggi, ho letto e più volte riletto l'intera opera di Ignazio Silone, da “Fontamara” all'ultima, incompiuta, “Severina”. E mi trovo sempre meno d'accordo, anzi del tutto in disaccordo, col paludato giudizio di buona parte della critica letteraria italiana che ha visto e vede come un limite al valore letterario il suo aperto movente etico (ed ecco: “un moralista”!), la sua scelta di attribuire al racconto o al saggio, sempre, in maniera piana, quasi didascalica, la funzione di metafora del bisogno di giustizia sociale e di libertà, insopprimibile nel consorzio umano ed per ciascun individuo.
Il “caso” Silone fu il caso di uno scrittore considerato all'estero (fin dal primo apparire di “Fontamara” nel 1933) uno dei più grandi artisti della storia della letteratura italiana (sì, proprio così, al pari di Dante, Petrarca, Machiavelli, Leopardi, cui è stato accostato) e “relegato”, invece, in Italia (quando lo si conobbe, cioè soltanto dopo la liberazione dal nazifascismo), a scrittore “regionalista”, espressione di un neorealismo in tono minore o, al più, di un malriuscito verismo, incapace di modulare con un po' di brio la trama di un romanzo, di definire compiutamente i caratteri di un personaggio, di descrivere un paesaggio.
Un singolare fenomeno, sul quale sono scorsi fiumi d'inchiostro, dovuto al clima diffuso negli ambienti culturali e letterari nell'Italia del dopoguerra e degli anni successivi. Se e quando si riesca a comprendere un tale clima, nelle sue ragioni e nel modo di manifestasi, allora si può capire anche, più in generale, molta parte dell'evoluzione sociale e politica della comunità nazionale.
Non vorrei, per amor di sintesi, banalizzare. Ma quando si dice che il partito comunista ebbe un'influenza egemone sugli indirizzi della cultura italiana dal primo dopoguerra fino, almeno, allo scoppiare della “contestazione giovanile” del 1968, si afferma qualcosa di facile, concreto riscontro (il che va persino a lode dello stesso PCI, che fu il solo a comprendere fino in fondo l'importanza del ruolo “strategico” degli intellettuali nella società “borghese”).
La comunità letteraria italiana ha sempre avuto nel suo DNA, è cosa nota, l'amore per il quieto vivere, l'ossequio al potere, una certa spinta conformistica a seguire le mode del momento. Il fiorire, dopo il 25 aprile 1943 e la nascita della Repubblica, della (politica, della) narrativa e della poesia antifascista e democratica, è dovuto a (uomini politici,) letterati e scrittori che, giovani durante il ventennio fascista, erano cresciuti – come tutti, del resto – nei ranghi del regime mussoliniano, tra libri e moschetti, sabati fascisti e littoriali, vera incubatrice dell'intellettualità democratica del dopoguerra (“ai fascistissimi di ieri corrispondono i democraticissimi di oggi”, ebbe a dichiarare Bottai nel 1954. Per fare solo qualche esempio, furono “littori d'Italia”, cioè “la meglio gioventù” del regime che vinse “l'agone” e potè fregiarsi del distintivo d'oro con la “M” del duce, anche Pier Paolo Pasolini, Renato Guttuso, Giaime Pintor, Vasco Pratolini, Alfonso Gatto, Leonardo Sinisgalli, Pietro Ingrao, Mario Alicata, Antonello Trombadori, Aldo Moro, Paolo Emilio Taviani, Mario Ferrari Aggradi, Luigi Gui, Giuliano Vassalli, Mario Zagari, Luigi Preti, Lucio Lombardo Radice, Carlo Muscetta, Giorgio Bassani, Carlo Bo, Franco Fortini, Vittorio Zincone, Luigi Firpo, Giancarlo Vigorelli, Alberto Giovannini, Bruno Zevi, Gianni Granzotto, Michelangelo Antonioni, Alberto Lattuada, Luigi Comencini, Alberto Mondadori, Ugo Mursia, Edilio Rusconi, Paolo Sylos Labini. Ma l'elenco potrebbe continuare a lungo).
Lo sparuto, ignorato, oltraggiato gruppo di antifascisti incarcerati, relegati all'isola o costretti all'esilio era considerato, dall'opinione pubblica, alla stessa stregua dei “foreign fighters” di oggi, cioè di quei giovani “strambi” che oggi partono dal nostro Paese per andare a combattere “strane” guerre in parti remote del mondo.
Quando, alla fine, il fascismo mostrò a tutti il suo volto reale (cioè quando fu chiaro che la guerra non poteva esser vinta) e si capì che gli antifascisti del carcere e dell'esilio (giovani anch'essi, la maggior parte) non erano matti ma eroi, molti di quei giovani intellettuali ebbero la loro brava crisi di coscienza e parecchi entrarono nelle fila della Resistenza, magari in attesa di transitare da un regime all'altro.
Per questa generazione di intellettuali, “organici” e no, cui la partecipazione alla lotta partigiana aveva conferito credibilità e prestigio, l'idea rivoluzionaria e l'organizzazione comunista divennero punti di riferimento fondamentali, tanto per l'ispirazione artistica quanto per le loro attività di giornalisti, critici, “editors” e, quindi, di “opinion makers”.
Le Langhe di Pavese e di Fenoglio, la Firenze di Pratolini, l'Emilia di Bacchelli, la Lucania vista da Carlo Levi e così via, vengono, così, esaltate (giustamente, per carità) come scenari, naturali ed umani, che mettono in risalto il valore artistico universale della parola poetica, segni dell'alta visione neorealista che risalta nello scarno dialogo, nell'essenzialità espressionista della descrizione.
Il “povero” Silone, invece, trova solo un paio di aggettivi (per lo più “scarno” e “brullo”) per descrivere la sua Marsica, anzi, “quella parte della contrada che con lo sguardo si poteva abbracciare dalla casa in cui nacqui, e che non misura più di trenta o quaranta chilometri in un senso e nell'altro”.
Ma la montagna che domina il paesaggio di Fontamara, “grigia, brulla, arida”, senza bosco, senza alberi, con poca terra da coltivare, “come la maggior parte dell'Appennino”, non è che lo sfondo sul quale scorre l'esistenza sofferente dei contadini marsicani. Pochi, forse nessun altro paesaggio mi è mai apparso più simbolico, meno naturalistico. Come non essere d'accordo con chi lo ha definito “paesaggio cristiano”, in linea col “mito cristiano” di Fontamara?
Racconta Silone: “andando da Gerusalemme a Gerico, e seguendo la strada che scendeva verso il Giordano e per un tratto lo segue, fui preso lentamente da una insolita emozione. Era la prima volta che percorrevo quella strada e m'inoltravo in quel paesaggio arido, senza un rigagnolo o l'ombra di un albero, ma avevo l'impressione sicura del già visto... Non ero solo e mi era impossibile di dire una parola. Finché mia moglie che si era accorta del mio turbamento, disse: 'ma questo è il paesaggio dei tuoi romanzi'. Allora, di colpo, mi divenne chiaro che quel paesaggio, che vedevo per la prima volta, in realtà lo portavo in me da anni, era il paesaggio dell'anima...” (da Ignazio Silone, “Un Silone inedito” in Alessandro Scurani, “Ignazio Silone”, Milano, 1969, pagg. 106-107).
Silone, poi, è stato stroncato perché nei suoi romanzi si ripete quasi sempre la stessa trama. In realtà, non senza malizia, allo scrittore marsicano fu contestata proprio la sua caratteristica sostanziale: la coerenza dei temi e dell'ispirazione. Silone diceva: “se uno scrittore mette tutto se stesso nel lavoro (e che altro può metterci) la sua opera non può non costituire un unico libro”.
Così Ignazio Silone, che fu definito “il più grande scrittore vivente italiano” da Fulkner, fu celebrato da Tomas Mann e Graham Greene, da Camus e Wassermann, da Bertolt Brecht ed Heinrich Boll, per i “mostri sacri” della nostra critica letteraria, i Cecchi, i Sapegno, i Salinari e così via, non è che un dimesso bozzettista.
Si è detto che le critiche rivolte a Silone sul piano dello stile e della forma abbiano nascosto l'invidia degli scrittori italiani per l'eccezionale (e per loro inspiegabile) successo delle opere dell'abruzzese all'estero, in tutto il mondo. Io ritengo veri, piuttosto, due altri elementi.
In primo luogo l'inattualità del messaggio siloniano nell'Italia lacerata al tempo dell'insorgente “guerra fredda”. Silone affronta temi che solo dopo molti anni diverranno (in qualche modo) di interesse generale: la denuncia dei limiti e degli errori del comunismo stalinista e delle ideologie totalizzanti, la critica alla burocratizzazione di partito, il ruolo della coscienza nelle scelte politiche che pone limiti morali all'impegno politico, la religiosità che rifiuta l'impedimento del clericalismo, il rifiuto della “gabbia tecnologica”. Egli intuisce la crisi delle ideologie e vede la necessità di superare il marxismo come teoria scientifica, così come il delicato confine tra coscienza politica e sentimento religioso, ben prima di Roger Garaudy. Ed in letteratura, come in politica, si sa, aver avuto ragione con molto anticipo equivale ad avere torto.
In secondo luogo Silone, nell'eterna riscrittura del suo “romanzo politico”, poneva problemi scomodi per tutte le parti che, in Italia, si contendevano il campo e, soprattutto, per entrambe le anime della sinistra italiana. In quel tempo il partito comunista si era messo in primo piano per l'apporto determinante fornito alla Resistenza ed, anche per questo, una parte consistente dei socialisti credeva alla necessità dell'unità d'azione con i comunisti. Silone, ex dirigente comunista, che, ora, vagheggiava un “socialismo autonomo” e “umanitario”, costruttore della società fraterna e “conviviale”, sembrava loro un sognatore, un letterato, un “moralista. Tutto meno che un politico. Né si comprese che “Fontamara” era stato il primo (e forse è rimasto l'unico) romanzo che si possa definire autenticamente marxista della nostra storia letteraria.
Queste considerazioni possono spiegare, in qualche misura, l'isolamento di Silone e perché “il suo destino fu di essere esiliato”, come scrisse “Le Monde”.
In un convegno internazionale dedicato a Silone, il docente italo-americano Giuseppe Mazzotta ha espresso un'osservazione interessante: “In Italia – ha detto - si rischia di ridurre Silone a un santino degli abruzzesi, un provinciale. Invece lui era un uomo del mondo. Il suo messaggio è spirituale e contiene l'idea di un tipo di vita alternativo alla cultura occidentale tutta ossessionata dal potere. Lui è il grande critico di ogni forma di potere. Fosse vivo oggi, tuonerebbe contro la globalizzazione. A Yale avevo proposto lo studio di autori italiani come Moravia. Gli studenti si annoiavano. Moravia sì che era un provinciale. Quando ho fatto conoscere Silone si sono appassionati”
Il professor Arturo Colombo, che presiedette lo stesso convegno, disse che “l'amaro destino di Silone è quello dell'imputato, esattamente come lo sono la maggior parte dei suoi personaggi che risultano di continuo processati o arrestati, ricercati o sospettati, comunque sotto giudizio”.
E per i comunisti, a Mosca come in Italia, i “traditori”, coloro che denunciano l'abisso della dittatura e che, restando nell'ambito della sinistra, si battono per separare gli ideali socialisti dall'ideologia e dall'uso criminale del potere comunista, sono sotto processo vita natural durante, condannati, sempre e comunque, all'anatema, all'ignominia, alla diffamazione che punta a distruggere, quando non la vita stessa, l'immagine, la moralità, l'onorabilità della persona. E per ottenere questi risultati nei confronti degli intellettuali, non esitano a servirsi di quella intellettualità “organica” che ruota(va) loro attorno, permeando la (grande) parte inconsapevole e ignava della pubblica opinione.
“Ciò che mi colpì nei comunisti russi – raccontò Silone -, anche in personalità veramente eccezionali come Lenin e Trotsky, era l'assoluta incapacità di discutere lealmente le opinioni contrarie alle proprie. Il dissenziente, per il semplice fatto che osava contraddire, era senz'altro un opportunista, se non addirittura un traditore e un venduto. Un avversario in buona fede sembrava per i comunisti russi inconcepibile.”
Silone non fu un dirigente qualunque del partito comunista, era stato molte volte a Mosca, da solo ed assieme a Togliatti, aveva incontrato Lenin e Stalin. Resosi conto dell'abisso in cui era caduto il regime sovietico sotto la dittatura staliniana, aveva seguito l'unica via che gli dettava la coscienza: una “uscita di sicurezza” dal movimento comunista internazionale, perché “non c'è coerenza contro la coscienza”, anche quando trovare l'uscita comporta formidabili rischi ed hai la consapevolezza di rimanere per sempre nel mirino della denigrazione da parte degli antichi compagni.
Per motivare l'espulsione di Silone, decisa il 4 luglio 1931 dal comitato svizzero dell'Internazionale Comunista, d'intesa col PCI e, naturalmente, sotto la direzione di Mosca, vengono usate come “prove” le parole stesse portate dall'accusato a sua difesa: “il Pasquini (nome di battaglia di Silone)... ha dichiarato di essere un anormale politico, che il suo caso è un caso clinico, che egli si crede comunista perché legato strettamente ai contadini del suo paese, che il collegamento con questi contadini è l'unico legame vivo che lo leghi al partito, che non vi sono per lui altri legami all'infuori di questi, con altre categorie o gruppi o uomini.” Se ne deduce che egli non ha legami con il proletariato, col partito o con l'IC. “Lo Stato Operaio”, che pubblica queste motivazioni, taglia corto: “nelle fila del nostro partito non c'è posto... per gli intellettuali rammolliti come Pasquini”. In realtà, l'intellettuale rammollito, che ha già scritto “Fontamara”, ha rinunciato a difendersi (come avrebbe potuto, dalle accuse formali rivoltegli, costruite su abili falsi): ha già maturato il suo doloroso distacco dal partito comunista.
Da quel momento Ignazio Silone sarà dirigente socialista, con ruoli importanti, nel PSIUP, nel PSI, nel PSDI. Ma, come aveva notato Saragat, la sua potenzialità di uomo politico non fu mai espressa completamente. La crisi di coscienza, il trauma della separazione, resteranno, con la riscoperta dei valori originari del cristianesimo, la costante della sua vita, cioè della sua arte, quella sì espressa fino in fondo dai romanzi, soprattutto quelli del ciclo di Pietro Spina, fino a quell'avvincente, esemplare racconto di un'avventura umana nella politica che è “Uscita di sicurezza” (edita nel 1965) ed all'ultima opera pubblicata durante la vita dello scrittore, “L'avventura di un povero cristiano” (1968) che, personalmente, considero il suo più grande capolavoro.
Gli elogi, le riscoperte, le rivalutazioni, dopo la morte, vennero anche, come spesso succede, da fonti comuniste. Ma la tecnica, la mentalità comunista della demolizione dell'immagine morale dell'avversario, è fra gli atteggiamenti, gli istinti a volte inconsapevoli, più duri a morire, anche adesso che di comunisti in giro non se ne vedono più e che è iniziata tutta un'altra storia.
Dario Biocca, un ricercatore dell'università di Perugia, in collaborazione col collega Mauro Canali, alla fine degli anni Novanta comincia a pubblicare una serie di saggi sulla rivista “Nuova storia contemporanea” che riaprono il “caso Silone”, riportando gli esiti di dieci anni di affannosa ricerca sui “lati oscuri” della vita di Secondino Tranquilli (vero nome di Silone) negli anni Venti, quelli della clandestinità, della persecuzione poliziesca, della galera. Seguiranno i volumi “L'informatore: Silone, i comunisti e la polizia” (Luni, Milano, 2000) e “Silone, la doppia vita di un italiano” (Rizzoli, Milano, 2005).
Ecco che Silone, “post mortem” viene descritto da alcuni come un dirigente comunista che, in segreto, fa la spia ai fascisti o, da altri come doppiogiochista autorizzato dal PCI clandestino.
Giuseppe Tamburrano, presidente della Fondazione Nenni, ha scritto, in collaborazione con Gianna Granati e Alfonso Isinelli, un libro bianco, “Processo a Silone, la disavventura di un povero cristiano”, (Piero Lacaita editore, Manduria, 2001) che replica punto su punto alle “scoperte” di Biocca e Canali, dimostrandone l'inesattezza, la strumentalità, l'uso capzioso di elementi che descrivono una realtà molto diversa da quella che i ricercatori vorrebbero dimostrare.
La vedova di Silone, Darina Laracy, disturbata e sconvolta, già ultraottantenne, dai “ricercatori”, disse a chi la intervistava: “uno: se lui passò veramente delle informazioni, bisogna riandare all'epoca in cui questo avvenne. Capire le ragioni umane del suo comportamento. Noi non possiamo giudicare. Numero due: potrebbero essere dei falsi. La polizia segreta potrebbe aver imitato la sua scrittura... Si è detto che io avrei aperto l' archivio personale di Silone allo storico Biocca. Non è vero. È Biocca che ha portato a me dei documenti per chiedermi cosa ne pensavo. Si è arrivati perfino a presentare sotto una luce ambigua il rapporto di mio marito con l' americano Allen Dulles, che fu in seguito capo della CIA. Invece è tutto chiaro. Silone lo conobbe in Svizzera nel ' 42, quando Allen Dulles era rappresentante speciale del presidente Roosevelt. Lo vide come l' uomo della provvidenza, colui che poteva fare del bene all'Italia.”
Luce D' Eramo, la scrittrice amica e biografa di Silone, poco prima di morire, raccontò a Tamburrano di un suo incontro con Umberto Terracini avvenuto nel maggio 1979: “mi disse che il PCI clandestino l'aveva incaricato di utilizzare le conoscenze che aveva nella polizia politica fingendosi anche informatore per sapere notizie riservate sui metodi usati contro gli antifascisti”.
Come osservò Darina Silone, i protagonisti sono tutti morti, ormai, e sarà difficile stabilire una verità indiscutibile. Eppure io credo che basterebbe conoscere e comprendere l'ambiente, la realtà in cui si svolgeva, in patria e fuori, la lotta clandestina al fascismo, con la polizia politica sempre alle calcagna; basterebbe conoscere e comprendere, nella sua profondità, il dramma umano della morte nel carcere fascista del fratello Romolo, del rapporto tra i due, paterno più che fraterno, per capire che la tristezza di Silone, il suo scrupolo di coscienza, il suo vivere come all'ombra di un rimorso, non era certo dovuto al rimorso per un'attività spionistica contro i suoi vecchi compagni comunisti.
Se può essere vero, ed è questo, con Tamburrano, anche il mio pensiero, che Silone, minacciato e ricattato dal capo dell'OVRA, Bocchini, poté fornire (col beneplacito del PCI) “generiche e inutili informative tra il '28 e il ' 30 solo per salvare la vita a suo fratello Romolo finito nelle carceri fasciste”, le parole più “vere” che io abbia sentito su questa incresciosa vicenda sono quelle di Indro Montanelli: “nemmeno se lui stesso me lo confermasse levandosi dalla tomba crederei al Silone spia fascista. L'uomo che si oppose a Stalin non può ridursi a diventare il confidente di un piccolo funzionario fascista”.