Proponiamo la seconda
di tre parti, dell’ articolo di Giuseppe Averardi pubblicato, a suo tempo, su “Ragionamenti”- Rivista mensile del
Partito Socialista Democratico Italiano – Anno XV numero 176 / settembre 1988.
PARTE SECONDA
Come si vede da questi sommari appunti, scrivere la storia delle mille
eresie socialdemocratiche, dovunque e comunque collocate è scrivere insieme la
storia stessa del socialismo.
Ma torniamo a Palazzo Barberini.
Il documento-piattaforma per il nuovo partito lo fornì Saragat, con un
discorso di introduzione ai lavori del convegno barberi ano. In esso la
“socialdemocrazia” – intesa, si capisce, nell’accezione prevalsa in tutto
l’Occidente dagli anni cinquanta in poi – non era in grado di vantare il benché
minimo diritto di cittadinanza. Vi emerse, invece, un modello di “socialismo
autonomo” – questa, allora, la dizione adoperata – rapportabile molto più a una
democrazia socialista che a una socialdemocrazia.
Per rendersi conto appieno del fatto che Saragat pensava allora a un
partito socialista e democratico piuttosto che ad una socialdemocrazia vera e
propria, è giocoforza sottoporre a esame vari elementi di cui si compone un
testo che, per il fatto di essere datato, non è certo riconducibile a polverosa
scartoffia di archivio. E se non si intende “suonare” a tutti i costi “ il
piffero per il partito” al quale quelle idee hanno successivamente dato vita e
giocoforza, anche, attraversare i confini fra ortodossia e eresia saragattiana.
Anticomunismo
Nella varie forme che assume e nei vari tassi di intensità in cui si
manifesta è certo uno dei massimi dati caratterizzanti della identità socialdemocratica.
Ma ecco come Saragat impostava la
“questione comunista” inaugurando il
lungo viaggio del Partito Socialista dei Lavoratori Italiani: “ Il compagno
Calosso ha detto molto bene che s’illudono coloro i quali pensano che il
nostro movimento possa in un modo o
nell’altro orientarsi verso forme di lotta anticomunista. Mai noi potremo
assumere un atteggiamento di ostilità
nei confronti dei comunisti. Quali che siano le radicali differenze che ci
separano da loro, noi sappiamo che in
Italia il Partito Comunista rappresenta larghe zone della classe lavoratrice.
Una delle ragioni profonde della rinascita del nostro movimento è stata appunto
questa: la possibilità di portare la parola del vero socialismo nel seno della classe lavoratrice,
senza essere necessariamente costretti e
rivendicare questo diritto attraverso una polemica che potrebbe prestarsi
all’accusa di anticomunismo”.
Ciò premesso annuncia le
intenzioni per l’immediato futuro: “
Liberati dalle minacce che gravavano su di noi nel partito “fusionista”,
potremo porre il problema dei nostri
rapporti con i comunisti su un piano politico
non più polemico ma umano, e, ardisco sperare, fraterno. Se i
“fusionisti” con il loro atteggiamento non ci avessero precluso fino ad oggi
questa strada, penso che saremmo riusciti da un pezzo a creare un movimento socialista sottratto a
ogni complesso di inferiorità. Questa è
una delle colpe più gravi dei “fusionisti”.
Poi riferendosi all’offensiva denigratoria dei comunisti, aggiunse,
quasi elegiaco con ironia: “ Stamane ho letto che Togliatti dice contro di
noi. Una settimana fa avrei preso la
penna e avrei risposto vivacemente; oggi non sento più questo bisogno. Il
compagno Togliatti ci accusa di avere lavorato contro la democrazia e la
libertà. Sento tutt’al più l’amarezza
viva per questa incomprensione profonda e la volontà di dimostrare con i
fatti a tutti i lavoratori italiani che siamo noi i veri amici della
democrazia”.
Vediamo ora come Saragat dissertava sulla “prospettiva” dei rapporti
del PSLI con i comunisti; come pensava di “organizzare” quelle coincidenze,
convergenze, comunanze di obbiettivi pur parziali, intese pur circoscritte, che
non possono non esistere fra partiti anche molto diversi e che tuttavia si
richiamano all’ideale del socialismo: “ Ho il dovere però di rivolgere un
appello fraterno ai compagni comunisti, invitandoli nel loro stesso interesse a
non lasciarsi ingannare da spettri che non esistono. Il partito che sorge
oggi chiama a raccolta sul piano
democratico tutte le classi lavoratrici
italiane. Il partito comunista si
propone lo stesso scopo. Ebbene ci sarà una gara di emulazione fra noi e loro, ci incontreremo nelle
fabbriche, nei campi, negli uffici, ciascuno di noi prporrà la propria
fede di fronte alla coscienza dei
lavoratori, proporrà il proprio programma, ed io sono certo che è
nell’interesse della democrazia
che un simile confronto di esperienze, di dottrine, e di programmi avvenga
in una atmosfera di serenità. Da questo lavoro di emulazione e di polemica cordiali potrà sorgere qualcosa che avrà assai maggior valore di una unità formale.
Verrà fuori un’educazione civica nel senso di costume di vita veramente
democratico. Questo è quanto ci proponiamo di fare”.
E’ facile, oggi, ironizzare- col senno del poi e con i fotogrammi della
quarantennale realtà politica italiana, del socialismo, della sinistra nel suo
insieme, che ossessivamente ci scorrono davanti agli occhi- sull’utopia
saragattiana dei comunisti e dei socialisti
“autonomi” del PSLI che si rincorrono fabbrica per fabbrica, campo per campo,
ufficio per ufficio, in una gara di emulazione, di confronto, di polemica “ad
armi cortesi ed anzi cortesissime”, per accertare il tasso di verità dei
rispettivi “vangeli”. Ma allora, nella euforia che inondava le eleganti
sale del grande palazzo patrizio romano,
coloro che avevano abbandonato il congresso del PSIUP ( diventato rapidamente
PSI per timore di un impossessamento
della sigla da parte degli scissionisti) alla città Universitaria erano
ben lungi dal sospettare che, in prosieguo di tempo, la idilliaca sfida del Presidente
dell’Assemblea costituente si sarebbe rivelata oggettivamente impossibile,
essendo essa inimmaginabile fra quello che già era un colosso e ancor più lo
sarebbe diventato e uno smilzo partito intermedio destinato, col trascorrere
delle legislature, a diventare sempre più la chiesa di tutte le eresie
socialiste e comuniste.
***
Antisovietismo
Altro fattore formativo dell’identikit socialdemocratico è
l’antisovietismo. Però anch’esso è introvabile nelle tavole di fondazione
barberiniane. Anzi, nel discorso di Saragat sono rintracciabili ampie venature giustificazioniste
relative alla struttura e allo sviluppo dello
Stato sovietico, nonché alla nascita, formazione e lievitazione del medesimo.
Vediamo: “ Ma l’assurdo del nostro tempo
è che proprio quando il capitalismo vede fuori dell’uscio i piedi di
coloro che dovranno portarlo via, la coscienza socialista subisce un’eclissi
pericolosa. Il capitalismo crolla e viene sostituito da regimi sociali in cui
la libertà stenta fiorire. La ragione profonda di questo fatto è in ciò: che le
rivoluzioni proletarie negli ultimi decenni
hanno avuto il loro coronamento vittorioso non già nei paesi ad alto
livello produttivo e ad alto sviluppo industriale , ma in quelli a base
prevalentemente agricola. Non si tratta, beninteso, di un ripudio puerile di
quello che la storia ha registrato; non si tratta di cadere nell’assurdo
diniego di un atto di giustizia sociale soltanto perché si è realizzato in condizioni
che non potevano dare all’ordine nuovo le sue vere caratteristiche socialiste;
si tratta, però, di constatare quello che accade sotto i nostri occhi oggi. Le
rivoluzioni operaie degli ultimi decenni hanno trionfato in paesi in cui il
proletariato era una minoranza e l’alternativa era dittatura di destra o
dittatura di sinistra, data l’assenza nella vita politica delle immense masse
rurali. E’ logico quindi che le cose si siano svolte in quei paesi come si sono
svolte. Ma la situazione del nostro Paese è diversa”.
Il tono, come si vede, è blando, comprensivo, pur nel rimarco
ineludibile della diversità ideologica che non può non esistere fra il capo di
un partito della sinistra non comunista e la realtà sovietica. In questo quadro
la rinascita di una coscienza culturale e socialista dell’Italia risulta
condizionata non dall’antisovietismo ma dal prendere coscienza del suicidio
della rivoluzione sovietica.
***
Riformismo
Non c’è socialdemocratico che non sia pronto a giurare sull’equazione
socialdemocrazia = riformismo. Ma ecco un accenno, piuttosto sorprendente, di
Saragat a questa materia: “ Oggi si pensa che l’ultima parola della
saggezza politica sia il riformismo anti-democratico . Noi pensiamo che debba
essere la democrazia antiriformista”.
Per Saragat l’equazione ideale per il socialismo “autonomo” è
democrazia = rivoluzione. Dice: “ Il socialismo moderno deve essere
profondamente democratico. La democrazia non è un metodo strumentale, ma è la
sostanza viva della nostra dottrina.
La democrazia è nello stesso
tempo disciplina e coscienza rivoluzionaria della classe lavoratrice, perché
non si tratta di sapere se la storia ci proporrà in modo diverso, quello di cui
parlava ieri Togliatti nel suo “ hic Rodhus, hic salta”. Questo noi non lo
sappiamo, ma sappiamo che il proletariato sarà più preparato ad ogni evenienza quanto più sarà animato da
una profonda coscienza democratica, e ciò perché la democrazia conferisce al
combattente quella buona coscienza che è la forza risolutiva di tutti i conflitti storici”.
Ai comunisti addebita una scarsa sensibilità rivoluzionaria, causata
dal negligere le valenze libertarie della cultura del movimento operaio, e gli
impulsi autogestionari presenti nelle
masse popolari politicamente consapevoli: “ Invece di favorire il processo
autocritico dei lavoratori, invece di raccogliere le loro esperienze, invece di
fare come faceva Gramsci, che era capace di interrompere la discussione di un
alto consesso politico per riferire l’opinione del modesto operaio che aveva
incontrato per caso o della modesta massaia, si ha l’impressione, dico, che
s’intenda promuovere nella classe lavoratrice uno stato di ricettività mistica,
negatrice di ogni pensiero critico e rivoluzionario”.
L’aggettivo “rivoluzionario” riempie l’oratoria saragattiana in quel
mattino del gennaio ’47. E non è mai speso tanto per fare effetto, bensì per
qualificare una robusta elaborazione: “ Ma questa lotta rivoluzionaria sarà
efficace e produttiva solo se gli oppressi
avranno consapevolezza dell’umanità totale che è in loro e che si tratta
appunto di liberare dalle deformazioni che la soffocano.
Tutta l’analisi critica dei
nostri Maestri è definita dalal scoperta di questo volto umano, che al di là
delle deformazioni di classe si rivela alla coscienza degli oppressi. Il
proletariato lotta non solo per liberare se stesso, ma, liberando se stesso,
libera tutti gli uomini. Bisogna restituire al proletariato la coscienza di
questa umanità totale, di cui esso è il realizzatore, e allora veramente
acquisterà quello spirito rivoluzionario che dà alla sua azione un carattere di
universalità suscettibile di trascinare nel solco della lotta socialista tutti
coloro che credono nella giustizia e nella libertà”.
Come si vede Saragat arriva perfino ad abusare di toni mistici e
drammatici per inidcare la meta alla quale egli si vota.
In altro luogo Saragat ribadisce il concetto – chiave della sua
linea: l’identificazione del socialismo democratico con la rivoluzione: “ In
questo ripudio della sostanza viva dello spirito della democrazia, affermato a
parole ma rinnegato nei fatti, è tutto il dissenso tra coloro che, come noi,
concepiscono il socialismo come risultato delle lotte e dell’azione cosciente della classe
lavoratrice, e coloro che invece riducono la classe lavoratrice a strumento di
fini che essi stessi le propongono in virtù di una verità assoluta di cui si
considerano i detentori: è tutto il dissenso tra il socialismo democratico e
rivoluzionario e il socialismo autocratico, è tutto il dissenso tra coloro che
si pongono dal punto di vista degli interessi della classe lavoratrice
considerata nel suo complesso e coloro che si pongono dal punto di vista degli
interessi di un partito identificato
arbitrariamente come quello della classe lavoratrice”.
I rivoluzionari comunisti perdono la ragione
positiva del loro esistere. Il suicidio della conservazione si esprime nella
consapevolezza che tutto cambierà nonostante i loro desideri. L’ideale della
rivoluzione è vincente se è democratico.
