martedì 14 gennaio 2014

L'ERESIA SARAGATTIANA - UN CONFITEOR PER IL PSDI / PARTE SECONDA

Proponiamo  la seconda di tre parti, dell’ articolo di Giuseppe Averardi pubblicato, a suo tempo,  su “Ragionamenti”- Rivista mensile del Partito Socialista Democratico Italiano – Anno XV numero 176 / settembre 1988.



PARTE SECONDA

Come si vede da questi sommari appunti, scrivere la storia delle mille eresie socialdemocratiche, dovunque e comunque collocate è scrivere insieme la storia stessa del socialismo.
Ma torniamo a Palazzo Barberini.
Il documento-piattaforma per il nuovo partito lo fornì Saragat, con un discorso di introduzione ai lavori del convegno barberi ano. In esso la “socialdemocrazia” – intesa, si capisce, nell’accezione prevalsa in tutto l’Occidente dagli anni cinquanta in poi – non era in grado di vantare il benché minimo diritto di cittadinanza. Vi emerse, invece, un modello di “socialismo autonomo” – questa, allora, la dizione adoperata – rapportabile molto più a una democrazia socialista che a una socialdemocrazia.
Per rendersi conto appieno del fatto che Saragat pensava allora a un partito socialista e democratico piuttosto che ad una socialdemocrazia vera e propria, è giocoforza sottoporre a esame vari elementi di cui si compone un testo che, per il fatto di essere datato, non è certo riconducibile a polverosa scartoffia di archivio. E se non si intende “suonare” a tutti i costi “ il piffero per il partito” al quale quelle idee hanno successivamente dato vita e giocoforza, anche, attraversare i confini fra ortodossia e eresia saragattiana.

Anticomunismo

Nella varie forme che assume e nei vari tassi di intensità in cui si manifesta è certo uno dei massimi dati caratterizzanti della identità socialdemocratica. Ma ecco  come Saragat impostava la “questione comunista”  inaugurando il lungo viaggio del Partito Socialista dei Lavoratori Italiani: “ Il compagno Calosso  ha detto molto bene  che s’illudono coloro i quali pensano che il nostro movimento possa in un modo  o nell’altro orientarsi verso forme di lotta anticomunista. Mai noi potremo assumere un atteggiamento  di ostilità nei confronti dei comunisti. Quali che siano le radicali differenze che ci separano da loro, noi sappiamo  che in Italia il Partito Comunista rappresenta larghe zone della classe lavoratrice. Una delle ragioni profonde della rinascita del nostro movimento è stata appunto questa: la possibilità di portare la parola del vero  socialismo nel seno della classe lavoratrice, senza essere necessariamente costretti  e rivendicare questo diritto attraverso una polemica che potrebbe prestarsi all’accusa di anticomunismo”.
Ciò premesso  annuncia le intenzioni per l’immediato futuro: “  Liberati dalle minacce che gravavano su di noi nel partito “fusionista”, potremo  porre il problema dei nostri rapporti con i comunisti su un piano politico  non più polemico ma umano, e, ardisco sperare, fraterno. Se i “fusionisti” con il loro atteggiamento non ci avessero precluso fino ad oggi questa strada, penso che saremmo riusciti da un pezzo  a creare un movimento socialista sottratto a ogni complesso di inferiorità. Questa è  una delle colpe più gravi dei “fusionisti”.
Poi riferendosi all’offensiva denigratoria dei comunisti, aggiunse, quasi elegiaco con ironia: “ Stamane ho letto che Togliatti dice contro di noi. Una settimana  fa avrei preso la penna e avrei risposto vivacemente; oggi non sento più questo bisogno. Il compagno Togliatti ci accusa di avere lavorato contro la democrazia e la libertà. Sento tutt’al più l’amarezza  viva per questa incomprensione profonda e la volontà di dimostrare con i fatti a tutti i lavoratori italiani che siamo noi i veri amici della democrazia”.
Vediamo ora come Saragat dissertava sulla “prospettiva” dei rapporti del PSLI con i comunisti; come pensava di “organizzare” quelle coincidenze, convergenze, comunanze di obbiettivi pur parziali, intese pur circoscritte, che non possono non esistere fra partiti anche molto diversi e che tuttavia si richiamano all’ideale del socialismo: “ Ho il dovere però di rivolgere un appello fraterno ai compagni comunisti, invitandoli nel loro stesso interesse a non lasciarsi ingannare da spettri che non esistono. Il partito che sorge oggi  chiama a raccolta sul piano democratico  tutte le classi lavoratrici italiane.  Il partito comunista si propone lo stesso scopo. Ebbene ci sarà una gara di emulazione  fra noi e loro, ci incontreremo nelle fabbriche, nei campi, negli uffici, ciascuno di noi prporrà la propria fede  di fronte alla coscienza dei lavoratori, proporrà il proprio programma, ed io sono certo  che è  nell’interesse della democrazia  che un simile confronto di esperienze, di dottrine, e di programmi avvenga in una atmosfera di serenità. Da questo lavoro di emulazione  e di polemica cordiali potrà sorgere  qualcosa che avrà  assai maggior valore di una unità formale. Verrà fuori un’educazione civica nel senso di costume di vita veramente democratico. Questo è quanto ci proponiamo di fare”.
E’ facile, oggi, ironizzare- col senno del poi e con i fotogrammi della quarantennale realtà politica italiana, del socialismo, della sinistra nel suo insieme, che ossessivamente ci scorrono davanti agli occhi- sull’utopia saragattiana  dei comunisti e dei socialisti “autonomi” del PSLI che si rincorrono fabbrica per fabbrica, campo per campo, ufficio per ufficio, in una gara di emulazione, di confronto, di polemica “ad armi cortesi ed anzi cortesissime”, per accertare il tasso di verità dei rispettivi “vangeli”. Ma allora, nella euforia che inondava le eleganti sale  del grande palazzo patrizio romano, coloro che avevano abbandonato il congresso del PSIUP ( diventato rapidamente PSI per timore di un impossessamento  della sigla da parte degli scissionisti) alla città Universitaria erano ben lungi dal sospettare che, in prosieguo di tempo,  la idilliaca sfida del Presidente dell’Assemblea costituente si sarebbe rivelata oggettivamente impossibile, essendo essa inimmaginabile fra quello che già era un colosso e ancor più lo sarebbe diventato e uno smilzo partito intermedio destinato, col trascorrere delle legislature, a diventare sempre più la chiesa di tutte le eresie socialiste e comuniste.
***
Antisovietismo

Altro fattore formativo dell’identikit socialdemocratico è l’antisovietismo. Però anch’esso è introvabile nelle tavole di fondazione barberiniane. Anzi, nel discorso di Saragat sono rintracciabili  ampie venature giustificazioniste relative  alla struttura e allo sviluppo dello Stato sovietico, nonché alla nascita, formazione e lievitazione del medesimo. Vediamo: “ Ma l’assurdo del nostro tempo  è che proprio quando il capitalismo vede fuori dell’uscio i piedi di coloro che dovranno portarlo via, la coscienza socialista subisce un’eclissi pericolosa. Il capitalismo crolla e viene sostituito da regimi sociali in cui la libertà stenta fiorire. La ragione profonda di questo fatto è in ciò: che le rivoluzioni proletarie negli ultimi decenni  hanno avuto il loro coronamento vittorioso non già nei paesi ad alto livello produttivo e ad alto sviluppo industriale , ma in quelli a base prevalentemente agricola. Non si tratta, beninteso, di un ripudio puerile di quello che la storia ha registrato; non si tratta di cadere nell’assurdo diniego di un atto di giustizia sociale soltanto perché si è realizzato in condizioni che non potevano dare all’ordine nuovo le sue vere caratteristiche socialiste; si tratta, però, di constatare quello che accade sotto i nostri occhi oggi. Le rivoluzioni operaie degli ultimi decenni hanno trionfato in paesi in cui il proletariato era una minoranza e l’alternativa era dittatura di destra o dittatura di sinistra, data l’assenza nella vita politica delle immense masse rurali. E’ logico quindi che le cose si siano svolte in quei paesi come si sono svolte. Ma la situazione del nostro Paese è diversa”.
Il tono, come si vede, è blando, comprensivo, pur nel rimarco ineludibile della diversità ideologica che non può non esistere fra il capo di un partito della sinistra non comunista e la realtà sovietica. In questo quadro la rinascita di una coscienza culturale e socialista dell’Italia risulta condizionata non dall’antisovietismo ma dal prendere coscienza del suicidio della rivoluzione sovietica.
***
  Riformismo

Non c’è socialdemocratico che non sia pronto a giurare sull’equazione socialdemocrazia = riformismo. Ma ecco un accenno, piuttosto sorprendente, di Saragat a questa materia: “ Oggi si pensa che l’ultima parola della saggezza politica sia il riformismo anti-democratico . Noi pensiamo che debba essere la democrazia antiriformista”.
Per Saragat l’equazione ideale per il socialismo “autonomo” è democrazia = rivoluzione. Dice: “ Il socialismo moderno deve essere profondamente democratico. La democrazia non è un metodo strumentale, ma è la sostanza viva della nostra dottrina.
La democrazia è nello stesso tempo disciplina e coscienza rivoluzionaria della classe lavoratrice, perché non si tratta di sapere se la storia ci proporrà in modo diverso, quello di cui parlava ieri Togliatti nel suo “ hic Rodhus, hic salta”. Questo noi non lo sappiamo, ma sappiamo che il proletariato sarà più preparato  ad ogni evenienza quanto più sarà animato da una profonda coscienza democratica, e ciò perché la democrazia conferisce al combattente quella buona coscienza che è la forza risolutiva  di tutti i conflitti storici”.
Ai comunisti addebita una scarsa sensibilità rivoluzionaria, causata dal negligere le valenze libertarie della cultura del movimento operaio, e gli impulsi  autogestionari presenti nelle masse popolari politicamente consapevoli: “ Invece di favorire il processo autocritico dei lavoratori, invece di raccogliere le loro esperienze, invece di fare come faceva Gramsci, che era capace di interrompere la discussione di un alto consesso politico per riferire l’opinione del modesto operaio che aveva incontrato per caso o della modesta massaia, si ha l’impressione, dico, che s’intenda promuovere nella classe lavoratrice uno stato di ricettività mistica, negatrice di ogni pensiero critico e rivoluzionario”.
L’aggettivo “rivoluzionario” riempie l’oratoria saragattiana in quel mattino del gennaio ’47. E non è mai speso tanto per fare effetto, bensì per qualificare una robusta elaborazione: “ Ma questa lotta rivoluzionaria sarà efficace e produttiva solo se gli oppressi  avranno consapevolezza dell’umanità totale che è in loro e che si tratta appunto di liberare dalle deformazioni che la soffocano.
Tutta l’analisi critica dei nostri Maestri è definita dalal scoperta di questo volto umano, che al di là delle deformazioni di classe si rivela alla coscienza degli oppressi. Il proletariato lotta non solo per liberare se stesso, ma, liberando se stesso, libera tutti gli uomini. Bisogna restituire al proletariato la coscienza di questa umanità totale, di cui esso è il realizzatore, e allora veramente acquisterà quello spirito rivoluzionario che dà alla sua azione un carattere di universalità suscettibile di trascinare nel solco della lotta socialista tutti coloro che credono nella giustizia e nella libertà”.
Come si vede Saragat arriva perfino ad abusare di toni mistici e drammatici per inidcare la meta alla quale egli si vota.
In altro luogo Saragat ribadisce il concetto – chiave della sua linea: l’identificazione del socialismo democratico con la rivoluzione: “ In questo ripudio della sostanza viva dello spirito della democrazia, affermato a parole ma rinnegato nei fatti, è tutto il dissenso tra coloro che, come noi, concepiscono il socialismo come risultato delle lotte  e dell’azione cosciente della classe lavoratrice, e coloro che invece riducono la classe lavoratrice a strumento di fini che essi stessi le propongono in virtù di una verità assoluta di cui si considerano i detentori: è tutto il dissenso tra il socialismo democratico e rivoluzionario e il socialismo autocratico, è tutto il dissenso tra coloro che si pongono dal punto di vista degli interessi della classe lavoratrice considerata nel suo complesso e coloro che si pongono dal punto di vista degli interessi di un partito identificato  arbitrariamente come quello della classe lavoratrice”.
I rivoluzionari comunisti perdono la ragione positiva del loro esistere. Il suicidio della conservazione si esprime nella consapevolezza che tutto cambierà nonostante i loro desideri. L’ideale della rivoluzione è vincente se è democratico.