Voglio riproporre, proprio oggi che ricorre
il cinquantesimo anniversario della elezione di Saragat a Presidente della Repubblica, ai compagni e
alle compagne di “Rassegna Saragattiana”
un bell'articolo, del 1988, tratto da“qui
parlamento psdi” – Agenzia mensile del Gruppo P.S.D.I. alla Camera, del
compagno FILIPPO CARIA, all’epoca Capoguruppo socialdemocratico, sulla figura di Giuseppe Saragat.
Buona Lettura!
Fabio Cannizzaro
Viva Saragat!
Viva il Socialismo!
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Pubblicato
su “qui parlamento psdi” –
Agenzia mensile del Gruppo P.S.D.I. alla Camera – Anno II – nn. 5- 6 - maggio –
giugno 1988
È
scomparso con Saragat un protagonista tra i più autorevoli del socialismo e
dell’Italia repubblicana, uno statista moderno, uno di quelli che più
coerentemente si sono battuti per una collocazione stabile del nostro paese
nella realtà politica e socio-economica dell’Occidente democratico.
Dopo
De Gasperi, Togliatti e Nenni, era l’ultimo dei grandi leaders politici
italiani che, combattuto il fascismo, avevano guidato il paese nell’avvio della
democrazia conquistata con la Resistenza, e poi avevano gestito la
ricostruzione, la ripresa, la miracolosa nascita di una moderna e prospera
società industriale.
Con
Saragat, dunque, tutta un’epoca tra le più importanti di questo secolo diventa
un capitolo di storia ed un’esperienza consegnata alla memoria, pur
nell’immutabile chiarezza e forza dell’insegnamento che da essa anche le
generazioni future dovranno continuare a trarre.
Il
socialismo riformista e gradualista ha trovato in Lui uno degli interpreti più
autentici e fecondi ed uno degli assertori più convinti ed preparati a livello
europeo.
Bene
ha sintetizzato la sua personalità politica lo scritto con cui Carlo Rosselli
gli dedicò una delle prime copie del suo libro “Socialismo Liberale”,pubblicato
in Francia nel 1930 dove erano entrambi esuli, che Saragat ha sempre
gelosamente custodito: “ A Giuseppe Saragat il più liberale dei marxisti,
l’unico marxista dei liberali”.
La
vicenda politica del leader scomparso è fatta di molti importanti episodi. Ma
due sono quelli su cui si sono soffermati storici e politologi. Il primo è la
scissione di Palazzo Barberini; il secondo è l’esperienza di Saragat alla
Presidenza della Repubblica.
Sulla scissione di Palazzo Barberini, la drammatica spaccatura del PSI, la nascita nel 1947, in piena guerra fredda, del Partito Socialdemocratico, che si richiamava, come quello di Matteotti, agli ideali del socialismo democratico, si discute da quarant’anni.
Sbaglia
chi vede in quell’operazione un atto scissionistico. Fu un atto rigeneratore.
Saragat apriva la prospettiva unitaria di una sinistra socialdemocratica, per
quanto lungo potesse o possa ancora essere il processo che egli innescò. Gli
sviluppi della sinistra italiana, il fallimento ormai indiscutibile del
comunismo, dimostrano che si trattò di un’intuizione, come ha detto De Mita, a
dir poco profetica.
Saragat
previde con gran lucidità che la sicurezza democratica e la crescita del Paese
imponevano una sclta di campo che ancorasse l’Italia all’Occidente democratico.
Scelta
di civiltà, come egli la definì, scelta dei valori della libertà e della
democrazia. Al resto della sinistra sono occorsi alcuni decenni per constatare
che Saragat aveva ragione, che quella politica, come è stato detto, non
significava alcuna rinuncia socialista e che “ non erano in gioco questo o
quell’interesse particolare, ma l’avvenire stesso del Paese”.
Si
trattò di un atto di coraggio e di coerenza da cui hanno tratto insegnamento in
molti, compresi coloro che nel ’47 definirono con disprezzo “saragatti” o
“piselli” gli uomini che affiancarono il fondatore del PSDI a Palazzo
Barberini.
Con
Saragat al Quirinale, per la prima volta nella storia un socialista fu capo dello
Stato Italiano. Con Lui il Quirinale si avvicinò alla società, ai cittadini.
E
questo nuovo rapporto fra il palazzo ed il popolo, fu gestito con misura e
stile.
Come
fatto di misura e stile, fu il rapporto di Saragat con governi e partiti. Egli
volle essere il Presidente di tutti gli italiani, soprattutto per rispetto del
valore in cui credeva di più ed al quale aveva dedicato tutta la sua vita, cioè
la democrazia.
On.
Filippo Caria
Capogruppo
del PSDI
alla
Camera dei Deputati
