lunedì 6 luglio 2015

L'ESEMPIO DI QUEL CHE PUÒ FARE UN POPOLO LIBERO


1. L'affermazione del governo di Alexis Tsipras nel Referendum del 5 luglio sulle condizioni (possibili o impossibili) di un concordato con la UE sul prolungamento di sovvenzioni europee alla Grecia per affrontare le conseguenze del grave debito pubblico accumulato da quel Paese, oltre che determinare delicate conseguenze di carattere economico, sociale e geo-politico, mettono la sinistra europea di fronte alla necessità, ormai ineludibile, di aprire al proprio interno un dibattito del tutto nuovo, che può portare a decisioni di rilevanza storica.
Nell'ottica che ci appartiene, quella della sinistra socialista di ispirazione riformista e democratica (concetti di complessa definizione, che - nell'attuale stato di incertezza sull'ordine d'idee dei partiti legati, o più recentemente aggregati, alla tradizione della socialdemocrazia europea - possiamo collegare saldamente alla visione saragattiana dell'umanismo marxista) mi sovviene un'altra fase, ormai lontana e di altra caratura drammatica, della nostra storia. E ciò a proposito, soltanto, del compito e delle prospettive di una nuova, auspicabile, forte coalizione sociale europea.

2. Nell'aprile del 1946, un anno dopo la liberazione dell'Italia dal nazifascismo, il P.S.I.U.P. (nome che il PSI aveva assunto dall'agosto del '43, in seguito alla fusione col gruppo di Lelio Basso, Bonfantini e numerosi altri capi partigiani), si riunì a Firenze per celebrare il XXIV Congresso del partito alla vigilia del Referendum istituzionale che avrebbe trasformato il Regno d'Italia in una Repubblica.
Fu quello, storicamente, il momento della massima unità mai raggiunta dal movimento socialista in Italia, nel cui corpo, però, incubava già l'inestirpabile, inesorabile germe della divisione.
Per i socialisti italiani si trattava non solo di ratificare ciò che era scontato per tutti loro, cioè lo schieramento per la forma repubblicana (nel quale, in effetti, il socialismo, tutto intero, fa l'anima più determinata ed attiva) ma, soprattutto, di discutere (in estrema sintesi) sull'aggettivo che quel sostantivo, repubblica, avrebbe dovuto qualificare in caso di vittoria: popolare o democratica?
La questione riguardava il destino dell'Italia ma appariva, ed in tutto era, legata alla dimensione globale ed al futuro dei popoli europei in seguito alla distruzione ed ai massacri della seconda guerra mondiale.
A ben considerare non mancano analogie fra quel momento storico ed i giorni che viviamo oggigiorno, e purtroppo, seppure in dimensioni infinitamente più ridotte, non possiamo far salva nemmeno l'esistenza di una vera guerra sul suolo europeo.
In particolare inserisco questo raffronto col passato per “inquadrare” l'ampiezza e la profondità di una questione la cui importanza, oggi, sembra sfuggire a gran parte degli eredi della sinistra storica europea, disorientata da bolse accuse di conservatorismo: quella relativa alla necessità di costruire una sinistra legata più fortemente alla rappresentanza dei veri interessi popolari.

3. Sessantanove anni fa, il confronto tra socialisti (che venivano considerati) alla destra e alla sinistra del movimento, verteva su questo scelta: agire in unità d'azione con i comunisti per edificare uno stato socialista oppure collaborare alla costruzione di uno stato democratico in cui il socialismo avrebbe dovuto rappresentare “la forma più alta della democrazia politica, ossia di quel regime in cui non un partito unico, soverchiatore, ha il controllo dello Stato, ma una pluralità di partiti, concorrenti in libera gara, lottano con le armi civili della discussione e della propaganda per ottenere i suffragi del popolo”.
Le parole tra virgolette erano quelle “di destra”, pronunciate, nel congresso di Firenze, da Giuseppe Saragat, nel corso di un intervento/lezione che, in un tempo nuovo le cui straordinarie evenienze storiche hanno trasformato l'antica ala destra nella sinistra del secolo presente, dovrebbe appartenere alla formazione politica, morale, culturale (ma anche alla semplice istruzione) di chiunque voglia ancora definirsi militante socialista.

4. Desidero proporvi un passaggio che mi sembra cogliere, tra gli altri, le analogie cui ho accennato. Lasciando ai lettori della “Rassegna Saragattiana” la facoltà di “riusare”, se e come credono, il senso di queste parole del 13 aprile 1946 (o di cercarne altre, che di sicuro sapranno trovare) per una loro personale elaborazione dei problemi connessi (anche) alla crisi greca nella UE del 2015.
Sentite: la “scarsa coscienza della funzione del socialismo ha la sua radice profonda in una scarsa coscienza del valore della democrazia politica.”... A proposito dell'invasione tedesca della Francia, “la Francia era caduta dopo pochi giorni di lotta; la Francia era caduta perché la confluenza dell'azione della quinta colonna hitleriana con la passività di una parte del proletariato, … aveva paralizzato quel nobile paese. Dal momento che la Russia non era in guerra con Hitler, la guerra che Hitler conduceva contro le nazioni democratiche dell'Occidente era una guerra che, secondo alcuni, non interessava i proletari di queste nazioni.”...
“Non voglio discutere la portata teorica di questa tesi, che va contro tutti i criteri del socialismo democratico e marxista, per cui il proletariato ha il dovere e l'interesse, in regime di democrazia, anche nel quadro della società capitalistica, di difendere l'indipendenza della propria patria. Tesi, del resto, della quale i russi si sono ricordati quando il loro paese fu proditoriamente attaccato.
Un fatto però è certo, ed è che se il proletariato inglese avesse dato ascolto a questa ingannevole dottrina, l'Inghilterra avrebbe forse subito la sorte della Francia; ogni difesa nell'Occidente sarebbe crollata e la stessa Russia, forse, trovandosi sola alle prese con Hitler, sarebbe stata schiacciata. In altri termini, la salvezza del mondo, in quel momento decisivo della storia universale, fu dovuta all'inesistenza di un partito comunista in Inghilterra e alla presenza in quel paese del laburismo. Gloria eterna ai fratelli laburisti, che con il loro coraggio e con la loro saggezza, hanno dato al mondo l'esempio di quel che può fare un popolo libero.”


Antonello Longo