giovedì 18 giugno 2015

PALAZZO BARBERINI, UNA STORIA SOCIALISTA PER RIPARTIRE DAI NOSTRI IDEALI




Rassegna Saragattiana ha l’onore e il piacere di pubblicare un intervento ( e speriamo il primo di tanti ) del compagno Antonello Longo
Il brano riguarda  la scissione di palazzo Barberini. Interessanti e attuali le conclusioni a dispetto del fatto che  l’ articolo sia stato scritto qualche anno fa.
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Giorno 11 gennaio, come ogni anno, i socialdemocratici si ritroveranno a palazzo Barberini per ricordare, nell'anniversario, la scissione del 1947.
63 anni fa, in una sala (inopinatamente non più fruibile) di quel maestoso palazzo della Roma rinascimentale, non è nata di certo la socialdemocrazia italiana, la cui storia ripercorre la continuità dell'anima riformista del socialismo italiano e la cui origine è da ricercare nelle dispute di fine ottocento, riflesso della Seconda Internazionale, intorno all'ampiezza delle basi del movimento operaio e della sua coscienza di classe.
Nella grande confusione spazio-temporale dei linguaggi e della terminologia applicati alla storia del pensiero socialista, l'accezione che ritengo più pertinente della parola “socialdemocrazia” è quella di una cultura riformista che, all'interno del movimento socialista di matrice marxista, si contrappone alla visione (non già rivoluzionaria bensì) totalitaria del socialismo.
I socialdemocratici fanno, giustamente, risalire all'11 gennaio del '47 l'inizio di una loro peculiare presenza ed esperienza politica nell'Italia repubblicana, che non merita di essere ignorata né liquidata con superficialità, perché contiene in sé tutto il bagaglio storico, politico e morale di quella cultura, interpretata prima del fascismo e nell'esilio da padri fondatori come Filippo Turati, Claudio Treves, Giacomo Matteotti, Giuseppe Emanuele Modigliani, Camillo Prampolini, Alberto Simonini, Bruno Buozzi.
Nessuno degli elementi che caratterizzavano nel secondo dopoguerra lo scenario internazionale e la condizione sociopolitica dell'Italia sopravvive nel mondo di oggi. Secondo me, dunque, è vano cercare nell'evento scissionista di palazzo Barberini spunti di attualità politica.
Vale la pena, invece, di approfondire il profilo storico e sottolineare il valore ancora vivido della scelta ideale di Giuseppe Saragat, che assunse un rilievo maggiore dell'effettivo spazio occupato negli avvenimenti successivi e rispetto al non determinante 7% di voti conseguito il 18 aprile 1948 (livello di consenso, in ogni caso, mai più raggiunto dai socialdemocratici italiani nelle elezioni politiche nazionali).
I protagonisti della scissione, in quel particolare momento storico, gettarono sul piatto delle idee una visione politico/ideologica, quella saragattiana, che avrebbe potuto dare a tutta la sinistra italiana una fisionomia più moderna e una diversa consistenza se non fosse stata (poi tradita da una troppo lunga e scialba pratica quotidiana dei piccoli spazi di potere gestiti in subordine alla DC ed) isolata, preclusa, osteggiata e demolita dall'angusto e fazioso conformismo culturale di matrice comunista e di retaggio cattolico controriformista che, fin da allora, fu influente nel mediare il rapporto tra politica e pubblica opinione.
Di fronte, anzi dopo le dure repliche della storia non c'è più un intellettuale “di sinistra” capace di negare (e come potrebbe?) le ragioni di Saragat e dei suoi compagni di avventura. Ma, ecco il paradosso, il riconoscimento di queste stesse ragioni viene usato per giustificare la fuoriuscita dalla sinistra storica piuttosto che per ricucire lo strappo con lo sviluppo del movimento socialista nell'Europa libera della seconda metà del novecento, provocato dalla presenza del più grosso partito comunista dell'occidente e dalla particolare posizione dell'Italia nello scacchiere geopolitico della guerra fredda.
Se viviamo un tempo amaro è perché, mentre sono state archiviate come ferro vecchio tutte le componenti della sinistra storica (che pure ha sempre trattato con sufficienza i socialdemocratici scissionisti di palazzo Barberini) l'area progressista si assesta attorno a un riformismo debole, non sorretto da un progetto credibile e riconoscibile di società più libera e più giusta, annegato nella melassa giustizialista e falso-moralista. Il risultato è che le componenti più fertili e vivaci del ceto medio e della borghesia vengono lasciati nelle mani della cultura e della politica di centro-destra. Una condizione che rende la sinistra politica perdente sul piano elettorale malgrado la sostanziale preponderanza nel sistema mediatico e che ripropone in forma nuova il problema (che fu della prima repubblica) di sottrarre la forza di milioni di voti popolari da un reale processo di trasformazione democratica dello stato, delle autonomie, dell'economia, della società.
Chi dirà, chi deve spiegare agli italiani come e perché quindici anni di seconda repubblica hanno prodotto una democrazia virtuale ed incompiuta dove due conservatorismi uguali e contrapposti, uno di destra e l'altro che occupa l'area di centrosinistra, si contendono il campo guidati e manovrati da altrettanti gruppi di potere economico/mediatico?
La risposta a questa domanda comporta molte, problematiche difficoltà. Eppure in tale risposta sta il compito dei pochi, disorientati, socialdemocratici rimasti in politica, che non devono (né possono) più scendere sul terreno della politica “politicante” ma hanno l'arduo compito (e, in realtà, l'unica prospettiva, se vogliono rimanere se stessi) di salire sul terreno della cultura che sottende la politica.

Il riformismo di cui si parla oggi non è quello del socialismo democratico, che è stato e rimane sconosciuto in questo paese, con l'eccezione dei contenuti autonomisti e innovativi del PSI di Craxi, buttati subito via con l'acqua sporca. Prima di scrivere questa nota ho voluto rileggere le parole pronunciate dallo storico socialista Gaetano Arfè in occasione del 54° anniversario della scissione di palazzo Barberini, in un discorso teso, in modo forse un po' forzato, a dimostrare che l'attualità della scelta di Saragat consiste nel fatto che la questione dell'autonomia socialista, rivendicata allora nei confronti del comunismo stalinista, va riproposta (si era nel 2001) come autonomia dal berlusconismo, anche per recuperare alla sinistra l'elettorato socialista (del PSDI e del PSI).
I passi che io cercavo comunque erano questi:
interpretare la rivoluzione di Tangentopoli come rivolta di una società civile, presunta pulita contro la corruzione del mondo politico allontana e non avvicina la comprensione di quella storia. L'ipotesi che io consegno agli storici che mi seguiranno è che anche in questo episodio abbiano operato, come in tutta la vicenda politica italiana a partire dalla formazione del primo governo di centro-sinistra dei fattori occulti i quali, in questo caso, furono mossi dalla decisa volontà di limitare, fino ad annullarlo, il primato della politica nella gestione del potere, di ridurre il governo del paese, direbbe Marx, a comitato d'affari dei potentati economici nazionali e internazionali.
Il capitale finanziario, oggi come mai prima d'ora, nella sua tumultuosa e turbinosa corsa non può tollerare regole che non siano quelle sue proprie. Il parallelo sviluppo di ideologie volgarmente revisionistiche della storia, del diritto, della economia, il diffondersi delle pratiche referendarie e plebiscitarie, i criteri aziendalistici, anch'essi eretti a dottrina, coi quali avviene la selezione del personale di governo nazionale, regionale e municipale sono tutti indirizzati nella stessa direzione, mirano a dare il monopolio del potere a chi detiene il monopolio dei mezzi di comunicazione e di imbonimento.
...
La riscoperta e la rivalutazione del ricchissimo e ancora vitale patrimonio di esperienze etiche, dottrinali e politiche del filone centrale del socialismo italiano, passato alla storia come riformista, diventa perciò il problema politico principale della sinistra italiana d'oggi. E qui mi pare opportuna un'avvertenza. Il termine riformista è oggi talmente logorato dall'uso, dall'abuso e dal cattivo uso che ha perso ogni significato. Turati stesso quando la parola entrò nel gergo politico corrente tentò di respingerla: per lui esistevano due socialismi soli, quello di chi sapeva e quello di chi ignorava che cosa la parola socialismo significasse.
Riformista si proclama oggi ogni modesta e molesta compagnia di ventura messa insieme per partecipare alla lotteria delle elezioni. Riformista si proclama il residuato maggioritario, sfiduciato e sfiancato, di quello che fu il partito comunista, disposto a dichiarare, ignorando peraltro la dialetticità della storia, che il comunismo è incompatibile con la libertà, ma non a riconoscere che la causa della libertà, della giustizia, della pace dal lontano 1892 ha camminato al passo del partito socialista. Di questa storia Veltroni salva solo Carlo Rosselli, …ma l'operazione rivolta a collegarsi idealmente a lui, isolandone la figura, pur di ignorare Turati e Matteotti, Treves e Modigliani, Saragat e Nenni, è storiograficamente infondata, culturalmente sterile, politicamente inutile.”
Nella pagina di storia scritta a palazzo Barberini l'elemento che io trovo più adatto ad essere utilizzato come chiave d'apertura di una nuova stagione socialista, non solo in Italia, è proprio quello, essenziale nel '47 ma poi rimasto (anche e soprattutto da parte nostra) più negletto, dai più considerato superato e utopico (sebbene non utopistico): l'aspetto dottrinario.
Il nuovo partito nato a palazzo Barberini dall'ennesima scissione, a partire dal nome, PSLI, e dal simbolo, affermò la continuità con la storia del riformismo socialista italiano. Ma il giovane Giuseppe Saragat era andato oltre, nei suoi scritti dell'esilio, l'impostazione riformista della generazione turatiana, cercando un più lucido ancoraggio di sistema alle teorie marxiste, di cui una “critica illuminata” poteva eliminare le interpretazioni “più rozze”, e innovandole, sublimandole direi, alla luce della stessa logica dialettica hegeliana che le ispirò.
La rilettura “illuminata” di Marx, l'umanismo marxista, la rivoluzione democratica, il valore della libertà, l'alleanza tra operai e ceto medio in una nuova unità di classe, maturati dagli insegnamenti dei grandi socialisti europei, da Engels a Turati, da Jaurès a Leon Blum, da Kautsky a Otto Bauer, rimangono immanenti nel Saragat di palazzo Barberini, sono anzi il corpo e la sostanza ideale su cui innestare il programma politico della rinnovata socialdemocrazia italiana.
Mi faccio aiutare, ancora, dalle parole di Arfè:
Il partito che nasce a palazzo Barberini non è nelle intenzioni dei suoi costruttori un partito di socialismo moderato, è un partito classista che si dà come obiettivo ultimo la socializzazione dei mezzi di produzione di scambio, che non esclude nelle dichiarazioni di suoi autorevoli esponenti, anzi auspica, che una volta affermata, organizzata e consolidata l'autonomia dei socialisti, una politica unitaria del movimento operaio possa essere ripresa.
Il marxismo, liberamente interpretato, cultura e non dogma, è la sua dottrina, in esso è il fondamento teorico della sua autonomia ideale e programmatica. E' un dato, anche questo, che mette conto di sottolineare in una Italia dove il marxismo sembra essere diventato una diabolica eresia da estirpare con metodi da Santa Inquisizione.
Marxista è Giuseppe Saragat, continuatore critico e più volte eretico della tradizione riformista.
Dell'anticomunismo, anche nei momenti di più aspra polemica, non fece mai una ideologia. La lotta aperta e intransigente, condotta con le armi della politica, contro il partito comunista si accompagnò all'apprezzamento delle doti di intelligenza e di coraggio dei suoi dirigenti e al riconoscimento del contributo che essi avevano dato alle battaglie della Resistenza e alla costruzione della democrazia repubblicana.
...Al marxismo si rifaceva la vecchia guardia riformista, nella cui tradizione era l'espunzione dal proprio seno di Bonomi e Bissolati e la religiosa fedeltà alla eredità morale e politica di Matteotti, di Turati, di Treves. Essa affluisce compatta nel nuovo partito, organizzata nella corrente che aveva fatto rivivere la turatiana Critica Sociale. Vi fa spicco, vicino a morire, Giuseppe Emanuele Modigliani, apostolo ed eroe del pacifismo fin dal tempo della guerra libica.
...Della sua generazione c'è Rodolfo Mondolfo, il più originale interprete italiano del marxismo nella sua versione socialdemocratica, lo ha confermato con la sua autorità Norberto Bobbio curando e presentando un volume di suoi scritti, autore di profetici saggi sulla rivoluzione russa. Nella loro scia si muove Giuseppe Faravelli, reduce della cospirazione, dall'esilio e dalla galera, che nascondeva dietro il tratto arcigno e burbero qualità umane e intellettuali di enorme ricchezza. Faravelli avanzerà riserve nei confronti del congresso tedesco di Bad Godesberg con una duplice motivazione, una di metodo e una di merito: che non è competenza di un congresso approvare o condannare una dottrina, che il marxismo liberato delle distorsioni e delle deformazioni del leninismo-stalinismo rimaneva ancora strumento insuperato di interpretazione delle tendenze di sviluppo della società.
La giovane generazione è presente con due correnti minoritarie.
La prima, europeista ante litteram, di "Iniziativa socialista", rappresentata da Mario Zagari, Matteo Matteotti, Giuliano Vassalli e Leo Solari, formatasi in Italia nella opposizione al fascismo, raccoltasi nella Resistenza intorno alla grande figura di Eugenio Colorni ...La seconda è quella di ispirazione trotzkista che faceva capo ai giovanissimi Livio Maitan, Rino Formica e Giorgio Ruffolo.
La Resistenza era rappresentata da Corrado Bonfantini ex-comunista e comandante delle brigate Matteotti e da Aldo Aniasi, eroico comandante di una formazione partigiana della Val d'Ossola.
Aderì al nuovo partito Angelica Balabanoff, rivoluzionaria riparata in Italia nell'età giolittiana e militante di rilievo nel partito socialista italiano, collaboratrice di Lenin negli anni ruggenti della rivoluzione, segretaria in Francia del partito massimalista italiano e del Bureau dei partiti rivoluzionari, rimasta massimalista e nemica implacabile dello stalinismo e del suo profeta.
C'è quanto basta per ritenere e sostenere che il partito quale fu concepito e partorito da Saragat non era un partito ideologicamente agnostico e politicamente moderato. Nel nostro partito, egli aveva detto, fatte salve le regole della democrazia interna, hanno pari diritto di cittadinanza tutti i socialisti che credono nell'autonomia del socialismo, dai riformisti ai trotzkisti.”
Socialdemocrazia, dunque, partito ideologico, non agnostico né moderato. Le considerazioni che oggi facciamo sulla scissione di palazzo Barberini risentono fatalmente della consapevolezza degli sviluppi successivi della “operazione politica” allora concepita. Ma un fatto storico va esaminato in relazione al momento in cui si svolge.
L'Italia, nell'inverno del '47, è un cumulo di rovine, la tensione verso la ricostruzione morale e materiale è parossistica, la Costituzione repubblicana è solo una bozza, De Gasperi presiede un governo tripartito (DC, PSIUP, PCI) ancora post-bellico ed è appena stato umiliato e disilluso dalla conferenza di pace di Parigi (cui ha partecipato con Bonomi e con lo stesso Saragat). Il Segretario di Stato americano, Marshall, deve ancora presentare il suo piano di aiuti alle nazioni europee, lo farà ad Harward il 5 giugno del '47 e solo nel settembre di quell'anno Stalin formerà il COMINFORM. La guerra fredda si delinea ma la NATO nascerà nel '49 e il Patto di Varsavia solo nel '55.
Saragat entra nella sala Borromini senza sapere, non può esserne certo, che il fronte popolare uscirà sconfitto dalle urne e, pur essendo sicuro della “tattica liquidatrice” del PCI, forse non immagina quanto grande risulterà l'umiliazione di Nenni e dei massimalisti nelle liste con l'effigie di Garibaldi. Aveva lasciato nel marzo del '46 moglie e figli, e il comodo posto di ambasciatore, a Parigi, spinto in tal senso dalle pressioni dei “giovani turchi” (Iniziativa Socialista) e di Faravelli (Critica Sociale) per risolvere un “caso di coscienza” e affrontare “il problema morale dell'autonomia del socialismo”. Davanti al XXIV Congresso del PSIUP, il 13 aprile, egli pronuncia (tra gli applausi della platea) un discorso che, prima e più di quello di palazzo Barberini, fu il vero manifesto ideologico della socialdemocrazia del dopoguerra, scolpendo, contro le tesi fusioniste, le ragioni teoriche dell'opposizione al comunismo: la necessità di una profonda revisione del marxismo e il rifiuto del leninismo.
Il 2 giugno 1946 l'Italia diventa una Repubblica, il 24 dello stesso mese Saragat viene eletto presidente dell'Assemblea Costituente, incarico che, pur non essendone obbligato né richiesto, lascerà (a Terracini) subito dopo la scissione.
Il nuovo congresso del PSIUP è convocato a Roma dal 9 al 13 gennaio 1947, non tutti gli autonomisti, ridotti attorno al 20% dai contestatissimi congressi provinciali, vi partecipano. La mattina dell'11 Saragat abbandona il congresso e, nel pomeriggio, raggiunge palazzo Barberini, dove già sono i “giovani turchi” e i dirigenti dell'FGS con in testa Leo Solari. (Ri)nasce il Partito Socialista dei Lavoratori Italiani.
L'esule, il teorico marxista che aveva speso buona parte della vita a ricucire i rapporti tra le componenti socialiste e tra queste e il partito comunista per affrontare insieme la lotta contro il fascismo, ha 48 anni quando entra a palazzo Barberini per consumare la “sua” scissione. Già sente nell'aria il rombo della denigrazione e della calunnia da sinistra, l'implacabile, sprezzante (falsa) accusa di un'azione finanziata dal governo americano, ideata e diretta dalla destra e dai grandi capitali, ed avverte su di sé un peso maggiore di quello che poi realmente sarà assegnato dalla storia alla sua scelta, vissuta al lume di una ineludibile responsabilità “di coscienza”: “non c'erano che due soluzioni: o rinunciare a battersi per l'idea che ci è cara, oppure fare quello che abbiamo fatto”, cioè un'azione di rottura dell'unità socialista che sarebbe stata accusata di voler colpire l'unità della classe operaia e favorire la reazione. Ma l'amico d'infanzia di Piero Gobetti coltiva la religione del dovere e “il nostro dovere è continuare l'opera di proselitismo, iniziata or sono cinquant'anni dai nostri grandi Maestri” (tra cui Giacomo Matteotti che, come ricordò un accorato Faravelli, aveva detto un giorno: “i socialisti con i socialisti, i comunisti con i comunisti”).
Con la mentalità di oggi è difficile crederlo ma Saragat, come Nenni del resto, agiva solo per ragioni ideali. Dietro la scissione non c'erano calcoli tattici né ambizione personale. I famosi finanziamenti americani, procurati da Faravelli, non hanno niente di misterioso, tanto che il ricercatore catanese Alessandro De Felice ne ha ricostruito l'intero ammontare servendosi di documenti originali: i sindacati italo-americani di Luigi Antonini e Vanni Montana fecero pervenire (prima alle correnti di Iniziativa Socialista e Critica Sociale, poi al nuovo partito ma per un tempo limitato) contributi di entità non straordinaria anche se vitali per una struttura politica che doveva essere inventata dal nulla.
Saragat non aveva in mente un piccolo partito, tutt'altro. Sperava di trovare un seguito significativo nell'ambito del ceto medio, da cui non desiderava essere schiacciato ma che pensava di sottrarre al richiamo della DC. E soprattutto credeva di poter agire sui rapporti di forza col partito comunista fra gli operai, prospettando loro una diversa, più civile, più umana concezione della lotta di classe. “La storia della scissione di palazzo Barberini - dice Arfè - è la storia di un tentativo, audace, storicamente fallito e tornato politicamente attuale, di comporre in dialettica unità, nel comune segno della indipendenza dal gioco delle politiche di potenza, le forze del movimento operaio socialista, per farne, in un quadro di solidarietà europea, la forza dirigente del processo di ricostruzione di un paese uscito dalla più grande catastrofe della sua storia.”
La storia successiva non terrà fede alle premesse por motivi di rilievo storico e per ragioni politiche anche di basso profilo. Il PSLI, poi PSDI non sfonderà mai alle elezioni politiche, buona parte della classe dirigente che aveva seguito la scissione si perderà per strada a causa delle gravi divisioni sulla politica estera tra i teorici del terzaforzismo e i fautori dell'Alleanza Atlantica ed anche della diversa concezione dei rapporti con la piccola borghesia. Saragat diventerà (pur senza gestire mai grande potere) una delle maggiori personalità di governo del centrismo (epoca che gli storici cominciano a rivalutare, poiché coincise con la ricostruzione dell'Italia, con la sua provvida scelta occidentale, con il suo miracolo economico) lasciando l'originaria ispirazione marxista quasi come un “porto sepolto” della sua anima ombrosa e solitaria ma sostanzialmente estranea in corpore vili al PSDI. Egli affermerà sempre di più, fino alla presidenza della Repubblica, la sua natura di uomo di stato senza mai tenere in conto gli interessi del partito che aveva fatto nascere. Le sue vere preoccupazioni furono quelle di riannodare i fili dell'unità socialista (che rinascerà e morirà durante il suo soggiorno al Quirinale, lasciando vieppiù impoverito e defedato il gruppo dirigente socialdemocratico) e preparare (con successo) la strada al centro-sinistra.
Il resto è la cronaca della nostra generazione. Saragat non fu solo né incontrastato nella costruzione del nuovo partito. Ma egli prevalse (malgrado un gran brutto carattere) per la sua patente superiorità intellettuale e si può ben dire che il ricordo di palazzo Barberini è tutto imperniato sul pensiero e sulla figura dello statista torinese. E se di questo pensiero, praticamente enciclopedico per estensione e per dottrina, ho voluto qui cogliere solo l'aspetto (che potrebbe sembrare archeologia politica) dell'adesione critica al marxismo è per farne spunto di riflessione sul presente.
L'uomo Saragat parlava sempre come un maestro dalla cattedra. Cosa resta della sua lezione?
Chi scrive questa nota conobbe il vecchio leader, ormai ottantenne, dopo la fine del suo mandato al Quirinale. Vidi sempre, in pubblico, nelle poche occasioni in cui venne a presiedere il Comitato Centrale, un nume svagato e scostante. Andai qualche volta a trovarlo nella sua casa di via della Camilluccia, con altri giovani o accompagnando alcuni dei maggiori dirigenti del partito a quell'epoca. E vidi un padre stanco e disilluso sulle virtù dei suoi figli, cui parlava ancora come un maestro agli scolari, non di politica ma di filosofia, di scienza, di letteratura. Si esprimeva esattamente così come avevo letto sui libri, ogni frase era una citazione fatta a memoria, spesso in lingua originale. A noi giovani diceva: “perché continuano a chiedermi consiglio sulle scelte da fare? Un vero dirigente non cerca mai la strada della convenienza, deve sentire dentro di sé qual'è il dovere di un socialista”.
Il tempo è passato senza costrutto, un nuovo millennio è in corso. Qual'è il dovere dei socialisti?
In Italia le caratteristiche fondamentali della psicologia politica ondeggiano fra l'assenza del senso statale e l'assenza del senso di libertà”. Sembra una foto scattata oggi eppure sono parole pronunciate da Saragat nel 1925.
L'impegno profuso per limitare gli spazi di rappresentatività, quindi di agibilità democratica, non ha portato alle forze a vocazione egemone i benefici sperati sul piano dell'efficienza e della coesione di governi, maggioranze e schieramenti d'opposizione Ai partiti-contenitore della cosiddetta seconda Repubblica manca un “pensiero”, cioè un organico ordine di principi, un'idea-forza alla quale riferire le politiche del quotidiano; pertanto essi non sono in grado di concepire e guidare un processo profondo e coerente di trasformazione anzi seguono, si mettono a rimorchio di umori e interessi cangianti di parti della pubblica opinione e di pezzi dell'economia e della finanza, di cui assecondano le rivalità nel contendersi il monopolio dei mercati oggi più interessanti: quelli del denaro e delle comunicazioni. Non si tratta della “morte delle ideologie” ma della fine della politica. E si scrive fine della politica ma si legge fine della sinistra.
Il processo di trasformazione del PCI, volutamente, non è approdato al socialismo democratico, a differenza di quanto avvenuto persino ai partiti comunisti dell'ex cortina di ferro. Una scelta non dettata da bisogno di modernità ma legata all'antica vocazione al compromesso consociativo con gli “'interfaccia” cattolici della prima repubblica, facendo (almeno finora) della nuova “cosa” PD (Partito Democratico, all'americana) oggetto di particolare interesse da parte di cittadini cui preme di più “conservare” quanto loro appartiene piuttosto che innovare la società nonché da parte dei gruppi socio/economici più sensibili all'assistenzialismo e al parassitismo.
Ora, non può concepirsi una nazione moderna in Europa in cui non si trovi almeno un settore della sinistra politica che rifletta la cultura, la tradizione, i contenuti, la rappresentatività sociale del socialismo di formazione riformista e democratica. A nessuno fuori d'Italia verrebbe in mente di dire che la socialdemocrazia è morta, pur se attraversa un periodo di difficoltà sul piano elettorale.
La socialdemocrazia, come tutte le politiche del resto, va sempre aggiornata agli effettivi sviluppi dell'economia ma rappresenta una parte necessaria del pensiero politico democratico, prefigurando come suo sbocco ideale una determinazione socialista della democrazia (non viceversa, cioè una determinazione democratica del socialismo). La sua crisi in Europa e la sua totale assenza in Italia sono parte essenziale del dramma che impedisce la nascita di una federazione politica europea e ostacola lo sviluppo della democrazia italiana.
Il nostro dovere è fare rilevare contraddizioni tanto gravi, così palesi, profonde al punto da compromettere il futuro delle giovani generazioni italiane. E mi soffermo in prevalenza sulle questioni che riguardano una delle parti perché l'avvenimento di palazzo Barberini può essere inserito soltanto nel terreno storico, nel contesto sociopolitico, nella realtà culturale della sinistra.
Ora come allora, sorge ai di “saragattiani” un problema di verità e di coscienza.
Saragattiani sì, nel 2010, donne e uomini che rivendicano il diritto all'idealismo come presupposto necessario dell'azione politica, che sanno che senza equità non c'è libertà e senza libertà non c'è giustizia; che credono ancora nella “rivoluzione democratica” come affermazione della coscienza degli interessi comuni, di “un'anima collettiva” dei “proletari” da far pesare attraverso gli strumenti della democrazia rappresentativa per rimuovere, pezzo a pezzo, le cause dell'ingiustizia.
Chi sono adesso i proletari? Quelli di una volta, operai, braccianti, contadini, piccoli proprietari,commercianti, impiegati, artigiani, professionisti, intellettuali come i nuovi poveri del giorno d'oggi, disoccupati, precari, immigrati e gli ultimi, quanti non hanno nulla, e ce ne sono tanti, di ogni colore.

Frugando alla rinfusa nel nostro passato, nella complessità, che a volte diventa contraddittorietà, della storia, ognuno può trovare appigli alle scelte più disparate. Ma assumere, nell'attuale contesto politico italiano, palazzo Barberini come fonte della propria identità politica non offre alcun vantaggio pratico e, in particolare, non consente avalli teorici di sorta per opzioni di schieramento; al contrario, è una scelta che ci rende antagonisti del sistema nel suo complesso.
Non sono pochi i cittadini che si rendono conto dell'illusorietà, della grande menzogna del sistema bipolare all'italiana, che ne colgono, a pelle, il nesso tra la volgare ferocia delle forme e il vuoto di valori della sostanza.
Trovare ruoli e spazi di agibilità politica non è semplice, è il problema che abbiamo davanti. Eppure da un punto bisogna ripartire per creare un gruppo politico consistente e visibile che al vuoto riesca a contrapporre il pieno di un programma rigoroso legato ad una forte idealità.
La sensazione, più che opinione, di chi scrive è che, unendosi, coloro i quali in ragione della loro mentalità e formazione si sentono estranei al sistema oggi dominante, possano trovare campo fertile per una nuova iniziativa politica sul versante della sinistra politica italiana ed europea, valorizzando in questo processo anche le superstiti, piccole, sparse formazioni socialiste e laiche. Per un'offensiva di verità (la “nostra” verità, s'intende, quella delle nostre idee dichiarate con chiarezza, con fermezza, con coraggio e con lealtà), da muovere con le forze e gli strumenti che ci restano. Sapendo che l'inverno sarà freddo e la marcia lunga e faticosa.
Antonello Longo