domenica 19 gennaio 2014

L'ERESIA SARAGATTIANA - UN CONFITEOR PER IL PSDI / PARTE TERZA




Ecco, infine, la terza ed ultima parte del bello e dettagliato articolo del Senatore Giuseppe Averardi. L’ultima parte dell’articolo fa riferimento all’attualità politica del 1988 e va quindi contestualizzata e riportata a quella temperie politica.

Classe

Fra i massimi vanti della socialdemocrazia oggi campeggia quello di non obbedire a ispirazioni classiste e operaiste; a ispirazioni, cioè alle quali Saragat mostrava di non volere e di non potere rinunciare, pur collegandole strettamente a quell’architrave del suo sistema ideologico già individuato nella sinonimia fra socialismo democratico e rivoluzione democratica.
Per quanto concerne il classismo, egli trova anzitutto modo di trattarne nell’ambito di un passaggio polemico dedicato alla concezione dell’unità operaia professata dai comunisti: “ Si ha l’impressione, invece, che tutto sia predisposto per dirigere i lavoratori verso una società in cui la coercizione  di ognuno  sia la premessa per la coercizione di tutti. Questo processo di sterilizzazione dello spirito dei militanti viene mascherato con affermazioni  classiste ed unitarie le quali, sacrosante in sé, diventano in questo clima foriere di conformismo e coartazione. Certo, l’unità  è una cosa sacra a tutti i cuori dei socialisti, ma di quale unità si parla? Se questa unità dev’essere  il risultato del concorso di tutte le volontà, noi l’accoglieremo con impeto fraterno, ma se questa unità dovesse realizzarsi sulla distruzione dei princìpi democratici noi dovremmo respingerla.. Uno degli scopi essenziali del nostro partito  è di creare le premesse per la vera unità della classe lavoratrice. Unità che non può realizzarsi che sul piano democratico, dove tutte le correnti possono armonizzarsi in un concorso fecondo”.
L’uomo che  era allora, in quel momento, in procinto di abbandonare la seconda carica dello Stato onde dedicarsi interamente al tentativo di raggiungere nobilissimi obiettivi cari ai lavoratori e ai progressisti, riserva nei suoi sogni alla classe un destino ed un potere, che vanno ben al di là di quelli vagheggiati da Antonio Gramsci. Egli,infatti, fa sua la finalità del “dominio” cui il marxista sardo, come è ben noto, sostituisce la “egemonia”. Probabilmente, la differenza tutto sommato è solo lessicale, ma è significativo che la parola, anche politicamente pesante, non abbia suscitato in Saragat riluttanza. Vediamo: “ Una classe non  può assurgere a classe dominante della società se non rappresentando gli interessi di tutti. Quanto più il proletariato sarà democratico, tanto più troverà alleati, tanto più sarà forte”.
Per il fondatore del PSLI – poi PSDI – dopo essere stato, in un rapido intermezzo, PSSIIS (Partito Socialista- Sezione dell’Internazionale Socialista) -, significa lotta di classe. E infatti: “ Ma questa unione fraterna fra lavoratori delle officine, dei campi e lavoratori degli uffici, tra proletari e piccoli proprietari rurali, tra proletari ed artigiani, tra operai ed intellettuali, questa unione fraterna fra tutte le forze del lavoro può realizzarsi soltanto se essa è promossa da un partito il quale, avendo la lotta di classe come mezzo, diffonda nelle sue file a attorno a sé i princìpi vitali della democrazia.
Ci si obietta che, se il partito accettasse nelle sue file forze non proletarie, si svuoterebbe della sua sostanza classista, perderebbe la sua ragion d’essere e soprattutto diventerebbe il centro di una azione anticomunista. Ho già risposto per la prima parte; per la seconda dirò che se non intendo trattare il problema dei rapporti con il Partito Comunista  è perché soltanto la nostra Direzione potrà farlo”.
Cosa rispose per la prima parte? Ecco: “ C’è un altro pericolo, dicono i nostri critici. Voi potreste diventare un partito di piccolo-borghesi; un partito  che non avrà le caratteristiche proprie di ogni movimento socialista. E’ chiaro, compagni, che la fisionomia politica di un movimento è determinata non dalla volontà di coloro che lo dirigono, ma dalle condizioni sociali delle forze che lo compongono. Ed è chiaro che, se la maggioranza degli iscritti al nostro movimento dovesse essere formata dai lavoratori del ceto medio, la fisionomia del partito ne risentirebbe. Noi siamo certi che così non sarà”.
Come si vede, qui Saragat si sbilancia con una affermazione eccessivamente perentoria, ma poi, con una prudenza dettata dalla saggezza non meno che  dalla esperienza, mette le mani avanti ed afferma: “ Ma se, anche per un’ipotesi assurda, fosse vero che nel nostro partito i lavoratori del ceto medio dovessero prevalere sui proletari; se anche fosse vero, come speriamo, che i lavoratori del ceto medio  al nostro appello si raccogliessero in massa compatti  intorno alla bandiera del socialismo, noi riusciremmo ad impedire quello che è avvenuto nel 1922. Allora questi lavoratori del ceto medio si orientarono verso formazioni di destra e, peggio ancora, formazioni reazionarie.
Anche in tal caso noi avremo reso un servizio incalcolabile allo sviluppo democratico del nostro paese”.
Ritorna in Saragat l’antica lezione di Machiavelli che è sempre meglio prender partito che rimanere sulla sponda dell’avversario. L’intuizione saragattiana affiora con 20 anni d’anticipo sulla realtà in movimento: la classe è una collettività di interessi occorre innestare sulla classe operaia i cetimedi e il terziario. La lotta di classe, inoltre, si disperde e frantuma in un intrecciarsi di classi sociali e crea nuovi legamie nuove realtà ( c’è per intero la teoria che porterà Saragat a sostenere nel 1962 il centro-sinistra e l’apertura al PSI: l’alleanza del ceto medio e della classe operaia).
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Marxismo

Sul tema del marxismo, dunque, Giuseppe Saragat non ha innovato nulla, o ben poco, nello oramai sconvolto panorama dottrinario del barbarismo delle origini. Allora egli puntellava con forti e densi riferimenti a Marx la sua fiorente tessitura di pensiero, dove i fili della cultura risultavano strettamente intrecciati a quelli della politica. Il suo importante discorso viene in evidenza, a tratti, come un’arco scoccante dardi indirizzati non contro il marxismo, bensì contro quelle che egli ritiene le sue più volgari e grezze versioni e perversioni. Dice: “ Le interpretazioni più rozze del marxismo, che una critica illuminata nel corso degli ultimi 50 anni aveva eliminate, ritornano a galla. A coloro che affermano che questo scadimento della coscienza proletaria è dovuto al fatto che siamo entrati nel periodo delle realizzazioni, che siamo entrarti nel periodo in cui le armi della critica sono sostituite  dalla critica delle armi, rispondiamo con Marx che “ l’ignoranza non è mai stata un argomento e che precisamente nei periodi  di realizzazioni bisogna ricordarsi  che se “ il proletariato è il braccio della filosofia, la filosofia è la testa del proletariato”. Marx voleva  con questo dire che non è possibile un’azione di carattere rivoluzionario se questa azione non è animata da un pensiero critico, da un pensiero cosciente”.
Ancora: “ Abbiamo sentito pochi giorni fa in un comizio operaio  che si sono criticati i princìpi del 1789, e la cosa ci ha profondamente addolorati. Non si parla, ad un popolo che esce da venti anni di dittatura, in questo modo. Né si invochi, a tal proposito Marx. La critica che Marx muove ai Diritti dell’Uomo è una critica della società borghese; ed è una critica delle libertà borghesi. Ma se Marx interpreta tutti i rapporti attuali come rapporti di classe, lo fa ponendosi dal punto di vista di un proletariato che anticipi già nella sua coscienza quella umanità totale di cui è il creatore…
Quando Marx critica la libertà di stampa non critica il diritto degli uomini di esprimere con la stampa il loro pensiero, ma critica  il fatto che solo coloro che hanno quattrini possono farlo”.
Il Saragat di Palazzo Barberini esprime una linea nettamente anticapitalista. Ecco una piccola silloge di citazioni ad hoc: “ La nozione di libertà per noi socialisti è profondamente diversa da quella che fu elaborata dalla classe borghese nella Rivoluzione dell’89 pur avendo in essa le sue radici”. E di rincalzo: “La critica dei Diritti dell’Uomo è la critica delle limitazioni borghesi di questi diritti. Si tratta infatti di diritti limitati alla sfera politica. La libertà dei Diritti dell’Uomo è la libertà dell’uomo egoista. La libertà cui il socialismo aspira è la libertà nella solidarietà, la libertà che significa “ un ritorno cosciente, completo, all’uomo sociale col mantenimentodi tutta la ricchezza del suo sviluppo interiore” (citazione da Marx, N.d.R.). Ma questo non  vuol dire che il socialismo neghi la libertà individuale, al contrario”.
E a proposito ancora della libertà di stampa: “ Questo diritto non sarà veramente attuato se non quando tutti avranno una uguale possibilità di dire quello che pensano. Non, quindi, negazione della libertà di stampa, ma distruzione delle limitazioni borghesi della libertà di stampa. Lo stesso vale per la democrazia politica, di cui i nostri Maestri criticano precisamente le limitazioni”.
Infine, una secca, drastica, inappellabile condanna del sistema sociale attuale. Senza nessuna concessione a formule “centriste” o centrali, tipiche della più accreditata programmatica della destra riformista. Vediamo: “Nella società contemporanea tutto si sviluppa nel senso previsto dai nostri Maestri. Il sistema capitalistico rivela sempre più le sue contraddizioni e sempre più si dimostra incapace di rispondere a quel bisogno di giustizia che è veramente il più imperioso, il più urgente, il più dominante di tutti i bisogni umani”. I due piani di “giustizia” e “libertà” e il rigoroso uso della loro concatenazione diventeranno negli anni successivi la chiave di volta di tutta la problematica saragattiana.
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Eurosocialismo

In quel gelido 12 gennaio del ’47 il socialismo democratico e autonomo nasce europeista. Dice Saragat, soffermandosi sui rapporti internazionali dell’Italia: “ Tutti i problemi si accumulano e nessuno trova la sua soluzione razionale: problemi di politica estera, per cui il Paese invece di stabilizzarsi in una posizione di assoluta autonomia tra i grandi blocchi contendenti che gli conferirebbe l’autorità per stringere legami fecondi con tutti, appare turbato da forze centrifughe che fanno oscillare il centro di gravità della sua politica ora verso l’Est ora verso l’Ovest, suscitando diffidenze pericolose tanto all’Ovest che all’Est…”.
L’europeismo vetero-saragattiano si staglia sullo sfondo di una vera e propria “terza via” europeista. Questa, almeno, la sensazione da cui si è pervasi leggendo un ulteriore brano della summa barberiniana: “ La prima esigenza del socialismo contemporaneo è di riacquistare il senso di una missione che la mancanza di fede in coloro che lo hanno guidato in questi ultimi tempi gli ha fatto smarrire. Quale nobile missione! In Europa è soltanto il socialismo che appare come suscettibile di sottrarre i popoli alla minaccia terribile di una nuova guerra. Soltanto se i movimenti socialisti  prevarranno, in Europa, sarà possibile creare quella zona di pace in cui gli antagonismi  dell’Est e dell’Ovest potranno risolversi in una sintesi feconda. Scompaia questo movimento  socialista e allora l’unica forza unitaria  che oggi stabilisce un minimo di legami fra i lavoratori di tutti i paesi  verrebbe a mancare”. Si tratta di una affermazione  non isolata ma ricorrente in tutta l’opera di Saragat. Le radici ideologiche e culturali  di questa scelta comprendono le tappe dell’illuminismo, del liberalismo e del marxismo, del progressismo capitalista e del riformismo operaista. Rivive in Saragat  la stagione antimediterranea di Cavour, Gobetti, Gramsci, Einaudi e Olivetti  in un modello di sviluppo per l’Italia nata dalla Resistenza in Piemonte e Lombardia. I fautori della vocazione mediterranea  e antioccidentali troveranno in Saragat un avversario implacabile.  Egli spezzerà continuamente il filo della demagogia che si cela nel populismo e le velleità di un’autarchia culturale e politica.
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Il 18 gennaio esce l’” Umanità”, quotidiano dei “piselli”, come venivano sprezzantemente distinti i militanti del nuovo partito, saragattiani o meno che fossero, dai comunisti e dai socialisti del PSI. Lo presenta un editoriale di Saragat intitolato “La strada e la meta”, bnel quale il leader delal nuova formazione ribadisce con più celerità ma punto per punto, con sacrosanta pervicacia, i concetti che una settimana prima aveva affidati alla sua lucida e suggestiva oratoria.
Più in equivoco che mai è il “pollice verso” nei confronti delle fondamentali coordinate dell’ideologia conservatrice, dell’uso retorico e dell’abuso dei valori dello spirito. “ Noi constatiamo che la società capitalistica non può liberare l’uomo dalla schiavitù del bisogno e non può sottrarlo alla tragica minaccia di nuove dittature e di nuove guerre. L’egoismo la domina e l’ingiustizia sociale la scardina, soffocando nei singoli- privati di una ragione comune di vita e della coscienza di un comune destino – il senso stesso dell’umanità. L’ultima parola della sua saggezza è la libertà nell’isolamento dell’individuo, separato dai suoi limiti dall’abisso dell’egoismo; è la democrazia senza un denominatore comune che associa coloro i quali convivono nella stessa patria nel fervore di una missione collettiva. Si vive- quando se ne hanno i mezzi -, si vive alla giornata una vita inumana, e gli stessi ideali, attorno ai quali si formava nel passato un’anima collettiva, si scolorano oggi nell’aridità delle coscienze”.
E’ un brano semplicemente superbo – è stato scritto ai tempi di Giovanni XXIII- racchiuso nel breve giro di alcune frasi compilate d’impeto, sotto la pressione di incontenibili sentimenti.
Ancor più vigoroso e pregante, severo e fustigante, il giudizio sul riformismo  e sul rivoluzionarismo: “  In una società siffatta,come affrontare i grandi problemi sociali la cui soluzione esige il concorso appassionato  delle volontà, lo slancio operoso  delle coscienze? I partiti che in Italia avrebbero dovuto proporsi  di dare ai lavoratori  la consapevolezza del loro compito di costruttori di un ordine nuovo, fondato sulla libertà  e la giustizia, attutiscono  il generoso slancio popolare nell’aridità  di un riformismo antidemocratico, nell’eccitamento sterile di un rivoluzionarismo verboso, proprio quando l’impulso rinnovatore non poteva scaturire che da un fervore di democrazia rivoluzionaria”.
Dunque, la democrazia rivoluzionaria come antidoto al “riformismo antidemocratico” e al “rivoluzionarismo verboso”. Sempre più netta, se possibile, l’opzione per la linea della rivoluzione per consenso, in un successivo brano nel quale si coglie questo messaggio: “ Se saremo all’altezza del compito che la realtà italiana ci propone, trascineremo dietro la gloriosa bandiera del socialismo autonomo, democratico e rivoluzionario le classi lavoratrici italiane”.
Di quel remoto articolo di Saragat dobbiamo riprodurre i due ultimi capoversi avendo essi dato luogo a quella che possiamo, a ragione, chiamare una profezia. Vediamo: “Iniziando questo duro cammino il nostro pensiero fraterno si rivolge ai compagni che non han creduto di unirsi a noi, perché convinti di potere ancora lottare per i comuni ideali in quella che avrebbe dovuto essere, e non è più, la casa di tutti i socialisti. Siamo certi che li ritroveremo, e l’approvazione che un giorno ci verrà da loro cancellerà il ricordo di un distacco amaro”.
Esattamente quaranta anni dopo, i massimi dirigenti del PSI hanno detto, con la massima solennità possibile, che Saragat aveva avuto ragione. Avvenimento, questo, che sembra affondare le radici più nella magia che nella usuale logica dei comportamenti politici.
Già negli anni più duri erano venuti a Saragat ampi riconoscimenti dai comunisti e da uomini di grande prestigio, che nelle aspre e drammatiche vicende socialiste del dopoguerra non soltanto si trovarono dall’altra parte della barricata, ma addirittura furono alla testa delle correnti più accesamente antisaragattiane. Per esempio Lelio Basso, il quale alla tribuna del congresso del PSI di Milano nel ’61 disse testualmente: “Chi ritiene Saragat un uomo in malafede  non conosce Saragat”. Affermazione che tagliò corto a ogni ipotesi negativa, maliziosa.
Bettino Craxi, con il suo discorso al Congresso dell’Eur del PSDI, ha sepolto le ragioni della scissione del ’47 ed ha posto le fondamenta per la riunificazione del movimento socialista in Italia su basi socialdemocratiche.
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Andando ben oltre le osservazioni di Craxi noi vogliamo concludere queste nostre brevi note con una considerazione più radicale: non vi sarà ricomposizione della sinistra storica in Italia se non nell’accettazione della linea che possiamo definire di matrice saragattiana.
C’è qualcuno fra i massimi dirigenti del PSDI che ha tentato di rinnegare Saragat in nome di Saragat ed ha iniziato e quasi portato a fondo l’opera di distruzione del partito da lui  voluto con un verdetto feroce che ne snatura e tradisce il pensiero e l’opera, questo” 40 anni di sudditanza alla DC”. Una politica settaria, l’assenza di preparazione ideologica, una rimasticazione di testi mal digeriti con una lettura in ritardo del leninismo, una confusa e sproporzionata ambizione di protagonismo volta al possesso fisico del partito hanno prodotto un clima che ha intossicato il PSDI e ha consegnato in larga parte la sua eredità storica al PSI di Bettino Craxi.
In questo clima, segnato tra l’altro, da una caduta morale senza precedenti e ultimamente da una sconfitta elettorale dalla  quale il partito non è più in grado di riprendersi, in questa situazione difficilissima una legione di faccendieri, di artisti del trasformismo, di commercianti della politica si va impadronendo delle spoglie di quello che fu il partito saragattiano, distruggendo anche la memoria del suo fondatore.
Ma se qualcuno ha potuto concepire l’ardita operazione di distruggere Saragat in nome di Saragat, occorre allora riaprire il dibattito sul processo unitario che il “saragattismo” voleva introdurre nella sinistra italiana in termini nuovi e comunque innovativi, recuperare l’antica tensione ideale, suscitare nuove passioni, alimentare la concezione del Socialismo come “nuovo umanesimo” e “rivoluzione democratica” da compiere.

Giuseppe Averardi

mercoledì 15 gennaio 2014

LETTO E DA RILEGGERE / SU SARAGAT E IL SOCIALISMO VIVO

Avevamo preannunciato che “Rassegna Saragattiana” avrebbe riflettuto su Saragat e sui “saragattiani” in modo completo, dialettico, per nulla che agiografico.
 In questa prospettiva crediamo utile proporvi una riflessione, pubblicata, su Facebook,  da un valente, schietto compagno  lombardiano, Giuseppe Giudice su Saragat e sui rapporti a sinistra, in quella sinistra a-comunista cui anche il nostro Peppino è appartenuto ed appartiene.




A casa mia il nome di Saragat era quasi impronunciabile. Mio nonno materno (che era il segretario amministrativo della Fed Psi di Potenza a cavallo degli anni 50 e 60) preferiva che fosse eletto Fanfani piuttosto che Saragat alla presidenza della Repubblica nel 1964. Sono ricordi lontanissimi, avevo 8 anni, eppure vivi. Questo per dire come nei vecchi socialisti del PSI era considerato il capo della socialdemocrazia italiana. Poi ho letto una serie di saggi e di interventi del presidente Saragat tra il 1927 ed il 1947, che mi hanno fatto rendere conto di come Saragat abbia quasi sempre avuto ragione. E lo dice un socialista di formazione lombardiana. Peppino Saragat è stato , dopo Mondolfo, ed insieme a Basso, il più grande interprete del pensiero di Marx nel socialismo italiano. Amico ed allievo del leader del socialismo austriaco e dell'austromarxismo, Otto Bauer (che apprezzava molto al sua elaborazione teorica) tentò con successo di dare al pensiero di Marx quella connotazione umanistica, democratica e libertaria contrapposta ed alternativa a quella giacobina ed autoritaria del leninismo e delle sue varie derivazioni. E lo fece con una attenta e minuziosa lettura dei testi. Saragat , che visse diversi anni in Austria, conosceva bene il tedesco e pare che abbia letto tutto il Capitale nella lingua originaria. Certo un certo Togliatti pare che abbia detto che Saragat aveva letto molti libri , ma con scarso profitto. Ma evidentemente mi fido più del giudizio di un gigante del socialismo democratico come Bauer che di un servo di Stalin come Togliatti. Saragat sostenne il patto di Unità d'azione tra socialisti e comunisti in virtù della difesa dal fascismo e dal nazismo trionfante. Ma sempre difendendo le ragioni della autonomia socialista nella sinistra. E nel 1939 , dopo la firma del patto Ribbentrop-Molotov , che inizia ad avere seri dubbi forse influenzato dal giudizio del grande teorico del marxismo democratico e socialista austro-tedesco Hilferding, il quale vedeva nel patto Hitler-Stalin quella tendenza ad una convergenza tra i fascismi ed il bolscevismo. Poi naturalmente l'attacco tedesco all'URSS nel 1941 cambiò molte cose. Ma è indubbio che in Saragat, come in altri socialisti che pure avevano sostenuto i fronti popolari (vedi Leon Blum in FRancia) si accentua la critica profonda verso il comunismo sovietico. Saragat nel 1947 aveva perfettamente ragione a contrastare la idea folle di Nenni e Morandi di fare le liste comuni con il PCI ed annullare la autonomia socialista. La sinistra non vive senza autonomia socialista, ce lo dice la storia d'Italia e di Francia. La unità tra partiti che rappresentano interessi sociali comuni non può annullare o nascondere le differenze che vanno dialettizzate. Ho però un rimprovero da fare a Peppino Saragat. Sbaglio gravemente a fare la scissione. Se avesse fatto la battaglia nel partito la avrebbe vinta perchè la sua posizione era molto più forte di quella di Nenni e Morandi. E quella scissione fu una sciagura per la sinistra italiana perchè diede al PCi il primato e ci costrinse ad un regime di democrazia bloccata. Inoltre Saragat (che era partito da posizioni neutraliste) entrò in un governo centrista assumendo posizioni esageratamente filo-atlantiche. Nenni stesso disse (lo rivelò Tamburrano) che se Saragat fosse rimasto nel partito gli avrebbe evitato di fare quegli errori fatali. Paradossalmente chi continuò la battaglia autonomista nel PSI furono quegli ex azionisti come Lombardi e Foa , che Saragat rifiutò di prendere nel PSLI. Un vecchio compagno socialista di Potenza mi rivelò (un fatto che mio nonno ha sempre rimosso) che mio nonno e suo fratello che erano nel 1946 nel Partito D'Azione ebbero l'indicazione da Lombardi (allora segretario del P-D'Az) di trattare con i saragattiani. Poi la cosa sfumò a livello nazionale. In realtà Lombardi, Foa e Saragat avevano del socialismo idee molto simili. E' l'assurdità di una politica italiana tagliata dalla Guerra Fredda che li ha mantenuti divisi. Ma oggi questo patrimonio ideale lo dobbiamo recuperare riattualizzandolo, ovviamente. Visto anche il fallimento. senza se e senza ma, del postcomunismo.


Giuseppe Giudice

CELEBRAZIONI 2014 PALAZZO BARBERINI – L’INTERVENTO DI CARMELO BARBAGALLO, SEGRETARIO CONFEDERALE E RESPONSABILE DELL’ORGANIZZAZIONE DELLA UIL

Ringraziando Nino Gennaro e con lui i compagni del sito http://www.solenascente.it/ 





Nel corso della manifestazione organizzata lo scorso 11 gennaio 2014, dal Partito Socialista Democratico Italiano in occasione del sessantasettesimo anniversario della “scissione” di Palazzo Barberini , subito dopo il relatore ufficiale, il giornalista e scrittore Giorgio Giannelli, ha preso la parola, vivamente applaudito, il Segretario Confederale della UIL Carmelo Barbagallo, responsabile nazionale del settore organizzazione del Sindacato di via Lucullo.
Barbagallo era accompagnato era accompagnato da una qualificata delegazione composta da  Fortunato Parisi della UIL Medici, Nino Marino della UILA-UIL e Angelo Mattone della UILTrasporti.
«Ogni scissione presuppone l’inclusione. Lo strappo serve a correggere la linea strategica di un movimento, di un partito, senza del quale la deriva ultima investirà le linee guida e decimerà consenso. È questa l’intuizione che l’11 gennaio del 1947 guidò un manipolo di compagni, coraggiosi e lungimiranti, a fondare il Partito Socialista dei Lavoratori, indirizzando verso un nuovo corso la vita politica italiana».  Carmelo Barbagallo ha iniziato, così,  il suo intervento all’assise PSDI.
Il segretario confederale della UIL ha voluto affermare con forza la necessità di coniugare idee e prassi sia nel mondo del lavoro italiano, in particolare nell’unico sindacato laico, la UIL, che nell’ambito politico, in quell’area di ispirazione socialista che tanto ha prodotto sul piano dell’emancipazione sociale e civile in Italia e in Europa.
«Abbiamo bisogno di sindacalisti che lottino per riconquistare posizioni al movimento dei lavoratori e dei cittadini - ha detto Barbagallo - che diano dignità al lavoro e ai lavoratori, che riescano nell’impresa di promuovere i giovani e le donne a protagonisti di un’Italia rinnovata e rigenerata, e c’è altrettanto bisogno di socialisti che abbiano la voglia e la passione di fare i socialisti e sappiano farlo».
Il Segretario Confederale, responsabile dell’organizzazione in UIL ha affrontato, dunque,  con decisione il nodo irrisolto dei costi della politica e dell’evasione fiscale, proponendo una diversa visione dello Stato, interpretata come servizio ai cittadini anziché come arricchimento delle varie caste e sprechi, legati all’inefficienza della macchina statuale.
Barbagallo ha sottolineato il contributo decisivo che i giovani e le donne hanno dato per  fare uscire l’Italia dalla crisi e ha indicato il metodo che deve sovrintendere alla selezione dei gruppi dirigenti nell’Italia di oggi e di domani: il merito.
«Tornare a studiare seriamente, valorizzando la scuola e l’università, reintrodurre i concorsi». Dell’indulto, dell’affollamento delle carceri, della riforma della giustizia, in presenza di Marco Pannella, attentissimo ascoltatore, ha detto che l’utilizzazione delle caserme dismesse potrebbe essere una importante occasione per trasformarli in penitenziari, consegnando, così, una dimensione vivibile ai carcerati e al corpo della polizia penitenziaria, ridando scopo e dignità ai prigionieri e alle guardie, aiutando i primi nel processo di riabilitazione e i secondi nel loro lavoro di sorveglianza».
Barbagallo nella sua disamina ha poi sostenuto che si pone stringente l’esigenza di dotare l’Italia di un sistema fiscale equo, in grado di eliminare profonde incongruenze, per cui si registra, ormai da anni, un primato nefasto: il costo del lavoro tra i più alti d’Europa, pagato dagli imprenditori sempre meno motivati ad investire, e i salari più bassi, che impediscono la ripresa dei consumi e mortificano la professionalità e la dignità dei lavoratori.
Infine, rivolgendosi ai vertici del Partito Socialista Democratico, al Segretario nazionale, Renato d’Andria, il dirigente sindacale  ha affermato che un partito socialista moderno ha bisogno di tanta e sana aggregazione, di tanta e sana politica, e deve essere in grado di coniugare in termini nuovi le parole d’ordine di Saragat “case, scuole, ospedali” nel quadro della propria azione sociale che non può non vedere al primo posto la difesa dei lavoratori.
«La frammentazione, il frazionismo, insomma insistere sulle individualità a scapito delle comunità è un errore grave. Per vincere le pervadenti omologazioni dell’economia globale sarà necessario un fronte ampio di lotta e di elaborazione, che si deve formare a partire dal comune sentire, da forze politiche e sociali che hanno ideali e azioni indirizzate al progresso della società e dell’uomo».
Barbagallo ha messo in evidenza la forza della laicità nell’esperienza italiana e europea, chiamando a testimone d’eccezione Marco Pannella, il quale, a sua volta, ha indicato - nel suo intervento del quale riferiremo in seguito - nella “Rosa nel pugno” e nell’Internazionale Socialista due "fondamenti" da cui ripartire per ridare ampiezza e profondità alle esperienze d’ispirazione laica, di sinistra democratica e socialista.
Ancora, Barbagallo ha indicato nell’elezione di Papa Francesco un rinnovato spirito di proselitismo della Chiesa cattolica, di adeguamento alle istanze della post-modernità, cui dovrebbe seguire un’analoga iniziativa degli uomini e delle donne libere, che credono nella laicità della loro individualità e in quella dello stato.
«A questo riguardo gli stessi Patti Lateranensi andrebbero rivisti», ha affermato il leader della UIL tra gli applausi di una sala attenta e piena oltremisura.


martedì 14 gennaio 2014

L'ERESIA SARAGATTIANA - UN CONFITEOR PER IL PSDI / PARTE SECONDA

Proponiamo  la seconda di tre parti, dell’ articolo di Giuseppe Averardi pubblicato, a suo tempo,  su “Ragionamenti”- Rivista mensile del Partito Socialista Democratico Italiano – Anno XV numero 176 / settembre 1988.



PARTE SECONDA

Come si vede da questi sommari appunti, scrivere la storia delle mille eresie socialdemocratiche, dovunque e comunque collocate è scrivere insieme la storia stessa del socialismo.
Ma torniamo a Palazzo Barberini.
Il documento-piattaforma per il nuovo partito lo fornì Saragat, con un discorso di introduzione ai lavori del convegno barberi ano. In esso la “socialdemocrazia” – intesa, si capisce, nell’accezione prevalsa in tutto l’Occidente dagli anni cinquanta in poi – non era in grado di vantare il benché minimo diritto di cittadinanza. Vi emerse, invece, un modello di “socialismo autonomo” – questa, allora, la dizione adoperata – rapportabile molto più a una democrazia socialista che a una socialdemocrazia.
Per rendersi conto appieno del fatto che Saragat pensava allora a un partito socialista e democratico piuttosto che ad una socialdemocrazia vera e propria, è giocoforza sottoporre a esame vari elementi di cui si compone un testo che, per il fatto di essere datato, non è certo riconducibile a polverosa scartoffia di archivio. E se non si intende “suonare” a tutti i costi “ il piffero per il partito” al quale quelle idee hanno successivamente dato vita e giocoforza, anche, attraversare i confini fra ortodossia e eresia saragattiana.

Anticomunismo

Nella varie forme che assume e nei vari tassi di intensità in cui si manifesta è certo uno dei massimi dati caratterizzanti della identità socialdemocratica. Ma ecco  come Saragat impostava la “questione comunista”  inaugurando il lungo viaggio del Partito Socialista dei Lavoratori Italiani: “ Il compagno Calosso  ha detto molto bene  che s’illudono coloro i quali pensano che il nostro movimento possa in un modo  o nell’altro orientarsi verso forme di lotta anticomunista. Mai noi potremo assumere un atteggiamento  di ostilità nei confronti dei comunisti. Quali che siano le radicali differenze che ci separano da loro, noi sappiamo  che in Italia il Partito Comunista rappresenta larghe zone della classe lavoratrice. Una delle ragioni profonde della rinascita del nostro movimento è stata appunto questa: la possibilità di portare la parola del vero  socialismo nel seno della classe lavoratrice, senza essere necessariamente costretti  e rivendicare questo diritto attraverso una polemica che potrebbe prestarsi all’accusa di anticomunismo”.
Ciò premesso  annuncia le intenzioni per l’immediato futuro: “  Liberati dalle minacce che gravavano su di noi nel partito “fusionista”, potremo  porre il problema dei nostri rapporti con i comunisti su un piano politico  non più polemico ma umano, e, ardisco sperare, fraterno. Se i “fusionisti” con il loro atteggiamento non ci avessero precluso fino ad oggi questa strada, penso che saremmo riusciti da un pezzo  a creare un movimento socialista sottratto a ogni complesso di inferiorità. Questa è  una delle colpe più gravi dei “fusionisti”.
Poi riferendosi all’offensiva denigratoria dei comunisti, aggiunse, quasi elegiaco con ironia: “ Stamane ho letto che Togliatti dice contro di noi. Una settimana  fa avrei preso la penna e avrei risposto vivacemente; oggi non sento più questo bisogno. Il compagno Togliatti ci accusa di avere lavorato contro la democrazia e la libertà. Sento tutt’al più l’amarezza  viva per questa incomprensione profonda e la volontà di dimostrare con i fatti a tutti i lavoratori italiani che siamo noi i veri amici della democrazia”.
Vediamo ora come Saragat dissertava sulla “prospettiva” dei rapporti del PSLI con i comunisti; come pensava di “organizzare” quelle coincidenze, convergenze, comunanze di obbiettivi pur parziali, intese pur circoscritte, che non possono non esistere fra partiti anche molto diversi e che tuttavia si richiamano all’ideale del socialismo: “ Ho il dovere però di rivolgere un appello fraterno ai compagni comunisti, invitandoli nel loro stesso interesse a non lasciarsi ingannare da spettri che non esistono. Il partito che sorge oggi  chiama a raccolta sul piano democratico  tutte le classi lavoratrici italiane.  Il partito comunista si propone lo stesso scopo. Ebbene ci sarà una gara di emulazione  fra noi e loro, ci incontreremo nelle fabbriche, nei campi, negli uffici, ciascuno di noi prporrà la propria fede  di fronte alla coscienza dei lavoratori, proporrà il proprio programma, ed io sono certo  che è  nell’interesse della democrazia  che un simile confronto di esperienze, di dottrine, e di programmi avvenga in una atmosfera di serenità. Da questo lavoro di emulazione  e di polemica cordiali potrà sorgere  qualcosa che avrà  assai maggior valore di una unità formale. Verrà fuori un’educazione civica nel senso di costume di vita veramente democratico. Questo è quanto ci proponiamo di fare”.
E’ facile, oggi, ironizzare- col senno del poi e con i fotogrammi della quarantennale realtà politica italiana, del socialismo, della sinistra nel suo insieme, che ossessivamente ci scorrono davanti agli occhi- sull’utopia saragattiana  dei comunisti e dei socialisti “autonomi” del PSLI che si rincorrono fabbrica per fabbrica, campo per campo, ufficio per ufficio, in una gara di emulazione, di confronto, di polemica “ad armi cortesi ed anzi cortesissime”, per accertare il tasso di verità dei rispettivi “vangeli”. Ma allora, nella euforia che inondava le eleganti sale  del grande palazzo patrizio romano, coloro che avevano abbandonato il congresso del PSIUP ( diventato rapidamente PSI per timore di un impossessamento  della sigla da parte degli scissionisti) alla città Universitaria erano ben lungi dal sospettare che, in prosieguo di tempo,  la idilliaca sfida del Presidente dell’Assemblea costituente si sarebbe rivelata oggettivamente impossibile, essendo essa inimmaginabile fra quello che già era un colosso e ancor più lo sarebbe diventato e uno smilzo partito intermedio destinato, col trascorrere delle legislature, a diventare sempre più la chiesa di tutte le eresie socialiste e comuniste.
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Antisovietismo

Altro fattore formativo dell’identikit socialdemocratico è l’antisovietismo. Però anch’esso è introvabile nelle tavole di fondazione barberiniane. Anzi, nel discorso di Saragat sono rintracciabili  ampie venature giustificazioniste relative  alla struttura e allo sviluppo dello Stato sovietico, nonché alla nascita, formazione e lievitazione del medesimo. Vediamo: “ Ma l’assurdo del nostro tempo  è che proprio quando il capitalismo vede fuori dell’uscio i piedi di coloro che dovranno portarlo via, la coscienza socialista subisce un’eclissi pericolosa. Il capitalismo crolla e viene sostituito da regimi sociali in cui la libertà stenta fiorire. La ragione profonda di questo fatto è in ciò: che le rivoluzioni proletarie negli ultimi decenni  hanno avuto il loro coronamento vittorioso non già nei paesi ad alto livello produttivo e ad alto sviluppo industriale , ma in quelli a base prevalentemente agricola. Non si tratta, beninteso, di un ripudio puerile di quello che la storia ha registrato; non si tratta di cadere nell’assurdo diniego di un atto di giustizia sociale soltanto perché si è realizzato in condizioni che non potevano dare all’ordine nuovo le sue vere caratteristiche socialiste; si tratta, però, di constatare quello che accade sotto i nostri occhi oggi. Le rivoluzioni operaie degli ultimi decenni hanno trionfato in paesi in cui il proletariato era una minoranza e l’alternativa era dittatura di destra o dittatura di sinistra, data l’assenza nella vita politica delle immense masse rurali. E’ logico quindi che le cose si siano svolte in quei paesi come si sono svolte. Ma la situazione del nostro Paese è diversa”.
Il tono, come si vede, è blando, comprensivo, pur nel rimarco ineludibile della diversità ideologica che non può non esistere fra il capo di un partito della sinistra non comunista e la realtà sovietica. In questo quadro la rinascita di una coscienza culturale e socialista dell’Italia risulta condizionata non dall’antisovietismo ma dal prendere coscienza del suicidio della rivoluzione sovietica.
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  Riformismo

Non c’è socialdemocratico che non sia pronto a giurare sull’equazione socialdemocrazia = riformismo. Ma ecco un accenno, piuttosto sorprendente, di Saragat a questa materia: “ Oggi si pensa che l’ultima parola della saggezza politica sia il riformismo anti-democratico . Noi pensiamo che debba essere la democrazia antiriformista”.
Per Saragat l’equazione ideale per il socialismo “autonomo” è democrazia = rivoluzione. Dice: “ Il socialismo moderno deve essere profondamente democratico. La democrazia non è un metodo strumentale, ma è la sostanza viva della nostra dottrina.
La democrazia è nello stesso tempo disciplina e coscienza rivoluzionaria della classe lavoratrice, perché non si tratta di sapere se la storia ci proporrà in modo diverso, quello di cui parlava ieri Togliatti nel suo “ hic Rodhus, hic salta”. Questo noi non lo sappiamo, ma sappiamo che il proletariato sarà più preparato  ad ogni evenienza quanto più sarà animato da una profonda coscienza democratica, e ciò perché la democrazia conferisce al combattente quella buona coscienza che è la forza risolutiva  di tutti i conflitti storici”.
Ai comunisti addebita una scarsa sensibilità rivoluzionaria, causata dal negligere le valenze libertarie della cultura del movimento operaio, e gli impulsi  autogestionari presenti nelle masse popolari politicamente consapevoli: “ Invece di favorire il processo autocritico dei lavoratori, invece di raccogliere le loro esperienze, invece di fare come faceva Gramsci, che era capace di interrompere la discussione di un alto consesso politico per riferire l’opinione del modesto operaio che aveva incontrato per caso o della modesta massaia, si ha l’impressione, dico, che s’intenda promuovere nella classe lavoratrice uno stato di ricettività mistica, negatrice di ogni pensiero critico e rivoluzionario”.
L’aggettivo “rivoluzionario” riempie l’oratoria saragattiana in quel mattino del gennaio ’47. E non è mai speso tanto per fare effetto, bensì per qualificare una robusta elaborazione: “ Ma questa lotta rivoluzionaria sarà efficace e produttiva solo se gli oppressi  avranno consapevolezza dell’umanità totale che è in loro e che si tratta appunto di liberare dalle deformazioni che la soffocano.
Tutta l’analisi critica dei nostri Maestri è definita dalal scoperta di questo volto umano, che al di là delle deformazioni di classe si rivela alla coscienza degli oppressi. Il proletariato lotta non solo per liberare se stesso, ma, liberando se stesso, libera tutti gli uomini. Bisogna restituire al proletariato la coscienza di questa umanità totale, di cui esso è il realizzatore, e allora veramente acquisterà quello spirito rivoluzionario che dà alla sua azione un carattere di universalità suscettibile di trascinare nel solco della lotta socialista tutti coloro che credono nella giustizia e nella libertà”.
Come si vede Saragat arriva perfino ad abusare di toni mistici e drammatici per inidcare la meta alla quale egli si vota.
In altro luogo Saragat ribadisce il concetto – chiave della sua linea: l’identificazione del socialismo democratico con la rivoluzione: “ In questo ripudio della sostanza viva dello spirito della democrazia, affermato a parole ma rinnegato nei fatti, è tutto il dissenso tra coloro che, come noi, concepiscono il socialismo come risultato delle lotte  e dell’azione cosciente della classe lavoratrice, e coloro che invece riducono la classe lavoratrice a strumento di fini che essi stessi le propongono in virtù di una verità assoluta di cui si considerano i detentori: è tutto il dissenso tra il socialismo democratico e rivoluzionario e il socialismo autocratico, è tutto il dissenso tra coloro che si pongono dal punto di vista degli interessi della classe lavoratrice considerata nel suo complesso e coloro che si pongono dal punto di vista degli interessi di un partito identificato  arbitrariamente come quello della classe lavoratrice”.
I rivoluzionari comunisti perdono la ragione positiva del loro esistere. Il suicidio della conservazione si esprime nella consapevolezza che tutto cambierà nonostante i loro desideri. L’ideale della rivoluzione è vincente se è democratico.

domenica 12 gennaio 2014

INTERVISTA DEL LEADER SOCIALISTA SARAGAT ALLA SETTIMANA INCOM DEL GENNAIO '47 - “NON SI TRATTA DI UNA SCISSIONE MA DELLA RINASCITA DEL PARTITO SOCIALISTA”.


Mutuiamo dal sito: http://democraziasocialista.it/  curato dal Circolo Socialista “GIUSEPPE SARAGAT” di Catania l’intervista, del 23 gennaio 1947, a Giuseppe Saragat, all’epoca rilasciata all’inviato del cinegiornale LA SETTIMANA INCOM .

Grazie ai compagni catanesi ed in particolare al compagno Nino Gennaro.


Buona Lettura



Si sono tenute a Palazzo Barberini in Roma, sabato 11 gennaio 2014, le celebrazioni per il 67° anniversario della fondazione del Partito Socialista dei Lavoratori Italiani, Sezione dell’Internazionale Socialista, oggi PSDI.
In apertura dei lavori è stato presentato un documentario sullo storico evento, predisposto dalla Fondazione Gaetano Salvemini, che include una rara intervista al Presidente Saragat effettuata subito dopo la rifondazione del Partito - avvenuta a Palazzo Barberini l’11 e il 12 gennaio 1947 - e pubblicata dal cinegiornale “LA SETTIMANA INCOM” nel numero 42 del 23 gennaio 1947. A quei tempi i telegiornali non esistevano ancora, perché non c’era neppure la televisione (che in Italia inizierà ad operare solo nel 1954) e l’unico modo di vedere interviste e riprese filmate era al cinema, fra una proiezione e l’altra. I “pezzi” erano necessariamente brevissimi, per non annoiare gli spettatori. Questa intervista presenta numerosi aspetti di interesse, a incominciare dal titolo: “A COLLOQUIO CON SARAGAT” senza alcuna descrizione o appellativo dell’intervistato; ne ricordiamo solo alcuni. Saragat viene intervistato dal Direttore in persona del cinegiornale, come si addice ad un leader, e viene definito nella presentazione come “capo del Partito” sebbene formalmente non lo sia affatto. Il nuovo PSLI era infatti diretto da una Segreteria nazionale collegiale, di tre membri, composta da Giuseppe Faravelli, Alberto Simonini e Giuliano Vassalli, con Carlo Casati come segretario amministrativo. Saragat era solo uno dei tanti membri dell’ampia Direzione, composta da Faravelli, Saragat, Simonini, Martoni, Castiglione, Spalla, Mondolfo, Schiavi, Viotto, Quazza, Pietra, Vassalli, Zagari, Bonfantini, Dagnino, Matteotti, Valcarenghi, Chignoli, Tolino, Russo, Vera Lombardi e inoltre da D’Aragona, Corsi e Tremelloni, quali membri del Governo, da Treves per il quotidiano L’Umanità, da Canevari per il gruppo parlamentare e da Leo Solari per la Federazione Giovanile (FGSI). Il Direttore chiede a Saragat lumi sul programma del PSLI, ma Saragat si rifiuta di rispondere, in coerenza con le sue concezioni della democrazia interna del Partito, affermando che il programma verrà elaborato solo da un regolare congresso; chiarisce tuttavia che il Partito si propone di lottare per un “ordine nuovo”, fondato su entrambi i capisaldi del Socialismo Democratico: la giustizia sociale e la libertà. Sul delicato tema del comunismo, Saragat afferma che il PSLI non sarà mai anticomunista: invece“siamo e saremo sempre socialisti”. A una domanda sulla “scissione”, Saragat contesta vivacemente il termine, affermando che non d’una scissione s’è trattato ma - più appropriatamente - della rinascita del Partito Socialista, la “nuova casa” dove tutti i veri socialisti sono attesi e potranno ritrovarsi. In pochi giorni la metà del vecchio PSI aderisce al PSLI e il giornalista lo provoca, chiedendogli i nomi dei maggiori aderenti al nuovo Partito; Saragat risponde, in termini marxisti, che non ci sono maggiori o minori, perché nel nuovo Partito tutti sono “compagni” e quindi pari, ma che comunque gli iscritti a lui più cari sono i lavoratori.
Dopo il video segue l’esatta trascrizione dell’intervista.
LA SETTIMANA INCOM 23/01/1947
N 00042
INTERVISTA
A COLLOQUIO CON SARAGAT
L’Onorevole Giuseppe Saragat, capo del Partito Socialista Lavoratori Italiani, risponde ad alcune domande del Direttore de La Settimana Incom.
D: Qual è il programma del Suo Partito?
R: Il programma del Partito sarà elaborato da un regolare congresso. Fin d’ora possiamo affermare che il Partito si propone di lottare per un “ordine nuovo”, fondato sulla giustizia sociale e sulla libertà.
D: Quali i rapporti fra il Suo Partito e il comunismo?
R: Li ho definiti nel discorso di Palazzo Barberini, che è stato pubblicato integralmente dal giornale del Partito, “L’Umanità”. In ogni caso noi non saremo mai anticomunisti. Siamo - e saremo sempre - socialisti.
D: Quando ha pensato per la prima volta alla scissione?
R. Non ci ho mai pensato e non ci penso neppure adesso! Non si tratta di una “scissione” ma di una rinascita del Partito. Del resto sono certo che presto tutti i socialisti si ritroveranno riuniti nella nuova casa.
D: Chi sono per ora i maggiori aderenti al Partito?
R: Non ci sono aderenti né maggiori né minori. Ci sono dei compagni. E tra i compagni, quelli a noi più cari sono gli operai, i braccianti e gli impiegati.

venerdì 10 gennaio 2014

DOMANI, CELEBRAZIONE DEL 67° ANNIVERSARIO DI “PALAZZO BARBERINI” E DELLA NASCITA DEL PSLI.



Domani, sabato 11 gennaio, alle ore 10 organizzata dal PSDI si terrà, nella Sala del Trono di Palazzo Barberini, a Roma,  la manifestazione celebrativa per ricordare il 67° anniversario dalla fondazione del Partito Socialista dei Lavoratori Italiani. 
Alla manifestazione ci informano i compagni del Partito Socialista Democratico Italiano parteciperanno il segretario nazionale PSDI, Renato d’Andria, la Direzione e i coordinatori regionali del Partito, il Segretario organizzativo confederale della UIL Carmelo Barbagallo. Con loro numerosi dirigenti socialdemocratici.
E’ prevista, inoltre la partecipazione di docenti universitari, sindacalisti, rappresentanti del movimento cooperativo ed esponenti dell’area socialista.
Del resto come dimenticare o sottacere l’importanza simbolica e politica di quanto accadde nel famoso palazzo patrizio romano l’oramai lontano 11 gennaio 1947 e che segnò profondamente la storia del movimento operaio e socialista e l’intera storia della democrazia repubblicana.
Figura centrale di raccordo e sintesi, vero leader e animatore del nascente Partito Socialista dei Lavoratori Italiani (PSLI) fu appunto  Giuseppe Saragat.

Domani, dunque, anche al di là delle affiliazioni l’invito è a tutti i sinceri socialisti affinché se possono partecipino alla manifestazione romana e comunque, nei Territori riflettano ed onorino quell’originale, unica costruzione politica frutto del “barberinismo” che fu il PSLI, il partito del socialismo autonomo e democratico, allora, orgogliosamente, non subordinato al volere di Mosca e dell’autocrate Stalin.


Fabio Cannizzaro

domenica 5 gennaio 2014

SIAMO QUI PER….



Nessun squillo di tromba ne rullo di tamburi, nasce senza strombazzamenti ma a seguito di una precisa, determinata scelta, fatta da un gruppo di compagni,  il blog “RASSEGNA SARAGATTIANA”.
La scelta è quella di ripensare, analizzare, anche criticamente, l’opera, la figura politica, le scelte, le intuizioni e perché no gli errori di un grande socialista del XX secolo: Giuseppe Saragat.
Questo è l’intento che ci spinge oggi, nel 2014, a soffermarci sulla figura di questo compagno, di quest’uomo, così normale e cosi eccezionale,   amante del socialismo e della libertà, che seppe, in tempi non facili, schierarsi a difesa di questo imprescindibile connubio contrastando visioni monocorde e tragiche superficialmente spacciate per socialiste .
Per realizzare, però, il nostro intento abbiamo bisogno del vostro conforto e della vostra attiva partecipazione.
Vi invitiamo, quindi, a vincere ritrosie e remore ed a collaborare con Noi di RS inviandoci materiali, interventi, foto e quant’altro riguardi Saragat, le sue scelte etiche e politiche e l’influsso che queste ebbero, hanno e potranno avere sulla nostra comune realtà, noi le posteremo ben volentieri. Non temete neppure di esprimere posizioni  o giudizi critici o controcorrente. Il nostro scopo è tutt’altro che agiografico ma semmai dialettico e aperto al confronto.

W il Socialismo!

W Giuseppe Saragat!


L'ERESIA SARAGATTIANA - UN CONFITEOR PER IL PSDI / PARTE PRIMA




Pubblichiamo, diviso in tre parti, il bellissimo e ben documentato articolo di Giuseppe Averardi pubblicato, a suo tempo,  su “Ragionamenti”- Rivista mensile del Partito Socialista Democratico Italiano – Anno XV numero 176 / settembre 1988. 

PARTE PRIMA 


Sarebbe ora che qualcuno si impegnasse in un discorso globale ed articolato, volto a dare organicità e sostanza alle mille eresie che permearono e attraversarono la ricca stagione della socialdemocrazia italiana, in tutte le sue forme, di partito e di movimento.
Il barberinismo ha celebrato i suoi fasti nel gennaio 1987 con il congresso del PSDI, cioè del partito fondato più di quarant’anni or sono a Palazzo Barberini, sulla scia della secessione autonomista dal PSIUP, dall’uomo che da pochi mesi ci ha lasciato, Giuseppe Saragat.
Stando a una oramai sovrabbondante produzione giornalistica e pubblicistica, a tutta una letteratura politica sia di sostegno che di contestazione, a una saggistica collocata sul terreno della elaborazione culturale o della battaglia ideologica, la secessione barberiniana sarebbe servita a Giuseppe Saragat – visto pressoché come il protagonista unico e solo di tutta l’opera – per varare, sic et simpliciter, hic et nunc, una socialdemocrazia vera e propria, dalle tinte sfumatissime, dai contenuti ultramoderati, da affiancare a tambur battente alle altre formazioni centriste coinvolte nello schieramento anticomunista.
Questa tesi è stata sostenuta per decenni da uno schieramento che va dal Partito comunista sino alla destra democristiana e missina.
Ebbene, ciò non ha il benché minimo rapporto con la realtà di allora e, sia detto per inciso, con la personalità e le idee professate dal discepolo di Turati, come vedremo in prosieguo della esposizione. Se infatti è certo che Saragat era l’uomo più prestigioso  dell’autonomismo, anche per carisma e tradizione personale, altrettanto accertato è che egli ne capeggiava soltanto una parte – quella, cioè, facente capo alla rivista turatiana “Critica Sociale” – peraltro divisa in una frazione potenzialmente governativa, occidentalista, filo statunitense, anti/Botteghe Oscure, moderata e in un’altra molto diversamente orientata, tenute insieme dalla mediazione saragattiana. Tutto sommato, era proprio l’ex firmatario del patto d’unità d’azione con il PCI il leader antifusionista più prudente, più riservato rispetto ad una prospettiva scissionistica, più attento – pur nella intransigenza sulle questioni di principio – alle possibilità di conciliazione fra le varie anime del PSIUP attraverso una graduale riduzione delle tensioni.  A chi lo sollecitava a rompere gli indugi, egli invariabilmente rispondeva che prima di assumersi la responsabilità di spaccare il partito socialista, il secondo partito della ancor fragile democrazia italiana, esigeva l’assoluta sicurezza della inesistenza di altre e meno traumatiche soluzioni del problema di una effica tutela delle valenze, delle peculiarità del retaggio socialista.
Coloro che invece più vivamente premevano per la messa in discussione della sempre più difficile convivenza con i fusionisti – nel linguaggio di allora così erano definiti i fautori del partito unico della classe operaia – erano i leaders di “Iniziativa Socilaista”, una composita sinistra dell’autonomismo nella quale non mancavano sfumature estremiste e , addirittura, trotzkyste, presenti soprattutto nella federazione giovanile, vera e propria organizzazione di massa alla cui segreteria era riuscito ad insediarsi Livio Maitan, un intellettuale veneziano rappresentante in Italia della IV Internazionale, fondata, appunto, da Leone Trotzky. La denominazione della corrente era ricavata dalla testa della rivista che ne rispecchiava la elaborazione teorica e la proposta politica e che, a livello europeo, era collegata con la pubblicazione francese “Masses”, organo della sinistra della SFIO, nel comitato direttivo della quale figurava Guy Mollet.
Da tenere presente che la più nera delle bestie degli iniziati visti era  il raggruppamento gestito da Lizzadri, Cacciatore, Gaeta, Tolloy – veri e propri ultras del paracomunismo più ortodosso e del protosovietismo più allineato – che si esprimeva mediante le pagine del periodico “Compiti Nuovi” e faceva riferimento a Nenni e Morandi.
Gli aspetti più significativi della polemica di “Iniziativa” contro la sinistra fusionista e la destra riformista concernevano tutta una serie di reazioni di rigetto, costitutive di quello che oggi chiameremmo un “fronte del rifiuto”: rifiuto di collaborazione con la monarchia, con i partiti interclassisti e di destra del CLN e nei governi di sua emanazione, con le forze economiche per la ricostruzione capitalistica, con le potenze occidentali in funzione antisovietica, con l’URSS in funzione antioccidentale, con la sinistra di radice borghese, con il PCI staliniano e burocratizzato.
In positivo, si propugnava l’Europa socialista e neutrale; la liquidazione del carattere borghese della democrazia; un socialismo con pronunciatissime connotazioni antiburocratiche, libertarie, partecipazioniste, autogestionari; la fine di ogni rapporto concordatario con la Chiesa. Punta di diamante e ala dinamica dello schieramento iniziati vista era, come già detto l’organizzazione giovanile, il cui periodico recava una significativa testata: “Rivoluzione Socialista”.
Maitan fu certamente il leader più di sinistra della FGS: uscì dal partito dopo l’adesione saragattiana – vanamente contrastata da “Iniziativa” – al centrismo degasperiano e aderì al frontismo nel corso della riunione costitutiva al cinema Planetario di Roma. Dopo il 18 aprile ’48 si dedicò alla diffusione della cultura trotzkysta, alla pubblicistica storico-rielaborativa, alla costruzione dei nuclei italiani della IV Internazionale. Fra le sue opere fanno particolarmente spicco: “Attualità di Gramsci e politica comunista”, “Trotzky, oggi”, “Teoria e politica comunista nel dopoguerra”.
Gli altri segretari “storici” furono Matteo Matteotti, Leo Solari, Luciano Rebuffo. Solari, attualmente presidente di un importante ente su designazione del PSI – l’”Ente nazionale assistenza previdenza pittori scultori musicisti scrittori autori drammatici”- qualche anno fa ha licenziato alle stampe un’agile e documentata storia dei cadetti del socialismo italiano di quei lontani, romantici anni, apparsa sotto il titolo “I giovani di Rivoluzione Socialista”. Il volume è oramai introvabile. Leo Solari ( che è oggi collaboratore autorevole della nostra rivista)  ci ricorda una immagine del 1947: quella di un suo comizio romano in piazza Cola di Rienzo, disturbato da comunisti e fusionisti che gridavano “cambio dollari”. E lui, imperturbabile: “ Ci chiedono se siamo anticomunisti o filocomunisti. Noi rispondiamo che siamo socialisti”. Perfetto. Mai affermazione fu di maggiore attualità.
I nomi degli esponenti più in vista di “Iniziativa” erano a parte i segretari giovanili testè menzionati , Mario Zagari, Giuliano Vassalli, Lucio Libertini, Corrado Bonfantini, Ezio Vigorelli, Ugoberto Alfassio Grimaldi, Italo Pietra, Virgilio Dagnino ed altri di cui mi sfugge il nome.
Le pressioni per una radicale, esaustiva, resa dei conti con il fusionismo e il parafusionismo – nonché con l’unitarismo incondizionato di personalità e gruppi tendenzialmente autonomisti, ma che mai e poi mai avrebbero aderito ad “amputazioni” – venivano anche dagli ambienti di una sinistra minore ma interessante, esterna al PSIUP.
Era il caso di un raggruppamento caratterizzato da grnde mobilità culturale e sorprendente fantasia ideologica, il quale aveva assunto, di volta in volta, denominazioni svariate quali “Movimento Partigiano”, Unione Spartaco, Federazione Libertaria. Suo leader riconosciuto era Carlo Andreoni – un ex comunista attivissimo nel Comintern e con molti anni di galera sulle spalle, antistalinista passato nelle file socialiste, vice segretario generale del PSIUP uscito dal partito dopo la firma del patto di unità d’azione col PCI, giornalista colto e brillante con attitudini alla polemica – coadiuvato da un piccolo stato maggiore formato da Antonio di Tota, Bruno Valerj, Valentino Marafini, Comunardo Braccialarghe, Lino Dina, Paolo Possamai, il noto commediografo e giallista di Mondadori anni trenta Ezio D’Errico e altri.
Costoro compilavano un settimanale molto originale, piacevole e pugnace la cui testata fu , in un primo tempo, “Il Partigiano” e, successivamente, “L’Internazionale”. Inoltre, organizzavano dibattiti di largo interesse intellettuale e politico, che venivano in evidenza come occasioni di incontro per tutti i più svariati e “catacombali” gruppuscoli del sinistrismo anticonformista, controcorrente, eretico ed emarginato: trotzkysti, bordighisti, anarchici di varia scuola, spartachisti, antistaliniani di ogni tendenza, estremisti di ogni genere e specie.
In un clima aspramente vertenziale giornale scritto e giornali parlati producevano a tutto spiano contenziosi all’acido prussico; sparavano bordate veementi contro l’URSS ufficiale, lo Stato-guida, il PCUS-guida, il PCI “emanazione di Mosca”, il fusionismo psiuppino, i riformisti, i socialisti imborghesiti cooperanti con la borghesia e i suoi governi, l’imperialismo anglo-americano, l’imperialismo sovietico.
In verità oratori e pubblico di queste riunioni erano parenti stretti di “Iniziativa Socialista”, rispetto alla quale si differenziavano per la davvero eccessiva esasperazione del linguaggio e per la violenza concettuale, con ogni probabilità generate dall’isolamento, dal non sentirsi responsabilizzati dalla militanza in un grande partito, dall’odio per i comunisti – quelli di allora!- e per i loro alleati del PSIUP, che li perseguitavano ed avevano creato intorno a loro una sorta di cordone sanitario denunciandoli come spie della polizia, agenti provocatori, manutengoli del fascismo, sabotatorti dell’unità della classe operaia e della solidarietà democratica, arnesi dei serviazi segreti anglo-americani.
Ed è appena il caso di aggiungere che nelle zone rosse del Nord, nel contesto di un dopoguerra che non era villeggiatura per nessuno, questi “ultrarossi” rischiavano la pelle.
Ovvio è che si trattava di accuse strumentali o cervellotiche, autentici frutti tossici dell’odio ideologico, dell’estremizzazione delle contese politiche tipica di tutti i periodi di sconvolgimento.
Questo clima di intolleranza non fu senza conseguenze, con i suoi risvolti psicologici, nel destino politico degli andreoniani, i quali confluiti con Palazzo Barberini nel Partito Socialista dei Lavoratori Italiani – denominazione ben più significativa ed ampia di quanto si possa e si voglia immaginare, rispetto alla successiva di Partito Socialista Democratico Italiano- non appena prese avvio il meccanismo della dialettica interna invece di schierarsi, giusto le attese di tutti, con “Iniziativa” aderirono invece alla destra più estrema. In rapporto a ciò si parlò e si scrisse di una loro scarsa serietà intellettuale e ideologica, di opportunismi di bassa lega, di mestierantismo, di resa incondizionata al social moderatismo.
Il “Contachiaro”, massimo ebdomadario satirico dell’epoca, pubblicò un’articolo più accorato che inquisitorio intitolato “Addio Carlo Andreoni”, rinfacciando al capo riconosciuto della scapigliatura contestazionista incostanza di propositi e imborghesimento galoppante.
La verità era un’altra: la logica della contrapposizione frontale, del muro contro muro, della tensione permanente con il PCI, con quel PCI – peraltro intrisi di fatti personali, di rancori duri a morire, di amarezze insuperabili – non poteva che condurre Andreoni e i suoi amici su di una linea da essi ritenuta , a torto o a ragione, la più anticomunista possibile e dunque la più giusta perché il comunismo staliniano era per loro il vero avversario da battere, da liquidare, nello stesso interesse della Sinistra, e addirittura della Sinistra rivoluzionaria. ùNon si demonizzano il “nazional-comunismo” di Togliatti e il “social-patriottismo” di Nenni, non si propugna la partecipazione alla guerra dei militanti della Sinistra in forme e formazioni autonome sabotando la sola ipotesi di richiamo alle armi gestito da un governo con presenza “social comunista”, non si indicano Togliatti e Nenni come agenti di Stalin e frenatori della rivoluzione proletaria in omaggio agli interessi statuali dell’URSS senza dover trarre poi tutte le conseguenze da queste rotture in chiave viscerale, e di una tale visceralità da indurre a contraddire, a destra, le stesse intuizioni libertario-spartachiste che ne avevano qualificato l’azione prima di Palazzo Barberini.
Andreoni e i vari Valerj 8 il condirettore del settimanale), Di Tota etc. non erano dei corrotti: erano, anzi, gente simpatica, in pienissima buona fede, intellettuali affascinanti pieni di verve, poveri in canna, cui mancavano sempre i classici diciannove soldi per fare la non meno classica lira.  Non erano neanche dei confusionari. Erano dei passionali appartenenti a una sorta di anticipazione del Sessantotto, dei “ soli contro tutti”, dei dannati nel girone dell’eresia permanente . Insomma degli “autogestiti”  utopisti ed individualisti, dei minoritaristi per eccellenza e per vocazione, i quali, proprio perché tali, erano soggetti ad oscillazioni, a sbandamenti, a fughe in avanti, ad astrazioni intellettualistiche, a complessi di superiorità destinati – a più o meno breve scadenza – a risolversi in naufragi psicologici sotto la pressione di negative circostanze in virtù delle dure repliche della storia, per la pronta rivincita della realtà sugli schemi dottrinaristici e sul rifiuto di colmare quello che Nenni usava definire lo iato che separa l’ideale dal reale. Ovvio è che, dopo avere pagato tutti e fino in fondo i prezzi che questo modo di concepirsi e di venire in evidenza non poteva non comportare, gli andreoniani avrebbero compreso l’importanza di affondare salde radici in una formazione partitica solidamente strutturata, di grandi tradizioni, dotata di alleanze precise e non in contraddizione con la propria natura, capillarmente diffusa nel corpo vivo e pulsante della società civile, in possesso di una linea politica persuasiva, di una piattaforma ideologica attraente. Ma quando furono felicemente dominati da questa divinazione peccarono – lo abbiamo visto – di incoerenza nella opzione per l’ala destra del PSLI;  e quando da essa si dissociarono era ormai troppo tardi per agire unitariamente, come gruppo di pressione contraddistinto da un cospicuo messaggio ideologico di taglio più o meno “rivoluzionario”. Ad un certo momento vicende e vicissitudini individuali li sparpagliarono lungo il variegato arco di una sinistra non comunista divisa, rissosa, amareggiata e, no di rado, diluita in una gruppettistica priva di chiaroveggenza e di prospettive.
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All’ avvio degli anni sessanta, in coincidenza con il pieno ancorché faticoso dispiegarsi del processo di autonomia del PSI, nel modo degli studi interessato agli eventi del movimento socialista degli anni bui si producono lavori volti ad approfondire, in chiave critica, l’analisi della diaspora del ’47 e degli accadimenti che la precedettero.
Per esempio, Antonio Landolfi, in un volume licenziato alle stampe per i tipi della “Lerici” e apaprso sotto il titolo: “ Il Socialismo Italiano: strutture, comportamenti , valori”, afferma quanto segue a proposito degli incerti, deboli, contraddittori comportamenti delle correnti autonomistiche del PSIUP che avrebbero poi, dato vita la partito separato: “ Le stesse minoranze “autonomistiche”  del gruppo dirigente del PSIUP, divise fra di loro, sul piano politico, fra un’ala che si ricollegava  alla tradizione turatiana della Critica Sociale, ed un’ala che aveva acceso la polemica “da sinistra” con la direzione del partito, non sapeva opporsi con la necessaria fermezza alle manovre fusioniste, accettando nella sostanza la prospettiva dell’unità organica, sia pure rinviandola nel tempo.
Se l’unità organica era possibile ed auspicabile, come riteneva il gruppo dirigente del partito, maggioranza e minoranza, nessuna argomentazione valida poteva allora essere addotta  perché essa venisse dilazionata nel tempo. Le condizioni politiche internazionali ed interne sembravano infatti lwe più favorevoli, non ad ostacolare, ma a stimolare la costituzione  del partito unico dei lavoratori. Del resto, PCI e PSIUP perseguivano dal 1943 la stessa politica: quella dell’unità nazionale antifascista, della collaborazione  con i partiti democratici del CNL, con la luogotenenza, e con le forze alleate di occupazione.
La divergenza di fondo  tra  i comunisti e i socialisti  era nella prospettiva politica degli anni futuri, non nella posizione  politica di allora. E quando le minoranze autonomistiche del gruppo dirigente accettavano appunto le prospettive della fusione con i comunisti, esse finivano per annullare ogni elemento reale di divergenza fra il PCI e il PSIUP, rinunciando  quindi nella sostanza  ad esercitare con efficacia la loro funzione autonomistica…. In realtà  qualcuno poteva credere, con un errore di valutazione politica, che il PSIUP, in quanto partito numericamente più forte,  avrebbe finito per assorbire il partito comunista, di dimensioni più ridotte”-
Qualcuno chi? Per esempio Pietro Nenni, il quale in sede di Consiglio Nazionale non si peritava di affermare: “ La nostra aspirazione è quella di arrivare alla formazione di un partito unico della classe lavoratrice. Sento dire che alcuni compagni  di questo hanno paura. Siamo oggi 700.000 socialisti, saremo tra poco più di un milione di socialisti organizzati. Che cosa può farci paura?”.
Ecco un ragionare solo apparentemente lapalissiano, nel quale  si stenta a capire dove finisce il candore e comincia l’astuzia.
Indubbiamente varie sirene e incantatori di serpenti erano all’opera per addormentare  la coscienza autonomista. Tanto vero che in un editoriale della “Critica Sociale”  del 16 marzo ’46, scritto  alla conclusione di una successiva adunanza del Consiglio Nazionale, era possibile leggere: “ Tutto l’atteggiamento del partito sembrò orientato  verso la fusione, che al paese apparve come una messa in liquidazione del PSIUP”.
Da parte di certuni si è ritenuto di potere affermare che, in realtà, il vero artefice della operazione di Palazzo Barberini fosse Lelio Basso, estremizzatore di tutto  e di tutti, votato ad una avversione illimitata per tutto ciò che in qualsiasi modo e in qualunque misura sembrasse adombrare un qualche riferimento al riformismo e alla socialdemocrazia. Ebbene, chi ha sostenuto questa interpretazione si è spinto sino alle soglie  della verità, perché Basso – uomo di ferrea coerenza, sorretto  da una non superabile intransigenza – vagheggiava la “purificazione” del partito, ossia la totale epurazione delal frazione riformista riconosciuta come tale ( Critica Sociale) e di quella destinata a diventarla (Iniziativa Socialista).  A  proposito dell’azione del “piccolo Lenin”(così lo chiamavano gli autonomisti) conviene riprendere dal volume di Antonio Landolfi un brano abbastanza siginificante ed illustrativo: “ Raggiunto l’accordo fra le varie tendenze sulla impossibilità di dare attuazione alla fusione, si fece subito strada nella maggioranza direzionale una tesi altrettanto pericolosa per l’esistenza del partito, ed ancor più suggestiva di quella dell’unificazione a breve scadenza. Questa tesi, di cui il più coerente assertore fu Lelio Basso, considerava inattuale il problema della fusione per la scarsa forza organizzativa e di apparato del PSIUP nei confronti dei comunisti, e proponeva in conseguenza, allo scopo di rafforzare il partito e porlo in condizione di affrontare l’unificazione, l’adozione di un modello organizzativo analogo a quello adottato dai comunisti, fondato sulla costruzione di un apparato altrettanto centralizzato di quello del PCI”.
Quindi un rapido schizzo  della connotazione ideologica di Lelio Basso: “… era ispirato, nella formulazione di questa tesi, tanto dalla sua ammirazione  per lo sforzo di organizzazione prodotto dal PCI, e la cui indubbia riuscita i socialisti per primi avevano modo di constatare a loro spese; quanto dalla sua totale adesione alla stessa ideologia del PCI, il leninismo, che lo portava  a considerare necessario  per la  lotta rivoluzionaria un tipo di partito organizzato  con una ossatura di militanti professionisti della lotta politica, caratterizzato da una profonda unità ideologica e da una ferrea disciplina interna, che non escludendo il dibattito tra le tendenze ne limitasse l’espressione  al fine di non pregiudicare l’azione politica del partito, inteso come  un esercito in lotta per la conquista del potere. Motivi di origine troschista, innescati sulla concezione ideologica leninista, echeggiavano in questa concezione del partito di Basso.
Ed invero la sua polemica con il PCI, condotta fin dagli anni della clandestinità e della Resistenza sul periodico da lui diretto, Bandiera Rossa, e proseguito negli anni successivi alla Liberazione, era una critica di “sinistra” , basata sulla contestazione  del carattere leninista e rivoluzionario della politica del gruppo dirigente comunista. Basso, che si differenziava nettamente per la sua accettazione del leninismo dalla tradizione ideologica del socialismo democratico, anche nella sua versione più moderna, che egli più apprezzava, quella della scuola dell’austro-marxismo, si presentava d’altro canto  con le carte autonomistiche in regola nei confronti del PCI, per la sua coraggiosa ed efficace  polemica rivolta alla denuncia dell’involuzione stalinista del mondo sovietico  e sul piano dell’azione internazionale di classe, alla quale egli faceva risalire  l’origine dell’involuzione della politica togliattiana in Italia”.
La storia ha certo smentito la linea di Basso. Tuttavia egli resta uno studioso importante del pensiero marxista, del quale ebbe a rivelarsi patrocinatore non banale, interprete non pedissequo. Gli studi bassiani su Rosa Luxemburg e Gaetano Salvemini, i suoi libri su Stalin e Krusciov, riviste come “Quarto Stato” e “Problemi del Socialismo” indicano tappe, traguardi, raggiunti dalla cultura socialista del secondo dopoguerra.