domenica 19 gennaio 2014

L'ERESIA SARAGATTIANA - UN CONFITEOR PER IL PSDI / PARTE TERZA




Ecco, infine, la terza ed ultima parte del bello e dettagliato articolo del Senatore Giuseppe Averardi. L’ultima parte dell’articolo fa riferimento all’attualità politica del 1988 e va quindi contestualizzata e riportata a quella temperie politica.

Classe

Fra i massimi vanti della socialdemocrazia oggi campeggia quello di non obbedire a ispirazioni classiste e operaiste; a ispirazioni, cioè alle quali Saragat mostrava di non volere e di non potere rinunciare, pur collegandole strettamente a quell’architrave del suo sistema ideologico già individuato nella sinonimia fra socialismo democratico e rivoluzione democratica.
Per quanto concerne il classismo, egli trova anzitutto modo di trattarne nell’ambito di un passaggio polemico dedicato alla concezione dell’unità operaia professata dai comunisti: “ Si ha l’impressione, invece, che tutto sia predisposto per dirigere i lavoratori verso una società in cui la coercizione  di ognuno  sia la premessa per la coercizione di tutti. Questo processo di sterilizzazione dello spirito dei militanti viene mascherato con affermazioni  classiste ed unitarie le quali, sacrosante in sé, diventano in questo clima foriere di conformismo e coartazione. Certo, l’unità  è una cosa sacra a tutti i cuori dei socialisti, ma di quale unità si parla? Se questa unità dev’essere  il risultato del concorso di tutte le volontà, noi l’accoglieremo con impeto fraterno, ma se questa unità dovesse realizzarsi sulla distruzione dei princìpi democratici noi dovremmo respingerla.. Uno degli scopi essenziali del nostro partito  è di creare le premesse per la vera unità della classe lavoratrice. Unità che non può realizzarsi che sul piano democratico, dove tutte le correnti possono armonizzarsi in un concorso fecondo”.
L’uomo che  era allora, in quel momento, in procinto di abbandonare la seconda carica dello Stato onde dedicarsi interamente al tentativo di raggiungere nobilissimi obiettivi cari ai lavoratori e ai progressisti, riserva nei suoi sogni alla classe un destino ed un potere, che vanno ben al di là di quelli vagheggiati da Antonio Gramsci. Egli,infatti, fa sua la finalità del “dominio” cui il marxista sardo, come è ben noto, sostituisce la “egemonia”. Probabilmente, la differenza tutto sommato è solo lessicale, ma è significativo che la parola, anche politicamente pesante, non abbia suscitato in Saragat riluttanza. Vediamo: “ Una classe non  può assurgere a classe dominante della società se non rappresentando gli interessi di tutti. Quanto più il proletariato sarà democratico, tanto più troverà alleati, tanto più sarà forte”.
Per il fondatore del PSLI – poi PSDI – dopo essere stato, in un rapido intermezzo, PSSIIS (Partito Socialista- Sezione dell’Internazionale Socialista) -, significa lotta di classe. E infatti: “ Ma questa unione fraterna fra lavoratori delle officine, dei campi e lavoratori degli uffici, tra proletari e piccoli proprietari rurali, tra proletari ed artigiani, tra operai ed intellettuali, questa unione fraterna fra tutte le forze del lavoro può realizzarsi soltanto se essa è promossa da un partito il quale, avendo la lotta di classe come mezzo, diffonda nelle sue file a attorno a sé i princìpi vitali della democrazia.
Ci si obietta che, se il partito accettasse nelle sue file forze non proletarie, si svuoterebbe della sua sostanza classista, perderebbe la sua ragion d’essere e soprattutto diventerebbe il centro di una azione anticomunista. Ho già risposto per la prima parte; per la seconda dirò che se non intendo trattare il problema dei rapporti con il Partito Comunista  è perché soltanto la nostra Direzione potrà farlo”.
Cosa rispose per la prima parte? Ecco: “ C’è un altro pericolo, dicono i nostri critici. Voi potreste diventare un partito di piccolo-borghesi; un partito  che non avrà le caratteristiche proprie di ogni movimento socialista. E’ chiaro, compagni, che la fisionomia politica di un movimento è determinata non dalla volontà di coloro che lo dirigono, ma dalle condizioni sociali delle forze che lo compongono. Ed è chiaro che, se la maggioranza degli iscritti al nostro movimento dovesse essere formata dai lavoratori del ceto medio, la fisionomia del partito ne risentirebbe. Noi siamo certi che così non sarà”.
Come si vede, qui Saragat si sbilancia con una affermazione eccessivamente perentoria, ma poi, con una prudenza dettata dalla saggezza non meno che  dalla esperienza, mette le mani avanti ed afferma: “ Ma se, anche per un’ipotesi assurda, fosse vero che nel nostro partito i lavoratori del ceto medio dovessero prevalere sui proletari; se anche fosse vero, come speriamo, che i lavoratori del ceto medio  al nostro appello si raccogliessero in massa compatti  intorno alla bandiera del socialismo, noi riusciremmo ad impedire quello che è avvenuto nel 1922. Allora questi lavoratori del ceto medio si orientarono verso formazioni di destra e, peggio ancora, formazioni reazionarie.
Anche in tal caso noi avremo reso un servizio incalcolabile allo sviluppo democratico del nostro paese”.
Ritorna in Saragat l’antica lezione di Machiavelli che è sempre meglio prender partito che rimanere sulla sponda dell’avversario. L’intuizione saragattiana affiora con 20 anni d’anticipo sulla realtà in movimento: la classe è una collettività di interessi occorre innestare sulla classe operaia i cetimedi e il terziario. La lotta di classe, inoltre, si disperde e frantuma in un intrecciarsi di classi sociali e crea nuovi legamie nuove realtà ( c’è per intero la teoria che porterà Saragat a sostenere nel 1962 il centro-sinistra e l’apertura al PSI: l’alleanza del ceto medio e della classe operaia).
  ***
Marxismo

Sul tema del marxismo, dunque, Giuseppe Saragat non ha innovato nulla, o ben poco, nello oramai sconvolto panorama dottrinario del barbarismo delle origini. Allora egli puntellava con forti e densi riferimenti a Marx la sua fiorente tessitura di pensiero, dove i fili della cultura risultavano strettamente intrecciati a quelli della politica. Il suo importante discorso viene in evidenza, a tratti, come un’arco scoccante dardi indirizzati non contro il marxismo, bensì contro quelle che egli ritiene le sue più volgari e grezze versioni e perversioni. Dice: “ Le interpretazioni più rozze del marxismo, che una critica illuminata nel corso degli ultimi 50 anni aveva eliminate, ritornano a galla. A coloro che affermano che questo scadimento della coscienza proletaria è dovuto al fatto che siamo entrati nel periodo delle realizzazioni, che siamo entrarti nel periodo in cui le armi della critica sono sostituite  dalla critica delle armi, rispondiamo con Marx che “ l’ignoranza non è mai stata un argomento e che precisamente nei periodi  di realizzazioni bisogna ricordarsi  che se “ il proletariato è il braccio della filosofia, la filosofia è la testa del proletariato”. Marx voleva  con questo dire che non è possibile un’azione di carattere rivoluzionario se questa azione non è animata da un pensiero critico, da un pensiero cosciente”.
Ancora: “ Abbiamo sentito pochi giorni fa in un comizio operaio  che si sono criticati i princìpi del 1789, e la cosa ci ha profondamente addolorati. Non si parla, ad un popolo che esce da venti anni di dittatura, in questo modo. Né si invochi, a tal proposito Marx. La critica che Marx muove ai Diritti dell’Uomo è una critica della società borghese; ed è una critica delle libertà borghesi. Ma se Marx interpreta tutti i rapporti attuali come rapporti di classe, lo fa ponendosi dal punto di vista di un proletariato che anticipi già nella sua coscienza quella umanità totale di cui è il creatore…
Quando Marx critica la libertà di stampa non critica il diritto degli uomini di esprimere con la stampa il loro pensiero, ma critica  il fatto che solo coloro che hanno quattrini possono farlo”.
Il Saragat di Palazzo Barberini esprime una linea nettamente anticapitalista. Ecco una piccola silloge di citazioni ad hoc: “ La nozione di libertà per noi socialisti è profondamente diversa da quella che fu elaborata dalla classe borghese nella Rivoluzione dell’89 pur avendo in essa le sue radici”. E di rincalzo: “La critica dei Diritti dell’Uomo è la critica delle limitazioni borghesi di questi diritti. Si tratta infatti di diritti limitati alla sfera politica. La libertà dei Diritti dell’Uomo è la libertà dell’uomo egoista. La libertà cui il socialismo aspira è la libertà nella solidarietà, la libertà che significa “ un ritorno cosciente, completo, all’uomo sociale col mantenimentodi tutta la ricchezza del suo sviluppo interiore” (citazione da Marx, N.d.R.). Ma questo non  vuol dire che il socialismo neghi la libertà individuale, al contrario”.
E a proposito ancora della libertà di stampa: “ Questo diritto non sarà veramente attuato se non quando tutti avranno una uguale possibilità di dire quello che pensano. Non, quindi, negazione della libertà di stampa, ma distruzione delle limitazioni borghesi della libertà di stampa. Lo stesso vale per la democrazia politica, di cui i nostri Maestri criticano precisamente le limitazioni”.
Infine, una secca, drastica, inappellabile condanna del sistema sociale attuale. Senza nessuna concessione a formule “centriste” o centrali, tipiche della più accreditata programmatica della destra riformista. Vediamo: “Nella società contemporanea tutto si sviluppa nel senso previsto dai nostri Maestri. Il sistema capitalistico rivela sempre più le sue contraddizioni e sempre più si dimostra incapace di rispondere a quel bisogno di giustizia che è veramente il più imperioso, il più urgente, il più dominante di tutti i bisogni umani”. I due piani di “giustizia” e “libertà” e il rigoroso uso della loro concatenazione diventeranno negli anni successivi la chiave di volta di tutta la problematica saragattiana.
  ***
Eurosocialismo

In quel gelido 12 gennaio del ’47 il socialismo democratico e autonomo nasce europeista. Dice Saragat, soffermandosi sui rapporti internazionali dell’Italia: “ Tutti i problemi si accumulano e nessuno trova la sua soluzione razionale: problemi di politica estera, per cui il Paese invece di stabilizzarsi in una posizione di assoluta autonomia tra i grandi blocchi contendenti che gli conferirebbe l’autorità per stringere legami fecondi con tutti, appare turbato da forze centrifughe che fanno oscillare il centro di gravità della sua politica ora verso l’Est ora verso l’Ovest, suscitando diffidenze pericolose tanto all’Ovest che all’Est…”.
L’europeismo vetero-saragattiano si staglia sullo sfondo di una vera e propria “terza via” europeista. Questa, almeno, la sensazione da cui si è pervasi leggendo un ulteriore brano della summa barberiniana: “ La prima esigenza del socialismo contemporaneo è di riacquistare il senso di una missione che la mancanza di fede in coloro che lo hanno guidato in questi ultimi tempi gli ha fatto smarrire. Quale nobile missione! In Europa è soltanto il socialismo che appare come suscettibile di sottrarre i popoli alla minaccia terribile di una nuova guerra. Soltanto se i movimenti socialisti  prevarranno, in Europa, sarà possibile creare quella zona di pace in cui gli antagonismi  dell’Est e dell’Ovest potranno risolversi in una sintesi feconda. Scompaia questo movimento  socialista e allora l’unica forza unitaria  che oggi stabilisce un minimo di legami fra i lavoratori di tutti i paesi  verrebbe a mancare”. Si tratta di una affermazione  non isolata ma ricorrente in tutta l’opera di Saragat. Le radici ideologiche e culturali  di questa scelta comprendono le tappe dell’illuminismo, del liberalismo e del marxismo, del progressismo capitalista e del riformismo operaista. Rivive in Saragat  la stagione antimediterranea di Cavour, Gobetti, Gramsci, Einaudi e Olivetti  in un modello di sviluppo per l’Italia nata dalla Resistenza in Piemonte e Lombardia. I fautori della vocazione mediterranea  e antioccidentali troveranno in Saragat un avversario implacabile.  Egli spezzerà continuamente il filo della demagogia che si cela nel populismo e le velleità di un’autarchia culturale e politica.
***

Il 18 gennaio esce l’” Umanità”, quotidiano dei “piselli”, come venivano sprezzantemente distinti i militanti del nuovo partito, saragattiani o meno che fossero, dai comunisti e dai socialisti del PSI. Lo presenta un editoriale di Saragat intitolato “La strada e la meta”, bnel quale il leader delal nuova formazione ribadisce con più celerità ma punto per punto, con sacrosanta pervicacia, i concetti che una settimana prima aveva affidati alla sua lucida e suggestiva oratoria.
Più in equivoco che mai è il “pollice verso” nei confronti delle fondamentali coordinate dell’ideologia conservatrice, dell’uso retorico e dell’abuso dei valori dello spirito. “ Noi constatiamo che la società capitalistica non può liberare l’uomo dalla schiavitù del bisogno e non può sottrarlo alla tragica minaccia di nuove dittature e di nuove guerre. L’egoismo la domina e l’ingiustizia sociale la scardina, soffocando nei singoli- privati di una ragione comune di vita e della coscienza di un comune destino – il senso stesso dell’umanità. L’ultima parola della sua saggezza è la libertà nell’isolamento dell’individuo, separato dai suoi limiti dall’abisso dell’egoismo; è la democrazia senza un denominatore comune che associa coloro i quali convivono nella stessa patria nel fervore di una missione collettiva. Si vive- quando se ne hanno i mezzi -, si vive alla giornata una vita inumana, e gli stessi ideali, attorno ai quali si formava nel passato un’anima collettiva, si scolorano oggi nell’aridità delle coscienze”.
E’ un brano semplicemente superbo – è stato scritto ai tempi di Giovanni XXIII- racchiuso nel breve giro di alcune frasi compilate d’impeto, sotto la pressione di incontenibili sentimenti.
Ancor più vigoroso e pregante, severo e fustigante, il giudizio sul riformismo  e sul rivoluzionarismo: “  In una società siffatta,come affrontare i grandi problemi sociali la cui soluzione esige il concorso appassionato  delle volontà, lo slancio operoso  delle coscienze? I partiti che in Italia avrebbero dovuto proporsi  di dare ai lavoratori  la consapevolezza del loro compito di costruttori di un ordine nuovo, fondato sulla libertà  e la giustizia, attutiscono  il generoso slancio popolare nell’aridità  di un riformismo antidemocratico, nell’eccitamento sterile di un rivoluzionarismo verboso, proprio quando l’impulso rinnovatore non poteva scaturire che da un fervore di democrazia rivoluzionaria”.
Dunque, la democrazia rivoluzionaria come antidoto al “riformismo antidemocratico” e al “rivoluzionarismo verboso”. Sempre più netta, se possibile, l’opzione per la linea della rivoluzione per consenso, in un successivo brano nel quale si coglie questo messaggio: “ Se saremo all’altezza del compito che la realtà italiana ci propone, trascineremo dietro la gloriosa bandiera del socialismo autonomo, democratico e rivoluzionario le classi lavoratrici italiane”.
Di quel remoto articolo di Saragat dobbiamo riprodurre i due ultimi capoversi avendo essi dato luogo a quella che possiamo, a ragione, chiamare una profezia. Vediamo: “Iniziando questo duro cammino il nostro pensiero fraterno si rivolge ai compagni che non han creduto di unirsi a noi, perché convinti di potere ancora lottare per i comuni ideali in quella che avrebbe dovuto essere, e non è più, la casa di tutti i socialisti. Siamo certi che li ritroveremo, e l’approvazione che un giorno ci verrà da loro cancellerà il ricordo di un distacco amaro”.
Esattamente quaranta anni dopo, i massimi dirigenti del PSI hanno detto, con la massima solennità possibile, che Saragat aveva avuto ragione. Avvenimento, questo, che sembra affondare le radici più nella magia che nella usuale logica dei comportamenti politici.
Già negli anni più duri erano venuti a Saragat ampi riconoscimenti dai comunisti e da uomini di grande prestigio, che nelle aspre e drammatiche vicende socialiste del dopoguerra non soltanto si trovarono dall’altra parte della barricata, ma addirittura furono alla testa delle correnti più accesamente antisaragattiane. Per esempio Lelio Basso, il quale alla tribuna del congresso del PSI di Milano nel ’61 disse testualmente: “Chi ritiene Saragat un uomo in malafede  non conosce Saragat”. Affermazione che tagliò corto a ogni ipotesi negativa, maliziosa.
Bettino Craxi, con il suo discorso al Congresso dell’Eur del PSDI, ha sepolto le ragioni della scissione del ’47 ed ha posto le fondamenta per la riunificazione del movimento socialista in Italia su basi socialdemocratiche.
***
Andando ben oltre le osservazioni di Craxi noi vogliamo concludere queste nostre brevi note con una considerazione più radicale: non vi sarà ricomposizione della sinistra storica in Italia se non nell’accettazione della linea che possiamo definire di matrice saragattiana.
C’è qualcuno fra i massimi dirigenti del PSDI che ha tentato di rinnegare Saragat in nome di Saragat ed ha iniziato e quasi portato a fondo l’opera di distruzione del partito da lui  voluto con un verdetto feroce che ne snatura e tradisce il pensiero e l’opera, questo” 40 anni di sudditanza alla DC”. Una politica settaria, l’assenza di preparazione ideologica, una rimasticazione di testi mal digeriti con una lettura in ritardo del leninismo, una confusa e sproporzionata ambizione di protagonismo volta al possesso fisico del partito hanno prodotto un clima che ha intossicato il PSDI e ha consegnato in larga parte la sua eredità storica al PSI di Bettino Craxi.
In questo clima, segnato tra l’altro, da una caduta morale senza precedenti e ultimamente da una sconfitta elettorale dalla  quale il partito non è più in grado di riprendersi, in questa situazione difficilissima una legione di faccendieri, di artisti del trasformismo, di commercianti della politica si va impadronendo delle spoglie di quello che fu il partito saragattiano, distruggendo anche la memoria del suo fondatore.
Ma se qualcuno ha potuto concepire l’ardita operazione di distruggere Saragat in nome di Saragat, occorre allora riaprire il dibattito sul processo unitario che il “saragattismo” voleva introdurre nella sinistra italiana in termini nuovi e comunque innovativi, recuperare l’antica tensione ideale, suscitare nuove passioni, alimentare la concezione del Socialismo come “nuovo umanesimo” e “rivoluzione democratica” da compiere.

Giuseppe Averardi