Ecco, infine, la terza ed ultima parte del bello e
dettagliato articolo del Senatore Giuseppe Averardi. L’ultima parte dell’articolo
fa riferimento all’attualità politica del 1988 e va quindi contestualizzata e
riportata a quella temperie politica.
Classe
Fra i massimi vanti della socialdemocrazia
oggi campeggia quello di non obbedire a ispirazioni classiste e operaiste; a
ispirazioni, cioè alle quali Saragat mostrava di non volere e di non potere
rinunciare, pur collegandole strettamente a quell’architrave del suo sistema
ideologico già individuato nella sinonimia fra socialismo democratico e
rivoluzione democratica.
Per quanto concerne il classismo, egli trova
anzitutto modo di trattarne nell’ambito di un passaggio polemico dedicato alla
concezione dell’unità operaia professata dai comunisti: “ Si ha
l’impressione, invece, che tutto sia predisposto per dirigere i lavoratori
verso una società in cui la coercizione
di ognuno sia la premessa per la
coercizione di tutti. Questo processo di sterilizzazione dello spirito dei
militanti viene mascherato con affermazioni
classiste ed unitarie le quali, sacrosante in sé, diventano in questo
clima foriere di conformismo e coartazione. Certo, l’unità è una cosa sacra a tutti i cuori dei
socialisti, ma di quale unità si parla? Se questa unità dev’essere il risultato del concorso di tutte le
volontà, noi l’accoglieremo con impeto fraterno, ma se questa unità dovesse
realizzarsi sulla distruzione dei princìpi democratici noi dovremmo
respingerla.. Uno degli scopi essenziali del nostro partito è di creare le premesse per la vera unità
della classe lavoratrice. Unità che non può realizzarsi che sul piano
democratico, dove tutte le correnti possono armonizzarsi in un concorso
fecondo”.
L’uomo che
era allora, in quel momento, in procinto di abbandonare la seconda
carica dello Stato onde dedicarsi interamente al tentativo di raggiungere
nobilissimi obiettivi cari ai lavoratori e ai progressisti, riserva nei suoi
sogni alla classe un destino ed un potere, che vanno ben al di là di quelli
vagheggiati da Antonio Gramsci. Egli,infatti, fa sua la finalità del “dominio”
cui il marxista sardo, come è ben noto, sostituisce la “egemonia”.
Probabilmente, la differenza tutto sommato è solo lessicale, ma è significativo
che la parola, anche politicamente pesante, non abbia suscitato in Saragat
riluttanza. Vediamo: “ Una classe non
può assurgere a classe dominante della società se non rappresentando gli
interessi di tutti. Quanto più il proletariato sarà democratico, tanto più
troverà alleati, tanto più sarà forte”.
Per il fondatore del PSLI – poi PSDI – dopo
essere stato, in un rapido intermezzo, PSSIIS (Partito Socialista- Sezione
dell’Internazionale Socialista) -, significa lotta di classe. E infatti: “
Ma questa unione fraterna fra lavoratori delle officine, dei campi e lavoratori
degli uffici, tra proletari e piccoli proprietari rurali, tra proletari ed
artigiani, tra operai ed intellettuali, questa unione fraterna fra tutte le
forze del lavoro può realizzarsi soltanto se essa è promossa da un partito il
quale, avendo la lotta di classe come mezzo, diffonda nelle sue file a attorno
a sé i princìpi vitali della democrazia.
Ci si
obietta che, se il partito accettasse nelle sue file forze non proletarie, si
svuoterebbe della sua sostanza classista, perderebbe la sua ragion d’essere e
soprattutto diventerebbe il centro di una azione anticomunista. Ho già risposto
per la prima parte; per la seconda dirò che se non intendo trattare il problema
dei rapporti con il Partito Comunista è
perché soltanto la nostra Direzione potrà farlo”.
Cosa rispose per la prima parte? Ecco: “
C’è un altro pericolo, dicono i nostri critici. Voi potreste diventare un
partito di piccolo-borghesi; un partito
che non avrà le caratteristiche proprie di ogni movimento socialista. E’
chiaro, compagni, che la fisionomia politica di un movimento è determinata non
dalla volontà di coloro che lo dirigono, ma dalle condizioni sociali delle
forze che lo compongono. Ed è chiaro che, se la maggioranza degli iscritti al
nostro movimento dovesse essere formata dai lavoratori del ceto medio, la
fisionomia del partito ne risentirebbe. Noi siamo certi che così non sarà”.
Come si vede, qui Saragat si sbilancia con
una affermazione eccessivamente perentoria, ma poi, con una prudenza dettata
dalla saggezza non meno che dalla
esperienza, mette le mani avanti ed afferma: “ Ma se, anche per un’ipotesi
assurda, fosse vero che nel nostro partito i lavoratori del ceto medio
dovessero prevalere sui proletari; se anche fosse vero, come speriamo, che i
lavoratori del ceto medio al nostro
appello si raccogliessero in massa compatti
intorno alla bandiera del socialismo, noi riusciremmo ad impedire quello
che è avvenuto nel 1922. Allora questi lavoratori del ceto medio si orientarono
verso formazioni di destra e, peggio ancora, formazioni reazionarie.
Anche
in tal caso noi avremo reso un servizio incalcolabile allo sviluppo democratico
del nostro paese”.
Ritorna in Saragat l’antica lezione di
Machiavelli che è sempre meglio prender partito che rimanere sulla sponda
dell’avversario. L’intuizione saragattiana affiora con 20 anni d’anticipo sulla
realtà in movimento: la classe è una collettività di interessi occorre
innestare sulla classe operaia i cetimedi e il terziario. La lotta di classe,
inoltre, si disperde e frantuma in un intrecciarsi di classi sociali e crea
nuovi legamie nuove realtà ( c’è per intero la teoria che porterà Saragat a
sostenere nel 1962 il centro-sinistra e l’apertura al PSI: l’alleanza del ceto
medio e della classe operaia).
***
Marxismo
Sul tema del marxismo, dunque, Giuseppe
Saragat non ha innovato nulla, o ben poco, nello oramai sconvolto panorama
dottrinario del barbarismo delle origini. Allora egli puntellava con forti e
densi riferimenti a Marx la sua fiorente tessitura di pensiero, dove i fili della
cultura risultavano strettamente intrecciati a quelli della politica. Il suo
importante discorso viene in evidenza, a tratti, come un’arco scoccante dardi
indirizzati non contro il marxismo, bensì contro quelle che egli ritiene le sue
più volgari e grezze versioni e perversioni. Dice: “ Le interpretazioni più
rozze del marxismo, che una critica illuminata nel corso degli ultimi 50 anni
aveva eliminate, ritornano a galla. A coloro che affermano che questo
scadimento della coscienza proletaria è dovuto al fatto che siamo entrati nel
periodo delle realizzazioni, che siamo entrarti nel periodo in cui le armi
della critica sono sostituite dalla
critica delle armi, rispondiamo con Marx che “ l’ignoranza non è mai stata un
argomento e che precisamente nei periodi
di realizzazioni bisogna ricordarsi
che se “ il proletariato è il braccio della filosofia, la filosofia è la
testa del proletariato”. Marx voleva con
questo dire che non è possibile un’azione di carattere rivoluzionario se questa
azione non è animata da un pensiero critico, da un pensiero cosciente”.
Ancora: “ Abbiamo sentito pochi giorni
fa in un comizio operaio che si sono
criticati i princìpi del 1789, e la cosa ci ha profondamente addolorati. Non si
parla, ad un popolo che esce da venti anni di dittatura, in questo modo. Né si
invochi, a tal proposito Marx. La critica che Marx muove ai Diritti dell’Uomo è
una critica della società borghese; ed è una critica delle libertà borghesi. Ma
se Marx interpreta tutti i rapporti attuali come rapporti di classe, lo fa
ponendosi dal punto di vista di un proletariato che anticipi già nella sua
coscienza quella umanità totale di cui è il creatore…
Quando
Marx critica la libertà di stampa non critica il diritto degli uomini di
esprimere con la stampa il loro pensiero, ma critica il fatto che solo coloro che hanno quattrini
possono farlo”.
Il Saragat di Palazzo Barberini esprime una
linea nettamente anticapitalista. Ecco una piccola silloge di citazioni ad hoc:
“ La nozione di libertà per noi socialisti è profondamente diversa da quella
che fu elaborata dalla classe borghese nella Rivoluzione dell’89 pur avendo in
essa le sue radici”. E di rincalzo: “La critica dei Diritti dell’Uomo è la
critica delle limitazioni borghesi di questi diritti. Si tratta infatti di diritti
limitati alla sfera politica. La libertà dei Diritti dell’Uomo è la libertà
dell’uomo egoista. La libertà cui il socialismo aspira è la libertà nella
solidarietà, la libertà che significa “ un ritorno cosciente, completo,
all’uomo sociale col mantenimentodi tutta la ricchezza del suo sviluppo
interiore” (citazione da Marx, N.d.R.).
Ma questo non vuol dire che il
socialismo neghi la libertà individuale, al contrario”.
E a
proposito ancora della libertà di stampa: “ Questo diritto non sarà veramente attuato
se non quando tutti avranno una uguale possibilità di dire quello che pensano.
Non, quindi, negazione della libertà di stampa, ma distruzione delle
limitazioni borghesi della libertà di stampa. Lo stesso vale per la democrazia
politica, di cui i nostri Maestri criticano precisamente le limitazioni”.
Infine, una secca, drastica, inappellabile
condanna del sistema sociale attuale. Senza nessuna concessione a formule
“centriste” o centrali, tipiche della più accreditata programmatica della
destra riformista. Vediamo: “Nella società contemporanea tutto si sviluppa
nel senso previsto dai nostri Maestri. Il sistema capitalistico rivela sempre
più le sue contraddizioni e sempre più si dimostra incapace di rispondere a
quel bisogno di giustizia che è veramente il più imperioso, il più urgente, il
più dominante di tutti i bisogni umani”. I
due piani di “giustizia” e “libertà” e il rigoroso uso della loro
concatenazione diventeranno negli anni successivi la chiave di volta di tutta
la problematica saragattiana.
***
Eurosocialismo
In quel gelido 12 gennaio del ’47 il
socialismo democratico e autonomo nasce europeista. Dice Saragat, soffermandosi
sui rapporti internazionali dell’Italia: “ Tutti i problemi si accumulano e
nessuno trova la sua soluzione razionale: problemi di politica estera, per cui
il Paese invece di stabilizzarsi in una posizione di assoluta autonomia tra i
grandi blocchi contendenti che gli conferirebbe l’autorità per stringere legami
fecondi con tutti, appare turbato da forze centrifughe che fanno oscillare il
centro di gravità della sua politica ora verso l’Est ora verso l’Ovest,
suscitando diffidenze pericolose tanto all’Ovest che all’Est…”.
L’europeismo vetero-saragattiano si staglia
sullo sfondo di una vera e propria “terza via” europeista. Questa, almeno, la
sensazione da cui si è pervasi leggendo un ulteriore brano della summa
barberiniana: “ La prima esigenza del socialismo contemporaneo è di
riacquistare il senso di una missione che la mancanza di fede in coloro che lo
hanno guidato in questi ultimi tempi gli ha fatto smarrire. Quale nobile
missione! In Europa è soltanto il socialismo che appare come suscettibile di
sottrarre i popoli alla minaccia terribile di una nuova guerra. Soltanto se i
movimenti socialisti prevarranno, in
Europa, sarà possibile creare quella zona di pace in cui gli antagonismi dell’Est e dell’Ovest potranno risolversi in
una sintesi feconda. Scompaia questo movimento
socialista e allora l’unica forza unitaria che oggi stabilisce un minimo di legami fra i
lavoratori di tutti i paesi verrebbe a
mancare”. Si tratta di una
affermazione non isolata ma ricorrente
in tutta l’opera di Saragat. Le radici ideologiche e culturali di questa scelta comprendono le tappe
dell’illuminismo, del liberalismo e del marxismo, del progressismo capitalista
e del riformismo operaista. Rivive in Saragat
la stagione antimediterranea di Cavour, Gobetti, Gramsci, Einaudi e
Olivetti in un modello di sviluppo per
l’Italia nata dalla Resistenza in Piemonte e Lombardia. I fautori della vocazione
mediterranea e antioccidentali
troveranno in Saragat un avversario implacabile. Egli spezzerà continuamente il filo della
demagogia che si cela nel populismo e le velleità di un’autarchia culturale e
politica.
***
Il 18 gennaio esce l’” Umanità”, quotidiano
dei “piselli”, come venivano sprezzantemente distinti i militanti del nuovo
partito, saragattiani o meno che fossero, dai comunisti e dai socialisti del
PSI. Lo presenta un editoriale di Saragat intitolato “La strada e la meta”,
bnel quale il leader delal nuova formazione ribadisce con più celerità ma punto
per punto, con sacrosanta pervicacia, i concetti che una settimana prima aveva
affidati alla sua lucida e suggestiva oratoria.
Più in equivoco che mai è il “pollice verso”
nei confronti delle fondamentali coordinate dell’ideologia conservatrice,
dell’uso retorico e dell’abuso dei valori dello spirito. “ Noi constatiamo
che la società capitalistica non può liberare l’uomo dalla schiavitù del
bisogno e non può sottrarlo alla tragica minaccia di nuove dittature e di nuove
guerre. L’egoismo la domina e l’ingiustizia sociale la scardina, soffocando nei
singoli- privati di una ragione comune di vita e della coscienza di un comune
destino – il senso stesso dell’umanità. L’ultima parola della sua saggezza è la
libertà nell’isolamento dell’individuo, separato dai suoi limiti dall’abisso
dell’egoismo; è la democrazia senza un denominatore comune che associa coloro i
quali convivono nella stessa patria nel fervore di una missione collettiva. Si
vive- quando se ne hanno i mezzi -, si vive alla giornata una vita inumana, e
gli stessi ideali, attorno ai quali si formava nel passato un’anima collettiva,
si scolorano oggi nell’aridità delle coscienze”.
E’ un brano semplicemente superbo – è stato
scritto ai tempi di Giovanni XXIII- racchiuso nel breve giro di alcune frasi
compilate d’impeto, sotto la pressione di incontenibili sentimenti.
Ancor più vigoroso e pregante, severo e
fustigante, il giudizio sul riformismo e
sul rivoluzionarismo: “ In una
società siffatta,come affrontare i grandi problemi sociali la cui soluzione
esige il concorso appassionato delle
volontà, lo slancio operoso delle
coscienze? I partiti che in Italia avrebbero dovuto proporsi di dare ai lavoratori la consapevolezza del loro compito di
costruttori di un ordine nuovo, fondato sulla libertà e la giustizia, attutiscono il generoso slancio popolare
nell’aridità di un riformismo
antidemocratico, nell’eccitamento sterile di un rivoluzionarismo verboso,
proprio quando l’impulso rinnovatore non poteva scaturire che da un fervore di
democrazia rivoluzionaria”.
Dunque, la democrazia rivoluzionaria come
antidoto al “riformismo antidemocratico” e al “rivoluzionarismo verboso”.
Sempre più netta, se possibile, l’opzione per la linea della rivoluzione per
consenso, in un successivo brano nel quale si coglie questo messaggio: “ Se
saremo all’altezza del compito che la realtà italiana ci propone, trascineremo
dietro la gloriosa bandiera del socialismo autonomo, democratico e
rivoluzionario le classi lavoratrici italiane”.
Di quel remoto articolo di Saragat dobbiamo
riprodurre i due ultimi capoversi avendo essi dato luogo a quella che possiamo,
a ragione, chiamare una profezia.
Vediamo: “Iniziando questo duro cammino il nostro pensiero fraterno si
rivolge ai compagni che non han creduto di unirsi a noi, perché convinti di
potere ancora lottare per i comuni ideali in quella che avrebbe dovuto essere,
e non è più, la casa di tutti i socialisti. Siamo certi che li ritroveremo, e
l’approvazione che un giorno ci verrà da loro cancellerà il ricordo di un
distacco amaro”.
Esattamente quaranta anni dopo, i massimi
dirigenti del PSI hanno detto, con la massima solennità possibile, che Saragat
aveva avuto ragione. Avvenimento, questo, che sembra affondare le radici più
nella magia che nella usuale logica dei comportamenti politici.
Già negli anni più duri erano venuti a
Saragat ampi riconoscimenti dai comunisti e da uomini di grande prestigio, che
nelle aspre e drammatiche vicende socialiste del dopoguerra non soltanto si
trovarono dall’altra parte della barricata, ma addirittura furono alla testa
delle correnti più accesamente antisaragattiane. Per esempio Lelio Basso, il
quale alla tribuna del congresso del PSI di Milano nel ’61 disse testualmente:
“Chi ritiene Saragat un uomo in malafede
non conosce Saragat”. Affermazione
che tagliò corto a ogni ipotesi negativa, maliziosa.
Bettino Craxi, con il suo discorso al
Congresso dell’Eur del PSDI, ha sepolto le ragioni della scissione del ’47 ed
ha posto le fondamenta per la riunificazione del movimento socialista in Italia
su basi socialdemocratiche.
***
Andando ben oltre le osservazioni di Craxi
noi vogliamo concludere queste nostre brevi note con una considerazione più
radicale: non vi sarà ricomposizione della sinistra storica in Italia se non
nell’accettazione della linea che possiamo definire di matrice saragattiana.
C’è qualcuno fra i massimi dirigenti del
PSDI che ha tentato di rinnegare Saragat in nome di Saragat ed ha iniziato e
quasi portato a fondo l’opera di distruzione del partito da lui voluto con un verdetto feroce che ne snatura
e tradisce il pensiero e l’opera, questo” 40 anni di sudditanza alla DC”. Una
politica settaria, l’assenza di preparazione ideologica, una rimasticazione di
testi mal digeriti con una lettura in ritardo del leninismo, una confusa e
sproporzionata ambizione di protagonismo volta al possesso fisico del partito
hanno prodotto un clima che ha intossicato il PSDI e ha consegnato in larga
parte la sua eredità storica al PSI di Bettino Craxi.
In questo clima, segnato tra l’altro, da una
caduta morale senza precedenti e ultimamente da una sconfitta elettorale
dalla quale il partito non è più in
grado di riprendersi, in questa situazione difficilissima una legione di
faccendieri, di artisti del trasformismo, di commercianti della politica si va
impadronendo delle spoglie di quello che fu il partito saragattiano,
distruggendo anche la memoria del suo fondatore.
Ma se qualcuno ha potuto concepire l’ardita
operazione di distruggere Saragat in nome di Saragat, occorre allora riaprire
il dibattito sul processo unitario che il “saragattismo” voleva introdurre
nella sinistra italiana in termini nuovi e comunque innovativi, recuperare
l’antica tensione ideale, suscitare nuove passioni, alimentare la concezione
del Socialismo come “nuovo umanesimo” e “rivoluzione democratica” da compiere.
Giuseppe
Averardi





